Or dentro da Parigi è ben palese
La gran sconfitta, e che Carlo è in pregione.
Salta del letto subito il Danese,
Forte piangendo, quel franco barone.
Fascia la coscia, vestise l'arnese,
Ed a la porta ne viene pedone;
Ché, per non indugiare, il sir pregiato
Comanda che il destrier li sia menato.

Come qui gionge, la porta è serrata,
Di fuor da quella se odeno gran stride;
Morta è tutta la gente battizata.
Non vôle aprir quel portiero omicide;
Perché la Pagania non vi sia entrata,
Comporta che i Pagan sua gente occide.
Il Danese lo prega e lo conforta
Che sotto a sua diffesa apra la porta.

Quel portier crudo con turbata faccia
Dice al Danese che non vôle aprire,
E con parole superbe il minaccia,
Se dalla guardia sua non se ha a partire.
Il Danese turbato prende una accia;
Ma, come quello il vede a sé venire,
Lascia la porta e fugge per la terra:
Presto il Danese quella apre e disserra.

Il ponte cala lo ardito guerrero;
Sopra vi monta lui con l'accia in mano.
Ora di aver boni occhi li è mestiero,
Ché dentro fugge a furia ogni Cristiano,
E ciascadun vôle essere il primero.
Meschiato è tra lor seco alcun pagano;
Ben lo cognosce il Danese possente,
E con quella accia fa ciascun dolente.

Gionge la furia de' pagani in questa:
Avanti a tutti gli altri è Serpentino.
Sopra del ponte salta con tempesta,
L'accia mena il Danese paladino,
E gionge a Serpentino in su la testa.
Tutto se avampa a foco l'elmo fino,
Perché di fatasone era sicura
Del franco Serpentin quella armatura.

Sente il Danese la folta arivare:
Gionge Gradasso e Ferragù possente.
Ben vede lui che non può riparare,
Tanto gli ingrossa d'intorno la gente;
Il ponte alle sue spalle fa tagliare.
Giamai non fu un baron tanto valente;
Contra tanti pagan tutto soletto
Diffese un pezo il ponte al lor dispetto.

Intorno li è Gradasso tutta fiata,
E ben comanda che altri non se impaccia.
Sente il Danese la porta serrata:
Ormai più non si cura, e mena l'accia.
Gradasso con la man l'ebbe spezzata;
Dismonta a piedi e ben stretto lo abbraccia.
Grande è il Danese e forte campïone,
Ma pur Gradasso lo porta prigione.

Dentro alla terra non è più barone,
Ed è venuto già la notte scura.
Il popol tutto fa processïone,
Con veste bianche e con la mente pura:
Le chiesie sono aperte e le pregione.
Il giorno aspetta con molta paura;
Né altro ne resta che, alla porta aperta,
Veder se stesso e sua cità deserta.

Astolfo con quelli altri fo lasciato,
Né se amentava alcun che 'l fosse vivo;
Perché, come fu prima impregionato,
Fu detto a pieno che de vita è privo.
Era lui sempre di parlar usato,
E vantatore assai più che non scrivo;
Però, come odì 'l fatto, disse: - Ahi lasso!
Ben seppe come io stava il re Gradasso.

Se io me trovavo della pregion fuora,
Non era giamai preso il re Carlone:
Ma ben li ponerò rimedio ancora.
Il re Gradasso vo' pigliar pregione;
E domatina, al tempo de l'aurora,
Armato e solo io montarò in arcione;
Stati voi sopra a' merli alla vedetta.
Tristo è il pagan che nel campo me aspetta! -