Io fui e son tua ancor, mentre son viva,
E sempre serò tua, poi che sia morta,
Se quel morir de amor l'alma non priva,
Se non è in tutto di memoria tolta.
Non vo' che mai se dica, o mai se scriva:
'Tisbina senza Iroldo se conforta.'
Vero è che de tua morte non mi doglio,
Perché ancora io più in vita star non voglio.
Tanto quella convengo differire
Ch'io solva di Prasildo la promessa,
Quella promessa che mi fa morire;
Poi me darò la morte per me stessa.
Con te ne l'altro mondo io vo' venire,
E teco in un sepolcro serò messa.
Così ti prego ancora, e strengo forte,
Che morir meco vogli de una morte.
E questo fia de un piacevol veneno,
Il qual sia con tale arte temperato,
Che il spirto nostro a un ponto venga meno,
E sia cinque ore il tempo terminato;
Ché in altro tanto fia compiuto e pieno
Quel che a Prasildo fo per me giurato.
Poi con morte quïeta estinto sia
Il mal che fatto n'ha nostra pacìa."
Così della sua morte ordine dànno
Quei duo leali amanti e sventurati,
E col viso apoggiato insieme stanno,
Or più che prima nel pianto afocati,
Né l'un da l'altro dipartir se sanno,
Ma così stretti insieme ed abbracciati.
Per il venen mandò prima Tisbina
Ad un vecchio dottor di medicina.
Il qual diede la coppa temperata,
Senz'altro dimandare alla richiesta.
Iroldo, poi che assai l'ebbe mirata,
Disse: "Or su, ché altra via non c'è che questa
A dar ristoro a l'alma adolorata.
Non mi serà Fortuna più molesta,
Ché morte sua possanza al tutto serba:
Così se doma sol quella superba."
E poi che per mitade ebbe sorbito
Sicuramente il succo venenoso,
A Tisbina lo porse sbigotito.
Lui non è di sua morte pauroso
Ma non ardisce a lei far quello invito;
Però, volgendo il viso lacrimoso,
Mirando a terra, la coppa gli porse,
E de morire alora stette in forse,
Non del tossico già, ma per dolore,
Che il venen terminato esser dovia.
Ora Tisbina con frigido core,
Con man tremante la coppa prendia,
E biastemando la Fortuna e Amore,
Che a fin tanto crudel li conducia,
Bevette il succo che ivi era rimaso,
Insino al fondo del lucente vaso.
Iroldo se coperse il capo e il volto,
E già con gli occhi non volìa vedere
Che il suo caro desio li fosse tolto.
Or se comincia Tisbina a dolere,
Ché non è il suo cordoglio ancor dissolto;
Nulla la morte li facea al parere
Il convenirgli da Prasildo gire:
Questa gran doglia avanza ogni martìre.
Nulla di manco, per servar sua fede,
A casa del barone essa ne è andata,
E di parlare a lui secreto chiede:
Era di giorno, e lei accompagnata.
Apena che Prasildo questo crede,
E fattosegli incontro in su la entrata,
Quanto più puote, la prese a onorare,
Né di vergogna sa quel che si fare.
Ma poi che solo in un loco secreto
Se fo con lei ridotto ultimamente,
Con un dolce parlare e modo queto,
E quanto più sapea piacevolmente,
Se forza de tornarli il viso lieto,
Che lacrimoso a sé vede presente.
Lui per vergogna ciò crede avenire,
Né il breve tempo sa del suo morire.