Quel colpo sopra lui già non discese,
Ché Angelica alla zuffa era presente.
Lei tenne il conte, e per il braccio il prese,
Ed a lui volta con faccia ridente,
Disse: - Barone, egli è chiaro e palese
Che tra gentile e generosa gente
Solo a parole se osserva la fede:
Senza giurare l'uno a l'altro crede.
Questa matina promisi e giurai
Per una volta di farti contento,
E come e quando tu comandarai;
Ma prima tu dèi trare a compimento
Una impresa per me, come tu sai,
La qual comandar posso a mio talento;
Sì che io te dico, franco paladino,
Incontinente pòneti a camino.
Prendi la strata per questa campagna,
Né te curar de indugia né de posa,
Sin che sei gionto nel regno de Orgagna,
Là dove trovarai mirabil cosa;
Ché una regina piena di magagna
(Così Dio ne la faccia dolorosa!)
Ha fabricato un giardin per incanto,
Per cui destrutto è il regno tutto quanto.
Perché alla guarda del falso giardino
Dimora un gran dragone in su la porta,
Qual ha deserto intorno a quel confino
Tutta la gente del paese, e morta;
Né passa per quel regno peregino,
Né dama o cavalliero alla sua scorta,
Che non sian presi per quelle contrate,
E dati al drago con gran crudeltate.
Onde te prego, se me porti amore,
Come ho veduto per esperïenza,
Che questa doglia me levi del core,
De la qual più non posso aver soffrenza;
E so ben che cotanto è il tuo valore
E 'l grande ardire e l'alta tua potenza,
Che, abenché il fatto sia pericoloso,
Pur nella fin serai vittorïoso. -
Orlando alla donzella presto inchina,
Né se fece pregar più per nïente,
E con tanto furor ratto camina,
Che uscito è già di vista a quella gente.
Or, menando fraccasso e gran roina,
Il fio d'Amon turbato se risente;
Strenge a due mano il furïoso brando
Credendo vendicarse al conte Orlando.
Ma quello è già lontan più de una lega:
Ranaldo se 'l destina di seguire,
Ché mai non vôl con lui pace né trega,
Sin che l'un l'altro non farà morire.
Marfisa, Astolfo e ciascuno altro il prega,
E tanto ogniom di lor seppe ben dire,
Che Ranaldo, che avea la mente accesa,
Pur fu acquetato e lasciò quella impresa.
Questo fin ebbe la battaglia fella.
Tornò Ranaldo a farse medicare;
Parlar li volse Angelica la bella,
Lui per nïente la volse ascoltare,
Ché tanto odio portava a la donzella,
Che apena la puoteva riguardare.
Or lei si parte e vien sopra al girone;
Ranaldo in campo torna al paviglione.
Su nella rocca ritornò la dama,
E de amor si lamenta e di fortuna;
Piange dirottamente e morte chiama,
Dicendo: "Or fo giamai sotto la luna
Per l'universo una donzella grama,
O nello inferno passò anima alcuna,
Che avesse tanta pena e tale ardore,
Quale io sostengo a l'affannato core?
Quel gentil cavallier l'alma m'ha tolta,
Né vôl ch'io campa, e non mi fa morire,
Ed è tanto crudel, che non m'ascolta.
Che al manco gli potessi io fare odire
Li affanni che sostengo, una sol volta,
E di poi presto mia vita finire!
Ché dopo morte ancor sarei contenta,
Se egli ascoltasse il dôl che mi tormenta.