Ma sia squartata e sia pasto di cane
La mia persona, e sia polver di saldo,
Se de tua morte per le terre istrane
Vantando se andarà questo ribaldo! -
Così dicendo col brando a due mane
Va furïoso adosso di Ranaldo,
E lo ferisce con tanta ruina,
Che sopra al collo a quel destrier l'inchina.
Quando Marfisa vede quel vecchione
Che sua battaglia viene a disturbare,
Forte se adira, e pargli che a ragione
Se debba de tal onta vendicare;
Vanne turbata verso a Galafrone.
Or Brandimarte quivi ebbe arivare,
E con esso Antifor de Albarossia;
Nïun di lor la dama cognoscia.
Stimâr che quella fosse un cavalliero
Del campo de Agrican, senza contesa,
E veggendo lo assalto tanto fiero,
Del vecchio re se posero in diffesa,
Ché già l'avea battuto de il destriero
Quella superba di furore accesa;
E se sua spada se trovava ponta,
Morto era Galafrone a prima gionta.
Morto era Galafron, come io vi naro,
Che già fuor de lo arcione era caduto;
Ma Brandimarte vi pose riparo
Ed Antifor, che gionse a darli aiuto,
Benché costasse a l'uno e a l'altro caro.
Gionse Antifor in prima, e fo abattuto;
Marfisa d'un tal colpo l'ha ferito,
Che il fece andare a terra tramortito.
Assai fu più che far con Brandimarte,
Ché non era tra lor gran differenza;
Ben meglio ha il cavallier di guerra l'arte,
Ma questa dama ha grande soa potenza.
Ranaldo alora se trava da parte,
Pensando che la eterna Providenza
Voglia che l'uno e l'altro insieme mora,
Ché son pagani e di sua legge fuora.
E la battaglia fiera riguardava,
E chi meglio de il brando se martella;
E l'uno e l'altro prodo iudicava,
Ma più forte stimava la donzella.
Ecco Antifor de terra se levava
E saliva ben presto in su la sella,
E seco è Galafron col brando in mano:
Verso Marfisa ratti se ne vano.
Ecco venire Oberto da il Leone
E il forte re Ballan, che alora è gionto,
E il re Adrïano e il franco Chiarïone,
Che tutti quanti arivano ad un ponto:
Ciascadun segue lo re Galafrone.
Tre re, tre cavallier, come io vi conto,
Ne vanno adosso alla dama pregiata,
Che già con Brandimarte era attaccata.
Essa, come un cingial tra can mastini,
Che intorno se ragira furïoso,
E nel fronte superbo adriccia e crini,
E fa la schiuma al dente sanguinoso;
Sembrano un foco gli occhi piccolini,
Alcia le sete e senza alcun riposo
La fiera testa fulminando mena;
Chi più se gli avicina, ha magior pena:
Non altramente quella dama altiera
De dritti e de riversi oltra misura
Facea battaglia sì crudele e fiera,
Che a più de un par de lor pose paura.
Già più de trenta sono in una schiera,
Lei contra a tutti combattendo dura;
Crescono ogniora e già son più de cento:
Contra a questi altri va con ardimento.
Al pro' Ranaldo, che stava a guardare,
Par che la dama riceva gran torto,
Ed a lei disse: - Io te voglio aiutare,
Se ben dovessi teco esserne morto. -
Quando Marfisa lo sente arivare,
Ne prese alta baldanza e gran conforto,
Ed a lui disse: - Cavallier iocondo,
Poi che sei meco, più non stimo il mondo. -