- Damme pur il destriero e l'armatura, -
Dicea Rugiero - ed altro non curare,
Però che io ti prometto alla sicura
Che io saprò come loro il gioco fare.
Ma tu me indugiarai a notte oscura,
Prima che io possa a quel campo arivare.
Male intende colui che in tempo tiene,
Ché mezo è perso il don che tardi viene. -
Odendo questo il vecchione Atalante,
Però che era presente a le parole,
Biastemava le stelle tutte quante,
Dicendo: - Il celo e la fortuna vôle
Che la fè di Macone e Trivigante
Perda costui, che è tra' baroni un sole,
Che a tradimento fia occiso con pene;
Or sia così, dapoi che esser conviene. -
Così parlava forte lacrimando
Quel negromante, e con voce meschine
Dicea: - Filiolo, a Dio ti racomando! -
Poi se ascose lì presso tra le spine.
Ma il giovanetto avea già cento il brando,
E guarnito era a maglie e piastre fine,
E preso al ciuffo il bon destriero ardito
Sopra lo arcion de un salto era salito.
Il mondo non avea più bel destriero,
Sì come in altro loco io vi contai.
Poi che ebbe adosso il giovane Rugiero,
Più vaga cosa non se vidde mai.
E, mirando il cavallo e il cavalliero,
Se penarebbe a iudicare assai
Se fosser vivi, o tratti dal pennello,
Tanto ciascuno è grazïoso e bello.
Era il destrier ch'io dico, granatino:
Altra volta descrissi sua fazone.
Frontalate il nomava il saracino,
Qual lo perdette ad Albraca al girone;
Ma Rugier possa l'appellò Frontino,
Sin che seco fu morto il bon ronzone;
Balzan, fazuto, e biondo a coda e chiome,
Avendo altro segnore ebbe altro nome.
Quel che facesse il giovanetto fiero
Sopra questo ronzon di che vi conto,
E come sparpagliasse il gran torniero,
Quando nel prato subito fu gionto,
Più largo tempo vi farà mestiero,
Onde al canto presente faccio ponto;
E nel seguente conterovi a pieno
Come il fatto passò, né più né meno.
Canto decimosettimo
Come colui che con la prima nave
Trovò del navicar l'arte e l'ingegno,
Prima alla ripa e ne l'onda suave
Andò spengendo senza vella il legno;
A poco a poco temenza non have
De intrare a l'alto, e poi, senza ritegno
Seguendo al corso il lume de le stelle,
Vidde gran cose e glorïose e belle;
Così ancora io fin qui nel mio cantare
Non ho la ripa troppo abandonata;
Or mi conviene al gran pelago intrare,
Volendo aprir la guerra sterminata.
Africa tutta vien di qua dal mare,
Sfavilla tutto il mondo a gente armata;
Per ogni loco, in ogni regïone
È ferro e foco e gran destruzïone.
Assembrava in Levante il re Gradasso,
In Ponente Marsilio, il re di Spagna,
Che ad Agramante ha conceduto il passo,
Ed esso è in mezo giorno alla campagna.
Tutta Cristianitate anco è in fraccasso,
La Francia, l'Inghilterra e la Allemagna;
Né Tramontana in pace se rimane:
Vien Mandricardo, il figlio de Agricane.