Canto settimo
Dura battaglia e crudele e diversa
È cominciata, come ho sopra detto;
Ora il Danese Urnasso giù riversa:
Partito l'ha Curtana insino al petto.
Questa schiera pagana era ben persa;
Ma quel destrier de Urnasso maledetto
Ferì il Danese col corno alla coscia:
Lo arnese e quella passa con angoscia.
Era il Danese in tre parte ferito,
E tornò indrieto a farse medicare.
Lo imperator, che 'l tutto avea sentito,
Fa Salamone alla battaglia entrare,
E dopo lui Turpino, il prete ardito;
Il ponte a San Dionigi fa callare,
E mette Gaino fuor con la sua scorta:
Ricardo fece uscir de un'altra porta.
De un'altra uscitte il possente Angelieri,
Dudon quel forte, che a bontà non mente:
E da Porta Real vien Olivieri,
E di Bergogna quel Guido possente;
Il duca Naimo e il figlio Berlengieri,
Avolio, Otone, Avino, ogniom valente,
Chi da una porta e chi da l'altra vene,
Per dare a' Saracin sconfitta e pene.
Lo imperator, de gli altri più feroce,
Uscitte armato, e guida la sua schiera,
Racomandando a Dio con umil voce
La cità di Parigi, che non piera.
Monaci e preti con reliquie e croce
Vanno de intorno, e fan molte preghera
A Dio e a' Santi, che diffenda e guardi
Re Carlo Mano e' soi baron gagliardi.
Ora suona a martello ogni campana,
Trombe, tamburi, e cridi ismisurati;
E da ogni parte la gente pagana
Davanti, in mezzo e dietro eno assaltati.
Battaglia non fu mai cotanto strana,
Ché tutti insieme son ramescolati.
Olivier tra la gente saracina
Un fiume par che fenda la marina.
Cavalli e cavallier vanno a traverso,
E questo occide, e quel getta per terra;
Mena Altachiera a dritto ed a roverso,
Più che mille altri ai Saracin fa guerra:
Non creder che un sol colpo egli abbia perso.
Ecco scontrato fu con Stracciaberra,
Quel negro de India, re di Lucinorco,
C'ha for di bocca il dente come porco.
Tra lor durò la battaglia nïente,
Ché il marchese Olivier mosse Altachiera,
Tra occhio e occhio e l'uno e l'altro dente,
Partendo in mezo quella faccia nera;
Poi dà tra li altri col brando tagliente,
Mete in ruina tutta quella schiera;
E mentre che 'l combatte con furore,
Ariva quivi Carlo imperatore.
Avea quel re la spada insanguinata,
Montato era quel giorno in su Baiardo;
La gente saracina ha sbarattata,
Mai non fu visto un re tanto gagliardo.
Ripone il brando e una lancia ha pigliata,
Però che ebbe adocchiato il re Francardo:
Francardo, re d'Elissa, l'Indïano,
Che combattendo va con lo arco in mano.
Sagittando va sempre quel diverso:
Tutto era negro, e il suo gambilo è bianco.
Lo imperatore il gionse su il traverso,
E tutto lo passò da fianco a fianco;
De l'anima pensati, il corpo è perso.
Ma già non parve allor Baiardo stanco;
Col morto era il gambilo in sul sentiero,
Sopra de un salto li passò il destriero.