Né credo che abbia il mondo altro barone
Qual superchi Ranaldo di valore,
Benché per tutto sia la opinïone
La qual ti tien di lui superïore;
Ma se veder potessi il parangone
E provar qual di voi fosse il minore
Di fortezza, destrezza e de ardimento,
E poi morissi, io moriria contento.

E certo che io te volsi disfidare
Come io te viddi ed ebboti compreso,
Ché ogn'altra cosa fabula mi pare,
Poiché dal fio de Amon me son diffeso. -
Odendo Orlando questo ragionare,
De ira e de sdegno fu nel core acceso,
Onde rispose: - E' si può dir con vero
Ch'el fio de Amone è prodo cavalliero.

Ma quel parlare e lunga cortesia
Qual tanto loda alcun fuor di misura,
Ne offende l'onor de altri in villania.
Se tu tenessi in capo l'armatura,
In poco d'ora si dimostraria
Quel parangon de che hai cotanta cura;
Se il valor di Ranaldo ti è palese,
Me provaresti, e forse alle tue spese.

Poscia che stracco sei di gran travaglia,
Non ti farebbe adesso adispiacere,
Ché tornar voglio in campo alla battaglia,
E, mal per qual che sia, farò vedere
Se la mia spada al par d'una altra taglia. -
Così parlando il conte, al mio parere,
Con molta fretta ed animo adirato
Sopra al destrier salì de un salto armato.

Rimase Feraguto alla foresta,
Che era affannato, come io ve contai,
Ed era disarmato de la testa,
E penò poi ad aver l'elmo assai.
Ma il conte Orlando menando tempesta
Via va correndo, e non se posa mai
Sin che fu gionto a ponto in quelle bande
Ove è la zuffa e la battaglia grande.

Come io ve dissi nel passato giorno,
Re Carlo ed Agramante alla frontiera
Avea ciascuno e suoi baroni intorno:
Battaglia non fu mai più orrenda e fiera.
Non vi è chi voglia di vergogna scorno,
Ma ciascun vôl morir più volentiera
E che sia il spirto e l'animo finito,
Che abandonar del campo preso un dito.

Le lancie rotte e' scudi fraccassati,
Le insegne polverose e le bandiere,
E' destrier morti e' corpi riversati
Facean quel campo orribile a vedere;
E' combattenti insieme amescolati,
Senza governo on ordine de schiere,
Facean romore e crido sì profondo,
Come cadesse con ruina il mondo.

Lo imperator per tutto con gran cura
Governa, combattendo arditamente,
Ma non vi giova regula o misura:
Suo comandar stimato è per nïente;
E benché egli abbia un cor senza paura,
Pur mirando Agramante e sua gran gente,
De retirarse stava in gran pensiero,
Quando cognobbe Orlando al bel quartiero.

Correndo venìa il conte di traverso,
Superbo in vista, in atto minacciante.
Levosse il crido orribile e diverso,
Come fu visto quel segnor de Anglante;
E se alcun forse avea l'animo perso,
Mirando il paladin se trasse avante;
E 'l re Carlon, che 'l vidde di lontano,
Lodava Idio levando al cel le mano.

Or chi contarà ben l'assalto fiero?
Chi potrà mai quei colpi dessignare?
Da Dio l'aiuto mi farà mestiero,
Volendo il fatto aponto racontare;
Perché ne l'aria mai fu trono altiero,
Né groppo di tempesta in mezo al mare,
Né impeto d'acque, né furia di foco,
Qual l'assalir de Orlando in questo loco.