Fa che aggia l'arme e prestami un destriero,
Ché incontinente giù voglio callare;
E ben ti giuro che al colpo primiero
Quindeci pezzi de uno uomo vo' fare.
Prenderò vivo l'altro cavalliero,
Intorno al capo me il voglio aggirare,
Poi verso il cel tanto alto il lascio gire,
Che penarà tre giorni a giù venire. -

Ballano ed Antifor, che eran presenti
Quando in tal modo Astolfo braveggiava,
Nol cognoscendo per fama altrimenti
Ciascun fuor de intelletto il iudicava.
Ambi eran poderosi, ambi valenti,
E perciò ciascun l'arme adimandava.
Nel castello era molta guarnigione;
Presto se armorno e montarno in arcione.

Astolfo prima gionse alla pianura,
Sempre suonando con tempesta il corno;
Ben mostra cavallier senza paura,
Sì zoioso veniva e tanto adorno.
Ora ascoltati che bella ventura
Li mandò avanti Dio del cel quel giorno,
Ché proprio nella strata se incontrava
In un che l'arme e sua lancia portava.

Quelle arme che valeano un gran tesoro
Un Tartaro le tiene in sua balìa,
E il suo bel scudo, e quella lancia d'oro
Che primamente fu dello Argalia.
Il duca Astolfo, senza altro dimoro,
Per terra a gran furor quello abattia,
Fuor delle spalle sei palmi passato;
Smontò alla terra ed ebbel disarmato.

Esso fu armato ed ha sua lancia presa,
E fatta prova grande oltra misura,
Benché e nemici non faccian diffesa,
Ché de aspettarlo alcun non se assicura.
Tutti ne vanno in rotta alla distesa
Quella gente del campo con paura;
Ma presso al fiume è guerra de altra guisa
Tra il pro' Ranaldo e la forte Marfisa.

Già combattuto avian tutto quel giorno,
Né l'un, né l'altro n'ha ponto avanzato.
Non ha Ranaldo pezzo de arme intorno,
Che non sia rotto e in più parte fiaccato.
Mor di vergogna e pargli aver gran scorno,
E sé del tutto tien vituperato,
Poi che una dama lo conduce a danza,
E più li perde assai che non avanza.

Da l'altra parte è Marfisa turbata
Assai più de Ranaldo nella vista,
E non vorrebbe al mondo esser mai nata,
Poi che in tant'ore il baron non acquista.
Spezzato ha il scudo e la spata troncata,
Tutta ha dolente la persona e pista,
Benché le membre non abbia tagliate;
Non gettan sangue per l'arme affatate.

Mentre che l'uno e l'altro combattia,
Né tra lor se cognosce alcun vantaggio,
La dolorosa gente che fuggia,
Gionge sopra di loro in quel rivaggio.
Re Galafron, che sempre li seguia
Con animo adirato e cor malvaggio,
Fermosse riguardando il crudo fatto:
Marfisa ben cognobbe al primo tratto.

Ma non cognosce il sir de Montealbano,
Che seco combattea con arroganza;
Iudica ben che egli è un omo soprano,
Di summo ardire e di molta possanza.
Guardando iscorse il destrier Rabicano,
Che fu del suo figliolo occiso in Franza;
Feraguto lo occise con gran pena,
Come sapeti, alla selva de Ardena.

Il vecchio patre assai si lamentava,
Come ebbe Rabicano il destrier scorto.
Per nome l'Argalia forte chiamava:
- O stella de virtute, o ziglio de orto,
Che più che la mia vita assai te amava:
È questo il traditor che ti m'ha morto?
Questo è ben quel malvaggio, a naso il sento,
Che ti tolse la vita a tradimento.