Il principe era longe da due miglia,
Sempre cacciando il popol spaventato,
Quando quei duo baron con meraviglia
Guardano a Rubicon, che era tagliato
Per il traverso, alla terra vermiglia.
Essi mirando il colpo smisurato,
Dicean che non era omo, anzi era Dio,
Che sì gran busto col brando partio.

Callava già Ranaldo giù del monte,
Avendo fatta gran destruzïone;
Ciascun de' due baron con le man gionte
Come idio l'adorarno ingenocchione,
E a lui devotamente, in voce pronte,
Diceano: - O re del celo, o Dio Macone,
Che per pietate in terra sei venuto
In tanta nostra pena a darci aiuto!

Per cagion nostra giù del cel lucente
Or sei disceso a mostrarci la faccia;
Tu sei lo aiuto de l'umana gente
Né mai salvarli il tuo volto si saccia;
Fa ciascadun di noi recognoscente,
Dapoi che ce hai donata cotal graccia,
Sì che per merto al fin se troviam degni
Di star con teco nelli eterni regni. -

Ranaldo se turbò nel primo aspetto,
Veggendosi adorare in veritate;
Ma, ascoltandoli poi, prese diletto
Del paccio aviso e gran simplicitate
De questi, che il chiamavan Macometto,
E a lor rispose con umilitate:
- Questa falsa credenza via togliete,
Ch'io son di terra, sì come voi sete.

Tutto è di fango il corpo e questa scorza:
L'anima non, che fo da Cristo espressa;
Né ve maravigliati di mia forza,
Ché esso per sua pietà me l'ha concessa.
Lui la virtute accende, e lui la smorza,
E quella fede, che il mio cor confessa,
Quando si crede drittamente e pura,
De ogni spavento l'animo assicura. -

Con più parole poi li racontava
Sì come egli era il sir de Montealbano;
E tutta nostra fede predicava,
E perché Cristo prese corpo umano;
Ed in conclusïon tanto operava,
Che l'uno e l'altro se fie' cristïano,
Dico Iroldo e Prasildo, per suo amore,
Macon lasciando ed ogni falso errore.

Poi tutti tre parlarno alla donzella,
A lei mostrando diverse ragione
Che pigliar debba la fede novella,
La falsità mostrando di Macone.
Essa era saggia sì come era bella,
Però, contrita e con devozïone,
Coi cavallieri insieme, a la fontana
Fo per Ranaldo fatta cristïana.

Esso da poi con bel parlare espose
Che egli intendeva de andare al giardino,
Qual fatto ha tante gente dolorose,
E con lor se consiglia del camino.
Ma la donzella subito rispose:
- Da tal pensier te guarda Dio divino!
Non potresti acquistare altro che morte,
Tanto è lo incanto a meraviglia forte.

Io aggio un libro, dove sta depinto
Tutto il giardino a ponto, con misura;
Ma nel presente solo avrò distinto
Della sua entrata la strana ventura;
Però che quello è de ogni parte cinto
De un'alta pietra, tanto forte e dura,
Che mille mastri a botta de picone
Non ne puotrian spezzar quanto un bottone.

Dove il sol nasce, a mezo un torrïone
Evi una porta de marmo polito;
Sopra alla soglia sta sempre il dragone,
Qual, da che nacque, mai non ha dormito,
Ma fa la guarda per ogni stagione;
E quando fosse alcun d'entrare ardito,
Convien con esso prima battagliare:
Ma poi che è vinto, assai li è più che fare;