Poi che mirato ha il conte quello occello,
Sotto il suo tronco a l'ombra morto il lassa,
E raconcia il cimiero alto a pennello,
E 'l scudo al braccio nel suo loco abassa.
Verso la porta dove è l'asinello,
Drieto a ponente, in ripa al fiume passa,
E poco caminò che ivi fu gionto,
E vide aprir la porta in su quel ponto.
Mai non fo visto sì ricco lavoro
Come è la porta nella prima faccia.
Tutta è di zoie, e vale un gran tesoro;
Non la diffende né spata né maccia
Ma uno asino coperto a scaglie d'oro,
Ed ha l'orecchie lunghe da due braccia:
Come coda di serpe quelle piega,
E piglia e strenge a suo piacere e lega.
Tutto è coperto di scaglia dorata,
Come io vi ho detto, e non si può passare;
Ma la sua coda taglia come spata,
Né vi può piastra né maglia durare;
Grande ha la voce e troppo smisurata,
Sì che la terra intorno fa tremare.
Ora alla porta il conte s'avicina:
La bestia venne a lui con gran roina.
Orlando lo ferì de un colpo crudo,
Né lo diffende l'incantata scaglia;
Tutto il scoperse insino al fianco nudo,
Perché ogni fatason quel brando taglia.
L'asino prese con l'orecchie il scudo,
E tanto dimenando lo travaglia,
Di qua di là battendo in poco spaccio,
Che al suo dispetto lo levò dal braccio.
Turbosse oltra misura il conte Orlando,
E mena un colpo furïosamente;
Ambe l'orecchie gli tagliò col brando,
Ché quella scaglia vi giovò nïente.
Esso le croppe rivoltò cridando,
E mena la sua coda, che è tagliente,
E spezza al franco conte ogni armatura:
Lui è fatato, e poco se ne cura;
E de un gran colpo a quel colse ne l'anca
Dal lato destro, e tutta l'ha tagliata,
E dentro agionse nella coscia stanca.
Non è riparo alcuno a quella spata;
Quasi la tagliò tutta, e poco manca.
Cadde alla terra la bestia incantata,
Cridando in voce di spavento piena,
Ma il conte ciò non cura e il brando mena.
Mena a due mano il conte e non s'arresta,
Benché cridi la bestia a gran terrore.
Via de un sol colpo gli gettò la testa
Con tutto il collo, o la parte maggiore.
Alor tutta tremò quella foresta,
E la terra s'aperse con rumore,
Dentro vi cadde quella mala fiera;
Poi se ragionse, e ritornò com'era.
Or fora il conte se ne vuole andare,
Ed alla ricca porta èsse invïato,
Ma dove quella fosse non appare:
Il sasso tutto integro è riserrato.
Lui prende il libro e comincia a mirare;
Poi che ogni volta rimane ingannato
E dura indarno cotanta fatica,
Non sa più che se facci o che se dica.
Ciascuna uscita sempre è stata vana
E con arisco grande di morire;
Pur la scrittura del libretto spiana
Che ad ogni modo non se puote uscire
Per una porta volta a tramontana,
Ma là non vi val forza, e non ardire,
Né 'l proprio senno né l'altrui consiglio,
Ché troppo è quello estremo e gran periglio.
Perché un gigante smisurato e forte
Guarda la uscita con la spata in mano,
E se egli avvien che dato li sia morte,
Duo nascon del suo sangue sopra il piano,
E questi sono ancor de simil sorte:
Ciascun quattro produce a mano a mano,
Così multiplicando in infinito
Il numero di lor forte ed ardito.