Ed hallo usato ad ogni maestria
Che aver se puote in arte d'armeggiare;
Sì che provedi d'averlo in balìa,
A bench'io creda che vi avrai che fare.
Ma questo è solo il modo e sola via
A voler Carlo Mano disertare;
Ed altramente, io te ragiono scorto,
Tua gente è rotta, e tu con lor sei morto. -
Così parlava quel vecchio barbuto:
Ben crede a sue parole il re Agramante,
Perché tra lor profeta era tenuto
E grande incantatore e nigromante,
E sempre nel passato avea veduto
Il corso delle stelle tutte quante,
E sempre avanti il tempo predicia
Divizia, guerra, pace, caristia.
Incontinente fu preso il partito
Quel monte tutto quanto ricercare,
Sin che si trovi quel giovane ardito,
Che deggia seco il gran passaggio fare.
Questo canto al presente è qui finito;
Segnor, che seti stati ad ascoltare,
Tornati a l'altro canto, ch'io prometto
Contarvi cosa ancor d'alto diletto.
Canto secondo
Se quella gente, quale io v'ho contata
Ne l'altro canto, che è dentro a Biserta,
Fusse senza indugiar di qua passata,
Era Cristianità tutta deserta,
Però che era in quel tempo abandonata
Senza diffesa: questa è cosa certa,
Ché Orlando alora e il sir de Montealbano
Sono in levante al paese lontano.
De Orlando io vi contai pur poco avante,
Che Brigliadoro avea perso, il ronzone,
Quando la dama con falso sembiante
L'avea fatto salire a quel petrone.
Ora lasciamo quel conte d'Anglante,
Ch'io vo' contar de l'altro campïone,
Dico Ranaldo, il cavalliero adorno,
Qual con Marfisa a quel girone è intorno.
E mentre che Agramante e sua brigata
Va cercando Rugier, qual non se trova,
Ranaldo, che ha la mente anco adirata,
Poi che visto non ha l'ultima prova
Della battaglia ch'io ve ho racontata,
Sempre il sdegno crudel più si rinova:
Dico della battaglia ch'io contai,
Ch'ebbe col conte con tormento assai.
Né sa pensar per qual cagion partito
Sia il conte Orlando da quella frontera,
Perché né l'un né l'altro era ferito,
Poco o nïente d'avantaggio vi era.
Ben stima lui che non serìa fuggito
Mai con vergogna per nulla maniera:
Ma, sia quel che si voglia, è destinato
Sempre seguirlo insin che l'ha trovato.
Poi che venuta fu la notte bruna,
Armase tutto e prende il suo Baiardo,
E via camina al lume della luna.
Astolfo a seguitarlo non fu tardo,
Ché vôl con lui patire ogni fortuna.
Iroldo è seco e Prasildo gagliardo;
E già non seppe la forte regina
De lor partita insino alla mattina.
E mostrò poi d'averne poca cura,
O sì o no che ne fusse contenta.
Cavalcano e baroni alla pianura
D'un chiuso trotto, che giamai non lenta.
Ora passata è via la notte scura,
E l'aria de vermiglio era dipenta,
Perché l'alba serena, al sol davante,
Facea il ciel colorito e lustrigiante.