La damisella un gran crido mettia:
- Tapina me, ch'io sono abandonata! -
Ben Malagise alquanto sbigotia,
Veggendo che non era adormentata.
Essa, chiamando il fratello Argalia,
Lo tenìa stretto in braccio tutta fiata;
Argalia sonacchioso se sveglione,
E disarmato uscì del pavaglione.

Subitamente che egli ebbe veduto
Con la sorella quel cristian gradito,
Per novità gli fu il cor sì caduto,
Che non fu de appressarse a loro ardito.
Ma poi che alquanto in sé fu rivenuto,
Con un troncon di pin l'ebbe assalito,
Gridando: - Tu sei morto, traditore,
Che a mia sorella fai tal disonore. -

Essa gridava: - Legalo, germano,
Prima ch'io il lasci, che egli è nigromante;
Ché, se non fosse l'annel che aggio in mano,
Non son tue forze a pigliarlo bastante. -
Per questo il giovenetto a mano a mano
Corse dove dormiva un gran gigante,
Per volerlo svegliar; ma non potea,
Tanto lo incanto sconfitto il tenea.

Di qua, di là, quanto più può il dimena;
Ma poi che vede che indarno procaccia,
Dal suo bastone ispicca una catena,
E de tornare indrieto presto spaccia;
E con molta fatica e con gran pena
A Malagise lega ambe le braccia,
E poi le gambe e poi le spalle e il collo:
Da capo a piede tutto incatenollo.

Come lo vide ben esser legato,
Quella fanciulla li cercava in seno;
Presto ritrova il libro consecrato,
Di cerchi e de demonii tutto pieno.
Incontinenti l'ebbe diserrato;
E nello aprir, né in più tempo, né in meno,
Fu pien de spirti e celo e terra e mare,
Tutti gridando: - Che vôi comandare? -

Ella rispose: - Io voglio che portate
Tra l'India e Tartaria questo prigione,
Dentro al Cataio, in quella gran citate,
Ove regna il mio padre Galafrone;
Dalla mia parte ce lo presentate,
Ché di sua presa io son stata cagione,
Dicendo a lui che, poi che questo è preso,
Tutti gli altri baron non curo un ceso. -

Al fin delle parole, o in quello instante,
Fu Malagise per l'aere portato,
E, presentato a Galafrone avante,
Sotto il mar dentro a un scoglio impregionato.
Angelica col libro a ogni gigante
Discaccia il sonno ed ha ciascun svegliato.
Ogn'om strenge la bocca ed alcia il ciglio,
Forte ammirando il passato periglio.

Mentre che qua fôr fatte queste cose,
Dentro a Parigi fu molta tenzone,
Però che Orlando al tutto se dispose
Essere in giostra il primo campïone;
Ma Carlo imperatore a lui rispose
Che non voleva e non era ragione;
E gli altri ancora, perché ogni om se estima,
A quella giostra volean gire in prima.

Orlando grandemente avea temuto
Che altrui non abbia la donna acquistata,
Perché, come il fratello era abattuto,
Doveva al vincitore esser donata.
Lui de vittoria sta sicuro e tuto,
E già li pare averla guadagnata;
Ma troppo gli rencresce lo aspettare,
Ché ad uno amante una ora uno anno pare.

Fu questa cosa nella real corte
Tra il general consiglio essaminata;
Ed avendo ciascun sue ragion pòrte,
Fu statuita al fine e terminata,
Che la vicenda se ponesse a sorte;
Ed a cui la ventura sia mandata
D'essere il primo ad acquistar l'onore,
Quel possa uscire alla giostra di fore.