Perché il secondo assalto era bastato,
E ciascadun di lor vôl prender posa.
Dicea Brunello: "Io non serò firmato,
Che io non guadagni vosco alcuna cosa.
Se non vi spoglio, aveti bon mercato;
Ma poi che seti gente valorosa,
Io voglio usarvi alquanta cortesia:
Ciò che io vi lascio, è della robba mia."
Così dicea Brunello in la sua mente,
E vede a Sacripante quel destriero,
Il qual da parte si stava dolente
Avendo del suo regno gran pensiero,
Che gli parea vedere in foco ardente,
Come contato avea quel messaggiero;
E tal doglia di questo ha Sacripante,
Che non se avede quel che abbi davante.
Diceva lo Africano: "Or che omo è questo
Che dorme in piede, ed ha sì bon ronzone?
Per altra volta io lo farò più desto."
E prese in questo dire un gran troncone,
E la cingia disciolse presto presto,
E pose il legno sotto dello arcione;
Né prima Sacripante se ne avede,
Che quel se parte, e lui rimane a piede.
A questa cosa mirava Marfisa,
Ed avea preso tanta meraviglia,
Che, come fosse dal spirto divisa,
Stringea la bocca ed alciava le ciglia.
Il ladro la trovò tutta improvisa
In tal pensiero, e la spata li piglia;
Quella attamente li trasse di mano,
E via spronando fugge per il piano.
Marfisa il segue e cridando il minaccia,
- Giotton, - dicendo - e' ti costarà cara! -
Ma lui si volta e fagli un fico in faccia;
E fuggendo dicea: - Così se impara! -
Il campo è tutto in arme e costui caccia,
Cridando: - Piglia! piglia! para! para! -
Ma lui, che si trovava un tal destriero,
De lo esser preso avea poco pensiero.
Or Sacripante rimase stordito
Per meraviglia, e non avria saputo
Dire a qual modo sia quel fatto gito,
Se non che esso il destriero avea perduto.
"Dove è colui, - dicea - che m'ha schernito?
Or come fece, ch'io non l'ho veduto?
Esser non puote che uno inganno tanto
Non sia da spirti fatto per incanto.
E se gli è ciò, mia dama con l'annello
Ancor farami avere il bon destriero.
Ben mi è vergogna: ma quale omo è quello
Che possa riparare a tal mestiero?"
Così dicendo tornasi al castello
Pensoso, anzi turbato nel pensiero;
Ma, come gionto fu dentro alla porta,
Angelica trovò che è quasi morta:
Quasi morta di doglia la donzella,
Pensando che riceve un tal dannaggio.
Re Sacripante per nome l'appella,
Dicendo: - Anima mia, chi te fa oltraggio? -
Lei sospirando, piangendo favella,
Dicendo: - Ormai diffesa più non aggio.
Presto nelle sue man me avrà Marfisa,
E serò in pena e con tormento occisa.
Aggio perduta tutta la diffesa
Che aver suoleva a l'ultima speranza,
E so che prestamente serò presa,
E poco tempo de viver me avanza.
E tanto questo danno più mi pesa,
Quanto io l'ho recevuto come a cianza,
E più non sazo, trista, dolorosa,
Chi m'abbia tolta così cara cosa. -
Non sapea il re di quel fatto nïente,
Ché era nel campo, come aveti odito;
Ma detto gli fu poi da quella gente
Come il ladro l'annel tolse de dito
E fuggitte alla ripa prestamente,
E fu impossibil de averlo seguito,
Perché se era gettato giù del sasso,
Sì che egli era affocato al fiume basso.