Davanti a gli altri il figlio del re Otone,
Astolfo dico, sopra a Rabicano,
Dicendo sue devote orazïone,
Come era usato il cavallier soprano.
Ecco davanti sede in su un petrone
Una donzella e batte mano a mano;
Battese 'l petto e battese la faccia
Forte piangendo, e le sue treccie straccia.
- Misera me! - diceva la donzella
- Misera me! tapina! isventurata!
O parte del mio cor, dolce sorella,
Così non fosti mai nel mondo nata,
Poi che quel traditor sì te flagella!
Meschina me! meschina! abandonata!
Poi che fortuna mi è tanto villana,
Ch'io non ritrovo aiuto a mia germana. -
- Qual cagione hai, - Astolfo gli diciva
- Che ti fa lamentar sì duramente? -
In questo ragionar Ranaldo ariva,
Gionge Prasildo e Iroldo di presente.
La dama tutta via forte piangiva,
Sempre dicendo: - Misera! dolente!
Con le mie mane io mi darò la morte,
S'io non ritrovo alcun che mi conforte. -
Poi, vòlta a quei baron, dicea: - Guerrieri,
Se aveti a' vostri cor qualche pietate,
Soccorso a me per Dio! che n'ho mestieri
Più che altra che abbia al mondo aversitate.
Se drittamente seti cavallieri,
Mostratimi per Dio! vostra bontate
Contra a un ribaldo, falso, traditore,
Pien di oltraggio villano e di furore.
Ad una torre non quindi lontana
Dimora quel malvaso furibondo,
Di là da un ponte, sopra a una fiumana
Che poi fa un lago orribile e profondo.
Io là passava ed una mia germana,
La più cortese dama che aggia il mondo;
E quel ribaldo del ponte discese,
La mia germana per le chiome prese,
Villanamente quella strascinando,
Sin che di là dal ponte fu venuto.
Io sol cridavo e piangia lamentando,
Né gli puotea donare alcuno aiuto.
Lui per le braccia la venne legando
Al tronco de un cipresso alto e fronduto,
E poi spogliata l'ebbe tutta nuda,
Quella battendo con sembianza cruda. -
Abondava alla dama sì gran pianto,
Che non puotea più oltra ragionare.
A tutti quei baron ne incresce tanto
Quanto mai si potrebbe imaginare;
E ciascadun di lor si dona vanto,
Sapendo il loco, de ella liberare,
Ed in conclusïone il duca anglese
A Rabicano in croppa quella prese.
E forse da due miglia han cavalcato,
Quando son gionti al ponte di quel fello.
Quel ponte per traverso era chiavato
De una ferrata, a guisa di castello,
Che arivava nel fiume a ciascun lato;
Nel mezo a ponto a ponto era un portello.
A piedi ivi si passa de legieri,
Ma per strettezza non vi va destrieri.
Di là dal ponte è la torre fondata
In mezo a un prato de cipresso pieno;
Il fiume oltra quel campo se dilata
Nel lago largo un miglio, o poco meno.
Quivi era presa quella sventurata,
Ch'empiva di lamenti il cel sereno;
Tutta era sangue quella meschinella,
E quel crudele ognior più la flagella.
A piede stassi armato il furïoso:
Dalla sinistra ha di ferro un bastone,
Il flagello alla destra sanguinoso;
Batte la dama fuor de ogni ragione.
Iroldo di natura era pietoso:
Ebbe di quella tal compassïone,
Che licenzia a Ranaldo non richiede,
Ma presto smonta ed entra il ponte a piede,