Per insegna portava il cavalliero
Nel scudo azuro una gran stella d'oro;
E similmente il suo ricco cimiero,
E sopravesta fatta a quel lavoro,
La cotta d'arme e il forte elmo e leggiero
Eran stimati infinito tesoro;
E tutte quante l'arme luminose
Frixate a perle e pietre precïose.
Così prese l'arengo quel campione,
E poi che l'ebbe intorno passeggiato,
Fermosse al campo, come un torrïone.
Ma già suonan le trombe da ogni lato;
Entrono giostratori a ogni cantone,
L'un più che l'altro riccamente armato,
Con tante perle e oro e zoie intorno,
Che il paradiso ne sarebbe adorno.
Colui che vien davanti, è paladino;
Porta nel blavo la luna de argento,
Sir di Bordella, nomato Angelino,
Maestro di guerra e giostra e torniamento.
Subitamente mosse Serpentino,
Con tal velocità che parve un vento.
Da l'altra parte, menando tempesta,
Viene Angelino, e pone l'asta a resta.
Là dove l'elmo al scudo se confina,
Ferì Angelino a Serpentino avante;
Ma non se piega adietro, anze se china
Adosso al colpo il cavalliero aitante,
E lui la vista incontra in tal ruina,
Che il fe' mostrare al cielo ambe le piante.
Levasi il grido in piaza, ogni om favella
Che 'l pregio al tutto è di quel dalla Stella.
Ora se mosse il possente Ricardo,
Che signoreggia tutta Normandia.
Un leon d'oro ha quel baron gagliardo
Nel campo rosso, e ben ratto venìa.
Ma Serpentino a mover non fu tardo,
E rescontrollo a mezo della via,
Dandogli un colpo de cotanta pena,
Che il capo gli fe' batter su l'arena.
O quanto Balugante se conforta,
Veggendo al figliol sì franca persona!
Or vien colui che i scacchi al scudo porta,
E d'oro ha sopra l'elmo la corona:
Re Salamone, quella anima acorta.
Stretto a la giostra tutto se abandona;
Ma Serpentino a mezo il scudo il fiere,
E lui getta per terra e il suo destriere.
Astolfo alla sua lancia diè de piglio,
Quella che l'Argalia lasciò su il prato.
Tre pardi d'oro ha nel campo vermiglio,
Ben ne venìa su l'arcione assettato.
Ma egli incontrò grandissimo periglio,
Ché il destrier sotto li fu trabuccato.
Tramortì Astolfo, e lume e ciel non vede,
E dislocosse ancora il destro piede.
Spiacque a ciascuno del caso malvaggio,
E forse più che a gli altri a Serpentino,
Perché sperava gettarlo al rivaggio;
Ma certamente era falso indovino.
Il duca fu portato al suo palaggio,
E ritornògli il spirto pelegrino;
E similmente il piede dislocato
Gli fu raconcio e stretto e ben legato.
E benché Serpentin tanto abbia fatto,
Danese Ogier di lui non ha spavento.
Mosse il destrier sì furïoso e ratto,
Quale è nel mar di tramontana il vento.
Era la insegna del guerrero adatto
Il scudo azzurro e un gran scaglion d'argento;
Un basalisco porta per cimero
Di sopra a l'elmo lo ardito guerrero.
Suonâr le trombe: ogni om sua lancia aresta
E vengonsi a ferir quei duo campioni.
Non fu quel giorno botta sì rubesta,
Ché parve nel colpir scontro de troni.
Danese Ogieri con molta tempesta
Ruppe di Serpentin ambi li arcioni:
E per la groppa del destrieri il mena,
Sì che disteso il pose in su l'arena.