Ahi sventurato! Se forse Rainaldo
Trova nel bosco la vergine bella,
Ché ben cognosco io come l'è ribaldo,
Giamai di man non gli uscirà polcella.
Forse gli è mo ben presso il viso saldo!
Ed io, come dolente feminella,
Tengo la guancia posata alla mano,
E sol me aiuto lacrimando in vano.

Forse ch'io credo tacendo coprire
La fiamma che me rode il core intorno?
Ma per vergogna non voglio morire.
Sappialo Dio ch'allo oscurir del giorno
Sol di Parigio mi voglio partire,
Ed andarò cercando il viso adorno,
Sin che lo trovo, e per state e per verno,
E in terra e in mare, e in cielo e nello inferno."

Così dicendo dal letto si leva,
Dove giaciuto avea sempre piangendo;
La sera aspetta, e lo aspettar lo agreva,
E su e giù si va tutto rodendo.
Uno atimo cento anni li rileva,
Or questo avviso or quello in sé facendo.
Ma come gionta fu la notte scura,
Nascosamente veste l'armatura.

Già non portò la insegna del quartero,
Ma de un vermiglio scuro era vestito.
Cavalca Brigliadoro il cavalliero,
E soletto alla porta se ne è gito.
Non sa de lui famiglio, né scudero;
Tacitamente è della terra uscito.
Ben sospirando ne andava il meschino,
E verso Ardena prese il suo cammino.

Or son tre gran campioni alla ventura:
Lasciali andar, che bei fati farano,
Rainaldo e Orlando, ch'è di tanta altura,
E Feraguto, fior d'ogni pagano.
Tornamo a Carlo Magno, che procura
Ordir la giostra, e chiama il conte Gano,
Il duca Namo e lo re Salamone,
E del consiglio ciascadun barone.

E disse lor: - Segnori, il mio parere
È che il giostrante ch'al rengo ne viene,
Contrasti ciascaduno al suo potere,
Sin che fortuna o forza lo sostiene;
E 'l vincitor dipoi, come è dovere,
Dello abbattuto la sorte mantiene,
Sì che rimanga la corona a lui,
O sia abbattuto, e dia loco ad altrui. -

Ciascuno afferma il ditto de Carlone,
Sì come de segnore alto e prudente:
Lodano tutti quella invenzïone.
L'ordine dasse: nel giorno seguente
Chi vôl giostrar se trovi su l'arcione.
E fu ordinato che primieramente
Tenesse 'l rengo Serpentino ardito
A real giostra dal ferro polito.

Venne il giorno sereno e l'alba gaglia:
Il più bel sol giamai non fu levato.
Prima il re Carlo entrò ne la travaglia,
Fuor che de gambe tutto disarmato,
Sopra de un gran corsier coperto a maglia,
Ed ha in mano un bastone e il brando a lato.
Intorno a' pedi aveva per serventi
Conti, baroni e cavallier possenti.

Eccoti Serpentin che al campo viene,
Armato e da veder meraviglioso:
Il gran corsier su la briglia sostiene;
Quello alcia i piedi, de andare animoso.
Or qua, or là la piaza tutta tiene,
Gli occhi ha abragiati, e il fren forte è schiumoso;
Ringe il feroce e non ritrova loco,
Borfa le nari e par che getti foco.

Ben lo somiglia il cavalliero ardito,
Che sopra li venìa col viso acerbo;
Di splendide arme tutto era guarnito,
Nello arcion fermo e ne l'atto superbo.
Fanciulli e donne, ogni om lo segna a dito;
Di tal valor si mostra e di tal nerbo,
Che ciascadun ben iudica a la vista,
Che altri che lui quel pregio non acquista.