Or non gli vale il furïoso assalto,
Non vale a quel barone esser gagliardo,
Però che non puotea gionger tanto alto.
Subitamente smonta di Baiardo,
E nella croppa se gitta d'un salto
A quel gigante, che non gli ha riguardo;
L'elmo gli spezza e d'acciaro una scoffia,
Né pone indugia che 'l colpo ridoppia.

Par che si batta un ferro alla fucina;
Quella gran testa in due parte disserra.
Cadde 'l gigante con tanta roina,
Che a sé d'intorno fie' tremar le terra.
Or ne fugge la gente saracina,
Che è dinanzi a Ranaldo in quella guerra,
Come la lepre fugge avanti al pardo:
Stretti gli caccia quel baron gagliardo.

Aveva Feraguto tuttavia
Più de quattro ore cacciato l'Alfrera;
Ardea ne gli occhi pien de bizaria,
Perché non trova modo, né maniera
Per la quale Isolier riscosso sia.
Quella ziraffa, contraffatta fera,
Via ne lo porta, correndo il trapasso;
E giunse al pavaglion, nanti a Gradasso.

Ferragù segue dentro al paviglione.
L'Alfrera, che se vide al ponto stretto,
Getta Isoliero e mena del bastone,
Ed ebbel gionto sopra al bacinetto,
E sbalordito il fe' cader de arcione:
Quel gran gigante li fu presto al petto.
Così fu preso l'ardito guerreri.
Torna l'Alfrera, e prese anco Isolieri.

Dicea l'Alfrera: - Io ti so dir, segnore,
Che nostra gente è rotta ad ogni modo,
Ché quel Ranaldo è di troppo valore.
Mal volentiera un tuo nemico lodo;
Ma, senza dir d'altrui, lui si fa onore,
E poco d'ora fa, sì come io odo,
Partì la testa al gigante Balorza;
Or pôi pensar, segnor, se egli ha gran forza.

A chi te piace de' tuoi ne dimanda,
Benché anch'io sappia della sua possanza,
Ché 'l re Faraldo d'una ad altra banda
Vidi io passato d'un scontro de lanza.
Il re di Persia a Macon racomanda,
Che fu pur gionto a simigliante danza.
Debb'io tacer di me, che andai per terra,
Che mai non mi intervenne in altra guerra? -

Dicea Gradasso: - Può questo Iddio fare,
Che quel Ranaldo sia tanto potente?
Chi me volesse del cel coronare
(Perché la terra io non stimo nïente),
Non me potrebbe al tutto contentare,
S'io non facessi prova de presente,
Se quel barone è cotanto gagliardo
Che mi diffenda il suo destrier Baiardo. -

Così dicendo chiede l'armatura,
Quella che prima già portò Sansone.
Non ebbe il mondo mai la più sicura;
Da capo a piedi se arma il campïone.
Ecco la gente fugge con paura,
Dietro gli caccia quel figlio d'Amone.
Non pô Gradasso star sì poco saldo,
Che dentro al pavaglion serà Ranaldo.

Più non aspetta, e salta su l'alfana.
Questa era una cavalla smisurata:
Mai non fu bestia al mondo più soprana;
Come Baiardo proprio era intagliata.
Ecco Ranaldo, che gionge alla piana,
In mezo della gente sbaratata.
Oh quanto ben d'intorno il camin spaza,
Troncando busti e spalle e teste e braza!

Ora se move il forte re Gradasso
Sopra l'alfana, con tanta baldanza,
Che tutto il mondo non stimava un asso.
Verso Ranaldo bassava la lanza,
E nel venir menava tal fraccasso,
Che Baiardo il destrier n'ebbe temanza.
Sedeci piedi salì suso ad alto;
Non fo mai visto il più mirabil salto.