Al re di Persia fa comandamento
Che prenda Matalista e il re Morgante:
Framarte è questo, il re di valimento.
Ecco il re di Macrobia, ch'è gigante,
Che tutto negro è come un carbon spento:
Pigliar debbe Isoliere e lo Amirante.
Destrier non ha, ma sempre va pedone
Questo gigante, ed ha nome Orïone.

Re de Etïopia fu un gigante arguto,
Che quasi un palmo avea la bocca grossa.
Davanti al re Gradasso fu venuto
(Balorza ha nome quel c'ha tanta possa);
Comandagli che prenda Feraguto.
Ultimamente pone alla riscossa
Li Sericani ed ogni suo barone:
Ma lui non se arma e sta nel paviglione.

Diciamo de Marsilio e di sua gente,
Che sopra al campo vengono arivare,
Vedendo il piano de sotto patente,
Che è pien de omini armati insino al mare.
E' non credeano già primeramente
Che tanta gente potesse adunare
Il mondo tutto, quanto è quivi unita;
Né la posson stimar, perché è infinita.

L'un campo a l'altro più se fa vicino,
Ché le bandiere a l'incontro se vano.
Ciascun dalle due parte è saracino,
Fuor che la gente del re Carlo Mano.
Spinella de Altamonte e Serpentino
Con la lor schiera son gionti nel piano;
Levasi il crido de una e d'altra gente,
Che par che il cel profondi veramente.

Risuona il monte e tutta la rivera
Di trombe, di tamburi e d'altre voce.
Serpentin sta davanti alla frontera,
Sopra a corsier terribile e veloce.
Ora si move il gran gigante Alfrera:
Cosa non fu giamai tanto feroce,
Quanto è colui, che trenta piedi è altano
Su la zirafa, ed ha un bastone in mano.

Di ferro è tutto quanto quel bastone:
Tre palmi volge intorno per misura.
Serpentin contra lui va di rondone
Con l'asta a resta, e già non ha paura.
Ferì il gigante e ruppe il suo troncone;
Ma quella contrafatta creatura
Ha con tal forcia Serpentin ferito,
Che lo distese in terra tramortito.

Nulla ne cura e lascialo disteso;
Con la zirafa passa entro la schiera.
Trova Spinella, e nel braccio l'ha preso;
Via nel portò, come cosa leggiera.
Tutta la gente, di furore acceso,
Col baston batte, e branca la bandiera,
E quella al re Gradasso via mandone,
Insieme con Spinella, chi è prigione.

Ranaldo la sua schiera avea lasciata
In man de Ivone e del fratello Alardo,
E la battaglia avea tutta guardata,
E quanto il grande Alfrera era gagliardo.
Veggendo quella gente sbarattata,
Tempo non parve a lui de esser più tardo:
Manda a dire ad Alardo che si mova;
Lui con la lancia il gran gigante trova.

Or che li potrà far, che quel portava
Un coi' di serpa sopra la coraccia?
Ma pur con tanta furia lo inscontrava,
Che la ziraffa e lui per terra caccia.
Poi tra la schiera Bagliardo voltava,
E ben de intorno con Fusberta spaccia.
Tutti i Cristiani intanto ve arivaro;
Non vi fu a' Saracini alcun riparo.

Vanno per la campagna in abandono;
Rotta, stracciata fu la sua bandiera,
Benché dugento millia armati sono.
Or di terra si leva il forte Alfrera,
Più terribile assai ch'io non ragiono;
Ma poi che vide in volta la sua schera,
Con la ziraffa se messe a seguire,
Non so se per voltarli o per fuggire.