E tanta gente avea seco adunata,
E tanti re, che adesso non vi naro,
Che più non ne fu insieme alcuna fiata.
Discese in terra, e prese Zibeltaro,
Arse e disfece il regno di Granata;
Sibilia né Toledo fier' riparo.
Venne dapoi a Valenzia meschina;
Con Aragona la pose in ruina.
Sì come io dissi, aveva in sua pregione
Ogni baron che a Marsilio obedia,
Tratti coloro de cui fei ragione,
Che dentro da Sirona seco avia,
E de Grandonio, che in opinïone
De esser ben presto preso se vedia:
Ché Barcellona da sera a matina
È combattuta, e mai non se rafina.
Ora tornamo al re Marsilïone,
Che riceve Ranaldo a grande onore,
E molto ne ringrazia il re Carlone.
Ma Feraguto bacia con amore,
Dicendo: - Figlio, io tengo opinïone
Che la tua forza e l'alto tuo valore
Abbatterà Gradasso, quel malegno,
A noi servando il nostro antiquo regno. -
Ordine dasse, che il giorno seguente
Se debba verso Barcellona andare,
Perché Grandonio continuamente
Con foco aiuto aveva a dimandare.
Così fôrno ordinate incontinente
Le schiere, e chi le avesse a governare.
La prima che se parte al matutino,
Guida Spinella e il franco Serpentino.
Vinti millia guerreri è questa schiera.
Segue Ranaldo, il franco combattente:
Cinquanta millia sotto sua bandiera.
Matalista vien drieto e il re Morgante,
Con trenta millia di sua gente fiera;
Ed Isolier da poi con lo Amirante,
Con vinti millia; e a lor drieto in aiuto
Trenta milliara mena Feraguto.
Il re Marsilio l'ultima guidava,
Cinquanta millia de bella brigata.
Ciascuna schiera in ordine ne andava,
L'una da l'altra alquanto separata.
Era il sol chiaro e a l'ôra sventillava
Ogni bandiera, che è ad alto spiegata;
Sì che al calar del monte fôr vedute
Dal re Gradasso, e da' soi cognosciute.
Quattro re chiama, e lor così ragiona:
- Cardon, Francardo, Urnasso e Stracciaberra,
Combattete alle mura Barcellona,
E questo giorno ponitele a terra.
Non vi rimanga viva una persona;
E quel Grandonio che fa tanta guerra,
Io voglio averlo vivo nelle mane
Per farlo far battaglia col mio cane. -
Questi son de India sopra nominati.
Di negra gente seco ne avean tanti,
Quanti mai non seriano annumerati:
Ed oltra a questo duo millia elefanti,
Di torre e di castella tutti armati.
Ora Gradasso fa venirse avanti
Un gran gigante, re di Taprobana,
Che ha una giraffa sotto per alfana.
Più brutta cosa non se vide mai
Che 'l viso di quel re, che ha nome Alfrera.
A lui disse Gradasso: - Ne anderai,
Fa che me arrechi la prima bandiera;
Tutta la gente mena, quanta n'hai. -
E poi, rivolto con la faccia altiera
Al re de Arabia, che gli è lì da lato,
(Faraldo è quel robusto nominato),
A questo re comanda a mano a mano
Che gli meni Ranaldo per presone,
E la bandiera del re Carlo Mano:
- Ma guarda che non scampi il suo ronzone
Ch'io te faria impiccar come un villano;
Ché quel cavallo è stato la cagione
Che me ha fatto partir de Sericana,
Per aver quello e insieme Durindana. -