Dicea colui: - Di Media son venuto,
E voglio andare al re di Circasia;
Per tutto il mondo vo' cercando aiuto
Per una dama, che è regina mia.
Ora ascoltati il caso intravenuto:
Il grande imperator di Tartaria
De la regina è inamorato forte,
Ma quella dama a lui vôl mal di morte.
Il patre della dama, Galifrone,
È omo antiquo ed amator di pace;
Né col Tartaro vôl la questïone,
Ché quello è un segnor forte e troppo audace.
Vôl che la figlia, contra a ogni ragione,
Prenda colui che tanto li dispiace:
La damigella prima vôl morire
Che alla voglia del patre consentire.
Ella ne è dentro ad Albraca fuggita,
Che longe è dal Cataio una giornata;
Ed è una rocca forte e ben guarnita,
Da fare a lungo assedio gran durata.
Lì dentro adesso è la dama polita,
Angelica nel mondo nominata;
Ché qualunche è nel cel più chiara stella,
Ha manco luce ed è di lei men bella. -
Poi che partito fo quel messagiero,
Orlando via cavalca alla spiccata;
E ben pare a se stesso nel pensiero
Aver la bella dama guadagnata.
Così pensando, il franco cavalliero
Vede una torre con lunga murata,
La qual chiudeva de uno ad altro monte;
Di sotto ha una rivera con un ponte.
Sopra a quel ponte stava una donzella,
Con una coppa di cristallo in mano.
Veggendo il conte, con dolce favella
Fassigli incontra, e con un viso umano
Dice: - Baron, che seti su la sella,
Se avanti andati, vo' andareti in vano.
Per forza o ingegno non si può passare:
La nostra usanza vi convien servare.
Ed è l'usanza che in questo cristallo
Bever conviensi di questa rivera. -
Non pensa il conte inganno o altro fallo:
Prende la coppa piena, e beve intera.
Come ha bevuto, non fa lungo stallo
Che tutto è tramutato a quel che egli era;
Né sa per che qui venne, o come, o quando,
Né se egli è un altro, o se egli è pur Orlando.
Angelica la bella gli è fuggita
Fuor della mente, e lo infinito amore
Che tanto ha travagliata la sua vita;
Non se ricorda Carlo imperatore.
Ogni altra cosa ha del petto bandita,
Sol la nova donzella gli è nel core;
Non che di lei se speri aver piacere,
Ma sta suggetto ad ogni suo volere.
Entra la porta sopra a Brigliadoro,
Fuor di se stesso, quel conte di Brava.
Smonta a un palagio de sì bel lavoro,
Che per gran meraviglia il riguardava;
Sopra a colonne de ambro e base d'oro
Una ampla e ricca logia se posava;
Di marmi bianchi e verdi ha il suol distinto,
Il cel de azurro ed ôr tutto è depinto.
Davanti della logia un giardin era,
Di verdi cedri e di palme adombrato,
E de arbori gentil de ogni maniera.
Di sotto a questi verdeggiava un prato,
Nel qual sempre fioriva primavera:
Di marmoro era tutto circondato;
E da ciascuna pianta e ciascun fiore
Usciva un fiato di suave odore.
Posesi il conte la logia a mirare,
Che avea tre facce, ciascuna depinta.
Sì seppe quel maestro lavorare,
Che la natura vi serebbe vinta.
Mentre che il conte stava a riguardare,
Vide una istoria nobile e distinta.
Donzelle e cavallieri eran coloro:
Il nome de ciascuno è scritto d'oro.