Di questo Polidoro un Polidante
Nacque da poi, e Flovïan di quello.
Questo di Roma si fece abitante
Ed ebbe duo filioli, ogniun più bello,
L'un Clodovaco, l'altro fu Constante,
E fu diviso quel sangue gemello;
Due geste illustre da questo discesero,
Che poi con tempo molta fama apresero.
Da Constante discese Costantino,
Poi Fiovo e 'l re Fiorello, il campïone,
E Fioravante e giù sino a Pipino,
Regal stirpe di Francia, e il re Carlone.
E fu l'altro lignaggio anco più fino:
Di Clodovaco scese Gianbarone,
E di questo Rugier, paladin novo,
E sua gentil ischiatta insino a Bovo.
Poi se partitte di questa colona
La nobil gesta, in due parte divisa;
Ed una di esse rimase in Antona,
E l'altra a Regio, che se noma Risa.
Questa citade, come se ragiona,
Se resse a bon governo e bona guisa,
Sin che il duca Rampaldo e' soi figlioli
A tradimento fôr morti con dôli.
La voglia di Beltramo traditore
Contra del patre se fece rubella;
E questo fu per scelerato amore
Che egli avea posto alla Galacïella;
Quando Agolante con tanto furore,
Con tanti armati in nave e ne la sella,
Coperse sì di gente insino in Puglia,
Che al vòto non capea ponto de aguglia.
Così parlava verso Bradamante
Rugier, narrando ben tutta la istoria,
Ed oltra a questo ancor seguiva avante,
Dicendo: - Ciò non toglio a vanagloria,
Ma de altra stirpe di prodezze tante,
Che sia nel mondo, non se ne ha memoria;
E, come se ragiona per il vero,
Sono io di questi e nacqui di Rugiero.
Lui de Rampaldo nacque, e in quel lignaggio
Che avesse cotal nome fu secondo;
Ma fu tra gli altri di virtute un raggio,
De ogni prodezza più compiuto a tondo.
Morto fu poscia con estremo oltraggio,
Né maggior tradimento vidde il mondo,
Perché Beltramo, il perfido inumano,
Traditte il patre e il suo franco germano.
Risa la terra andò tutta a ruina,
Arse le case, e fu morta la gente;
La moglie di Rugier, trista, tapina,
Galacïella, dico, la valente,
Se pose disperata alla marina,
E gionta sendo al termine dolente
Che più il fanciullo in corpo non si porta,
Me parturitte, e lei rimase morta.
Quindi mi prese un negromante antico,
Qual di medolle de leoni e nerbi
Sol me nutritte, e vero è quel ch'io dico.
Lui con incanti orribili ed acerbi
Andava intorno a quel diserto ostìco,
Pigliando serpe e draghi più superbi,
E tutti gli inchiudeva a una serraglia;
Poi me ponea con quelli alla battaglia.
Vero è che prima ei gli cacciava il foco
E tutti e denti fuor de la mascella:
Questo fo il mio diletto e il primo gioco
Che io presi in quell'etate tenerella;
Ma quando io parvi a lui cresciuto un poco,
Non me volse tenir più chiuso in cella,
E per l'aspre foreste e solitarie
Me conducea, tra bestie orrende e varie.
Là me facea seguir sempre la traccia
Di fiere istrane e diversi animali;
E mi ricorda già che io presi in caccia
Grifoni e pegasei, benché abbiano ali.
Ma temo ormai che a te forse non spiaccia
Sì lunga diceria de tanti mali:
E, per satisfar tosto a tua richiesta,
Rugier sono io; da Troia è la mia gesta. -