Una grossa asta portava Marfisa
De osso e de nerbo, troppo smisurata;
Nel scudo azuro aveva per divisa
Una corona in tre parte spezzata;
La cotta d'arme pure a quella guisa,
E la coperta tutta lavorata;
E per cimer ne l'elmo, al sommo loco,
Un drago verde, che gettava foco.

Era il foco ordinato in tal maniera
Che ardeva con romore e con gran vento;
Quando essa entrava alla battaglia fiera,
Più gran furor menava e più spavento;
Ogni malia che ha in dosso e ogni lamiera
Tutti eran fatti per incantamento;
Da capo a piedi per questa armatura
Era diffesa la dama e sicura.

Fu il suo ronzone il più dismisurato
Che giamai producesse la natura:
Era tutto rosigno e saginato,
Con testa e coda ed ogni gamba scura;
Benché non fosse per arte affatato,
Fu di gran possa e fiero oltra a misura.
Sopra di questo la forte regina
Con impeto se mosse e gran roina.

Da l'altra parte il franco fio de Amone
Con una lancia a meraviglia grossa
Vien furïoso, quel cor di leone,
E proprio nella vista l'ha percossa;
Ma, come avesse gionto a un torrïone,
Non ha piegata Marfisa, né mossa.
A tronchi ne andò l'asta con romore,
Né restò pezzo de un palmo maggiore.

Gionse Ranaldo la dama diversa
In fronte a l'elmo, con molta tempesta;
Sopra alle groppe adietro lo riversa,
Tutta ne l'elmo gli intona la testa.
Ora ha Marfisa pur sua lancia persa,
Perché se fraccassò sino alla resta;
In cento e sei battaglie era lei stata
Con quella lancia, e sempre era durata.

Ora se roppe al scontro furïoso:
Ben se ne meraviglia la donzella,
Ma più la ponge il crucio disdegnoso,
Perché Ranaldo ancora è in su la sella.
Chiama iniquo Macone e doloroso,
Cornuto e becco Trivigante appella:
- Ribaldi, - a lor dicea - per qual cagione
Tenete il cavalliero in su lo arcione?

Venga un di voi, e lasciasi vedere,
E pigli a suo piacer questa diffesa,
Ch'io farò sua persona rimanere
Qua giù riversa e nel prato distesa.
Voi non voliti mia forza temere,
Perché là su non posso esser ascesa;
Ma, se io prendo il camino, io ve ne aviso,
Tutti vi occido, ed ardo il paradiso. -

Mentre che la orgogliosa sì minaccia,
E vuol disfare il celo e il suo Macone,
Ranaldo ad essa rivolta la faccia,
Che era stato buon pezzo in stordigione,
E de gire a trovarla se procaccia;
Ma lei, che non stimava quel barone,
Quando contra di sé tornare il vide,
Altieramente disdignando ride.

- Ora ché non fuggivi, sciagurato,
Mentre che ad altro il mio pensiero attese?
Forse hai diletto indi esser pigliato,
Perché altrimente non trovi le spese?
Ma, per mia fede! sei male incapato,
Ed al presente te dico palese,
Come io te avrò tutt'arme dispogliate,
Via cacciarotte a suon di bastonate. -

Cotal parole usava quella altera;
Il pro' Ranaldo risponde nïente.
Esso zanzar non vôl con quella fera,
Ma fa risposta col brando tagliente;
E, come fu con seco alla frontera,
Non pose indugia al suo ferir nïente,
Ma sopra a l'elmo de Fusberta mena:
Marfisa non sentì quel colpo apena.