Canto trentesimoprimo
Il sol girando in su quel celo adorno
Passa volando e nostra vita lassa,
La qual non sembra pur durar un giorno
A cui senza diletto la trapassa;
Ond'io pur chieggio a voi che sete intorno,
Che ciascun ponga ogni sua noia in cassa,
Ed ogni affanno ed ogni pensier grave
Dentro ve chiuda, e poi perda la chiave.
Ed io, quivi a voi tuttavia cantando,
Perso ho ogni noia ed ogni mal pensiero,
E la istoria passata seguitando,
Narrar vi voglio il fatto tutto intiero,
Ove io lasciai nel bosco il conte Orlando
Con Feraguto, quel saracin fiero,
Qual, come gionse in su l'acqua corrente,
Orlando il ricognobbe amantinente.
Era in quel bosco una acqua di fontana;
Sopra alla ripa il conte era smontato,
Ed avea cinta al fianco Durindana,
E de ogni arnese tutto quanto armato.
Or così stando in su quella fiumana,
Gionse anche Feragù molto affannato,
Di sete ardendo e d'uno estremo caldo
Per la battaglia che avea con Ranaldo.
Come fu gionto, senza altro pensare
Discese de lo arcione incontinente;
Trasse a sé l'elmo e, volendo pigliare
De l'onda fresca al bel fiume lucente,
O per la fretta o per poco pensare
L'elmo gli cadde in quella acqua corrente,
Ed andò al fondo sin sotto l'arena:
Di questo Feraguto ebbe gran pena.
L'elmo nel fondo basso era caduto,
Né sa quel saracin ciò che si fare,
Se non in vano adimandare aiuto
E al suo Macone starsi a lamentare.
In questo Orlando l'ebbe cognosciuto
Al scudo e a l'arme che suolea portare;
Ed appressato a lui in su la riviera,
Lo salutò parlando in tal maniera:
- Chi te puote aiutare, ora te aiute,
Ed usi verso te tanta pietate,
Che non te mandi a l'anime perdute,
Essendo cavallier di tal bontate.
Così te dricci alla eterna salute
Cognoscimento de la veritate;
Nel ciel gioia te doni e in terra onore,
Come tu sei de' cavallieri il fiore. -
Alciando Feraguto il guardo altiero
A quel parlar cortese che ho contato,
Incontinente scorto ebbe il quartiero,
E ben se tenne alora aventurato,
Poi che la cima de ogni cavalliero
Aveva in quel boschetto ritrovato,
Parendo a lui de averlo a sua balìa
O de pigliarlo o farli cortesia.
E fatto lieto, dove era dolente
Per quel bello elmo che è caduto al fondo,
- Non vo' - disse - dolermi per nïente
Più mai di caso che mi venga al mondo;
Perché, dove io stimai de esser perdente,
Più contento mi trovo e più iocondo
Che esser potesse mai de alcuno acquisto,
Dapoi che 'l fior d'ogni barone ho visto.
Ma dimmi, se gli è licito a sapere:
Perché nel campo, ove è battaglia tanta,
Non te ritrovi a mostrar tuo potere,
Dove Ranaldo sol de onor si vanta?
Sopra di me ben l'ha fatto vedere,
Che son fatato dal capo alla pianta
Per tutti e membri, fora che un sol loco;
Ma ciò giovato me è nïente, o poco.