Però che quella che ha tanta beltade,
Era figliola del re Galifrone,
Piena de inganni e de ogni falsitade,
E sapea tutte le incantazïone.
Era venuta alle nostre contrade,
Ché mandata l'avea quel mal vecchione
Col figliol suo, ch'avea nome Argalia,
E non Uberto, come ella dicia.

Al giovenetto avea dato un destrieri
Negro quanto un carbon quando egli è spento,
Tanto nel corso veloce e leggieri,
Che già più volte avea passato il vento;
Scudo, corazza ed elmo col cimieri,
E spada fatta per incantamento;
Ma sopra a tutto una lancia dorata,
D'alta ricchezza e pregio fabricata.

Or con queste arme il suo patre il mandò,
Stimando che per quelle il sia invincibile,
Ed oltra a questo uno anel li donò
Di una virtù grandissima, incredibile,
Avengaché costui non lo adoprò;
Ma sua virtù facea l'omo invisibile,
Se al manco lato in bocca se portava:
Portato in dito, ogni incanto guastava.

Ma sopra a tutto Angelica polita
Volse che seco in compagnia ne andasse,
Perché quel viso, che ad amare invita,
Tutti i baroni alla giostra tirasse,
E poi che per incanto alla finita
Ogni preso barone a lui portasse:
Tutti legati li vôl nelle mane
Re Galifrone, il maledetto cane.

Così a Malagise il dimon dicia,
E tutto il fatto gli avea rivelato.
Lasciamo lui: torniamo a l'Argalia,
Che al Petron di Merlino era arivato.
Un pavaglion sul prato distendia,
Troppo mirabilmente lavorato;
E sotto a quello se pose a dormire,
Ché di posarse avea molto desire.

Angelica, non troppo a lui lontana,
La bionda testa in su l'erba posava,
Sotto il gran pino, a lato alla fontana:
Quattro giganti sempre la guardava.
Dormendo, non parea già cosa umana,
Ma ad angelo del cel rasomigliava.
Lo annel del suo germano aveva in dito,
Della virtù che sopra aveti odito.

Or Malagise, dal demon portato,
Tacitamente per l'aria veniva;
Ed ecco la fanciulla ebbe mirato
Giacer distesa alla fiorita riva;
E quei quattro giganti, ogniuno armato,
Guardano intorno e già nïun dormiva.
Malagise dicea: "Brutta canaglia,
Tutti vi pigliarò senza battaglia.

Non vi valeran mazze, né catene,
Né vostri dardi, né le spade torte;
Tutti dormendo sentirete pene,
Come castron balordi avreti morte."
Così dicendo, più non si ritiene:
Piglia il libretto e getta le sue sorte,
Né ancor aveva il primo foglio vòlto,
Che già ciascun nel sonno era sepolto.

Esso dapoi se accosta alla donzella
E pianamente tira for la spada,
E veggendola in viso tanto bella
Di ferirla nel collo indugia e bada.
L'animo volta in questa parte e in quella,
E poi disse: "Così convien che vada:
Io la farò per incanto dormire,
E pigliarò con seco il mio desire."

Pose tra l'erba giù la spada nuda,
Ed ha pigliato il suo libretto in mano;
Tutto lo legge, prima che lo chiuda.
Ma che li vale? Ogni suo incanto è vano,
Per la potenzia dello annel sì cruda.
Malagise ben crede per certano
Che non si possa senza lui svegliare,
E cominciolla stretta ad abbracciare.