Or si comincia la battaglia grossa.
A tutti Feraguto vien davante:
Giamai non fu pagan di tanta possa.
Isolier, Matalista e il re Morgante,
Ciascuno è ben gagliardo e dura ha l'ossa.
L'Argalifa vien drieto e lo Amirante;
Prima entrato era Alardo e Serpentino,
Ivone e Ricciardetto ed Angelino.

Il re Balorza, con la faccia scura,
Ne porta sotto il braccio Ricciardetto;
Combatte tutta fiata, e non ha cura
De aver nel braccio manco il giovanetto.
Ogniun ben de aiutarlo se procura,
Ma il gigante il porta al lor dispetto.
Alardo, Ivone ed Angelin li è intorno:
Esso de tutti fa gran beffe e scorno.

Il terribile Alfrera avea levato,
Al suo dispetto, Isolier dello arcione.
Feraguto li è sempre nel costato,
Né vôl che 'l porta senza questïone.
Vero è che 'l suo destriero è spaventato,
Né può accostarse con nulla ragione:
Per la ziraffa, lo animal diverso,
Fugge il cavallo indrieto ed a traverso.

Il crudel Orïone alcun non piglia,
Ma con l'arbore occide molta gente,
E petto e faccia ha di sangue vermiglia;
Lancie, né spade non cura nïente,
Ché la sua pelle a uno osso se assomiglia.
Ora tornamo a Ranaldo valente,
Che forte se conturba nello aspetto,
Perché Balorza porta Ricciardetto.

Se or non mostra Ranaldo il suo valore,
Giamai nol mostrarà il barone accorto;
Ché a Ricciardetto porta tanto amore,
Che per camparlo quasi serìa morto.
Dente con dente batte a gran furore,
L'uno e l'altro occhio nella fronte ha torto.
Ma al presente io lascio sua battaglia,
Per ricontarvi un'altra gran travaglia.

Io ve contai pur mo che in Barcellona
Stava Grandonio, e facea gran diffesa;
Come a quei de India e soi re de corona
Fo comandato che l'avesser presa.
Turpin di questa cosa assai ragiona,
Perché non fu giamai più cruda impresa.
Forte è la terra, intorno ben murata;
Or se è la gran battaglia incominciata.

Da mezodì, dove la batte il mare,
Era ordinato un naviglio infinito;
Da terra gli elefanti hanno a menare,
Di torre e di beltresche ogniom guarnito.
Fanno quei Negri sì gran saettare,
Che ciascun nella terra è sbigottito;
Ogni om s'asconde e fugge per paura,
Grandonio solo appar sopra alle mura.

Comincia il crido orribile e diverso,
Ed alle mura s'accosta la gente.
Non è Grandonio già per questo perso,
Ma se diffende nequitosamente;
Tira gran travi dritto ed a traverso;
Pezzi di torre e merli veramente,
Colonne integre lancia quel gigante;
Ad ogni colpo atterra uno elefante.

E va d'intorno facendo gran passo,
Salta per tutto quasi in un momento;
Di ciò che gli è davanti, fa fraccasso,
Getta gran foco con molto spavento;
Perché la gente, che era gioso al basso,
Che e soi fatti vedea e suo ardimento,
Solfo gli dànno con pegola accesa;
Lui tra' la vampa fuora alla distesa.

Lasciam costoro, e torniamo a Ranaldo,
Che nella mente tutto se rodia;
Tanto è di scoter Ricciardetto caldo,
Che se dispera e non trova la via.
Quel gran gigante sta lì fermo e saldo,
E un gran baston di ferro in man tenìa;
Armato è tutto da capo alle piante,
E per destriero ha sotto uno elefante.