Tutti vengono adosso a Carlo Mano
Da ogni parte del mondo, a gran furore;
Allor fia pien di sangue il monte e il piano,
E se odirà nel cel l'alto romore;
Ma nel presente io me affatico in vano,
Ché a questo fatto io non son gionto ancore,
E, volendol chiarire, egli è mestiero
Prima che io conti il tutto di Rugiero.
Il qual lasciai in su il destriero armato,
Con Balisarda il bon brando al gallone,
Qua già fu con tale arte fabricato,
Che taglia incanto ed ogni fatasone;
Or, perché il fatto ben vi sia contato,
Che l'intendiati a ponto per ragione,
Quel torniamento de che vi contai,
Era nel prato più caldo che mai.
Ché Pinadoro, il re de Constantina,
E il re di Nasamona, Pulïano,
Veggendo de Agramante la ruina,
Qual solo abatte la sua schiera al piano
(Ché il re di Bolga e di Bellamarina,
E quel d'Arzila con quel di Fizano,
Qual d'urto avea atterrato e qual di spada,
E ben tra gli altri se facea far strada;
E la schiera di lui stava da lato,
Come tal fatto non toccasse a loro):
Onde e due franchi re ch'io v'ho contato,
Io dico Pulïano e Pinadoro,
Avendo il campo alquanto circondato,
Ferirno a tutta briglia tra costoro,
E ferno aprir per forza quella schiera,
Gettando a terra la real bandiera.
Alla guardia di quella era Grifaldo
Re di Getula, e 'l re de la Alganzera:
Bardulasto avea nome quel ribaldo,
Di cor malvaggio e di persona fiera.
Né l'un né l'altro al gioco stette saldo:
Fo lor squarciata in braccio la bandiera,
E fo Grifaldo tratto de l'arcione
Da Pulïano a gran confusïone.
E Bardulasto quasi tramortito
Fu per cadere anch'esso alla foresta;
Ché Pinadoro, il giovanetto ardito,
A gran roina il gionse in su la testa;
Onde, al colpo diverso imbalordito,
Via ne 'l porta il destriero a gran tempesta;
E Pinadoro a gli altri se disserra,
E questo abatte e quello urta per terra.
Gionse alla fronte il forte re di Fersa,
Fiaccando sopra a l'elmo la corona,
Che ne andò a terra in più parte dispersa;
Poi verso Alzirdo tutto se abandona,
E tramortito al campo lo riversa.
Questo Alzirdo era re di Tremisona;
Gettollo a terra il re di Constantina,
Che sopra al campo mena tal roina.
Fo costui figlio a l'alto re Balante,
Che da Rugier Vassallo ebbe la morte,
Vago di faccia e di core arrogante,
Maggior del patre e più destro e più forte.
Ora la gente a lui fugge davante,
Né se ritrova alcun che se conforte
Di star con seco voluntieri a faccia,
Ma come capre avante ogniom se caccia.
Il re Agramante non era vicino,
Ed intendea di tal fatto nïente,
Però che avea afrontato il re Sobrino,
E quel se diffendeva arditamente;
Ma vidde di lontano il gran polvino
Che menava fuggendo la sua gente.
Fuggia sua gente a Pinadoro avante:
Forte turbosse in faccia il re Agramante,
E rivoltato con la spada in mano
Ne l'elmo a Pinadoro un colpo lassa,
E tramortito lo distese al piano;
Ma, mentre che turbato avanti passa,
Gionse a lui nella coppa Pulïano,
E la coperta a l'elmo li fraccassa,
Scendendo sì gran colpo in su le spalle,
Che quasi il pose del destriero a valle.