Di questa dama tu non sai la istoria,
Ché ragionato non me n'hai nïente;
Ma questa è la donzella che se gloria
Di avere in guardia quel Tronco lucente.
Chiunche la vede, perde la memoria,
E resta sbigotito nella mente;
Ma se lei stessa vede la sua faccia,
Scorda il tesoro e de il giardin se caccia.

A te bisogna un specchio aver per scudo,
Dove la dama veda sua beltade.
Senza arme andrai, e de ogni membro nudo,
Perché convien entrar per Povertade.
Di quella porta è lo aspetto più crudo
Che altra cosa del mondo in veritade;
Ché tutto il mal se trova da quel lato,
E, quel che è peggio, ogni om vien caleffato.

Ma a l'opposita porta, ove hai a uscire,
Ritrovarai sedersi la Ricchezza,
Odiata assai, ma non se gli osa a dire;
Lei ciò non cura, e ciascadun disprezza.
Parte del ramo qui convienci offrire,
Né si passa altramente quella altezza,
Perché Avarizia apresso lei lì siede;
Benché abbia molto, sempre più richiede."

Prasildo ha inteso il fatto tutto aperto
Di quel giardino, e ringraziò il palmiero.
Indi se parte e, passato il deserto,
In trenta giorni gionse al bel verziero;
Ed essendo del fatto bene esperto,
Intra per Povertate de leggiero.
Mai ad alcun se chiude quella porta,
Anci vi è sempre chi de entrar conforta.

Sembrava quel giardino un paradiso
Alli arboscelli, ai fiori, alla verdura.
De un specchio avea il baron coperto il viso,
Per non veder Medusa e sua figura;
E prese nello andar sì fatto aviso,
Che all'arbor d'oro agionse per ventura.
La dama, che apoggiata al tronco stava,
Alciando il capo nel specchio mirava.

Come se vide, fu gran meraviglia,
Ché esser credette quel che già non era;
E la sua faccia candida e vermiglia
Parve di serpe terribile e fera.
Lei paurosa a fuggir se consiglia,
E via per l'aria se ne va leggiera;
Il baron franco, che partir la sente,
Gli occhi disciolse a sé subitamente.

Quinci andò al tronco, poi che era fuggita
Quella Medusa, falsa incantatrice,
Che, de la sua figura sbigotita,
Avea lasciata la ricca radice.
Prasildo un'alta rama ebbe rapita,
E smontò in fretta, e ben si tien felice;
Venne alla porta che guarda Ricchezza,
Che non cura virtute o gentilezza.

Tutta de calamita era la entrata,
Né senza gran romor se puote aprire.
Il più del tempo si vede serrata:
Fraude e Fatica a quella fa venire.
Pur se ritrova aperta alcuna fiata,
Ma con molta ventura convien gire.
Prasildo la trovò quel giorno aperta,
Perché de mezo il ramo fece offerta.

De qui partito torna a caminare;
Or pensa, cavallier, se egli è contento,
Che mai non vede l'ora de arrivare
In Babilonia, e parli un giorno cento.
Passa per Nubia, per tempo avanzare,
E varcò il mar de Arabia con bon vento;
Sì giorno e notte con fretta camina,
Che a Babilonia gionse una matina.

A quella dama fece poi assapere
Come a sua volontade ha bon fin messa;
E, quando voglia il bel ramo vedere,
Elegia il loco e il tempo per se stessa.
Ben gli ricorda ancor come è dovere
Che li sia attesa l'alta sua promessa;
E quando quella volesse disdire,
Sappiasi certo di farlo morire.