Apresso Daniberto, il re frisone,
Col re de la Norizia, Manilardo;
Brunello il piccolin, che è un gran giottone,
Stava da canto con molto riguardo.
Ma poco apresso il re Tanfirïone
S'affrontò con Sansone, il bon picardo;
E gli altri tutti, senza più contare,
Chi qua chi là se avean preso che fare.
È la battaglia in sé ramescolata,
Come io ve dico, a questo assalto fiero;
De crido in crido al fin fu riportata
Sin là dove era il marchese Oliviero,
Che combattuto ha tutta la giornata
Contra a Grandonio, il saracino altiero,
E fatto ha l'un a l'altro un gran dannaggio,
Benché vi è poco o nulla d'avantaggio.
Ma, sì come Olivier per voce intese
L'alta travaglia ove Carlo è condotto,
Forte ne dolse a quel baron cortese:
Lasciò Grandonio e là corse di botto.
Così fu reportato anche al Danese,
Qual combatteva, e non era al desotto,
Anci ben stava a Serpentino al paro;
De la lor zuffa vi è poco divaro.
Ma, come oditte che 'l re Carlo Mano
Entrato era a battaglia sì diversa,
Subitamente abandonò il pagano,
Io dico Serpentin, l'anima persa,
E via correndo il cavallier soprano
Poggetti e valli e gran macchie atraversa,
Sin che fu gionto sotto a l'alto monte
Ove azuffato è Carlo e Balifronte.
Così a ciascun che al campo combattia,
Fu l'aspra zuffa subito palese,
Ove il re Carlo e la sua baronia
Contra Agramante stava alle contese.
L'un più che l'altro a gran fretta venìa
A spron battuti e redine distese,
E sì ve se adunarno a poco a poco,
Che ormai non è battaglia in altro loco.
Però che 'l re Marsilio e Balugante,
Grandonio di Volterna e Serpentino
E l'altre gente sue, ch'eran cotante,
Mirando per quel monte il gran polvino,
Ben se stimarno che gli era Agramante,
Ed ormai gionger dovea per confino,
Onde tornarno adietro a dargli aiuto;
Ma già con lor non viene Feraguto.
Però che era fiaccato in tal maniera
Dal pro' Ranaldo, come io vi contai,
Che, stando a rinfrescarsi alla riviera,
Più per quel giorno non tornò giamai.
Vago fu molto il loco dove egli era,
De fiori adorno e de occelletti gai,
Che empìan di zoia il boschetto cantando,
E là in nascosto stava ancora Orlando;
Perché, poi che esso lasciò Pinadoro
(Non so se ricordate il convenente),
Venne in quel bosco e scese Brigliadoro,
E là pregava Iddio devotamente
Che le sante bandiere a zigli d'oro
Siano abattute e Carlo e la sua gente;
E pregando così come io ve ho detto,
Lo trovò Feraguto in quel boschetto.
Né l'un de l'altro già prese sospetto
Come se fôrno insieme ravisati;
Ma qual fosse tra lor l'ultimo effetto,
Da poi vi narrarò, se me ascoltati.
Or l'aspro assalto che di sopra ho detto,
Quale ha tanti baron ramescolati,
Si rinovò sì crudo e sì feroce,
Che io temo che al contar manchi la voce.
Onde io riprenderò di posa alquanto,
Poi tornarò con rime più forbite,
Seguendo la battaglia de che io canto,
Ove l'alte prodezze fiano odite
Di quel Rugier che ha di fortezza il vanto.
Baron cortesi, ad ascoltar venite,
Perché al principio mio io me dispose
Cantarvi cose nove e dilettose.