Giunse al gigante in lo destro gallone,
Che tutto lo tagliò, come una pasta,
E rene e ventre, insino al petignone;
Né de aver fatto il gran colpo li basta,
Ma mena intorno il brando per ragione,
Perché ciascun de' tre forte il contrasta.
L'Argalia solo a lui non dà travaglia,
Ma sta da parte e guarda la battaglia.

Fie' Feraguto un salto smisurato:
Ben vinti piedi è verso il cel salito;
Sopra de Urgano un tal colpo ha donato,
Che 'l capo insino a i denti gli ha partito.
Ma mentre che era con questo impacciato,
Argesto nella coppa l'ha ferito
D'una mazza ferrata, e tanto il tocca,
Che il sangue gli fa uscir per naso e bocca.

Esso per questo più divenne fiero,
Come colui che fu senza paura,
E messe a terra quel gigante altiero,
Partito dalle spalle alla cintura.
Alor fu gran periglio al cavalliero,
Perché Turlon, che ha forza oltra misura,
Stretto di drieto il prende entro alle braccia,
E di portarlo presto se procaccia.

Ma fosse caso, o forza del barone,
Io no 'l so dir, da lui fu dispiccato.
Il gran gigante ha di ferro un bastone,
E Feraguto il suo brando afilato.
Di novo si comincia la tenzone:
Ciascuno a un tratto il suo colpo ha menato,
Con maggior forza assai ch'io non vi dico;
Ogni om ben crede aver còlto il nemico.

Non fu di quelle botte alcuna cassa,
Ché quel gigante con forza rubesta
Giunselo in capo e l'elmo gli fraccassa,
E tutta quanta disarmò la testa;
Ma Feraguto con la spada bassa
Mena un traverso con molta tempesta
Sopra alle gambe coperte di maglia,
Ed ambedue a quel colpo le taglia.

L'un mezo morto, e l'altro tramortito
Quasi ad un tratto cascarno sul prato.
Smonta l'Argalia e con animo ardito
Ha quel barone alla fonte portato,
E con fresca acqua l'animo stordito
A poco a poco gli ebbe ritornato;
E poi volea menarlo al pavaglione,
Ma Feraguto niega esser pregione.

- Che aggio a fare io, se Carlo imperatore
Con Angelica il patto ebbe a firmare?
Son forsi il suo vasallo o servitore,
Che in suo decreto me possa obligare?
Teco venni a combatter per amore,
E per la tua sorella conquistare:
Aver la voglio, o ver morire al tutto. -
Queste parole dicea Feragutto.

A quel rumore Astolfo se è levato,
Che sino alora ancor forte dormia,
Né il crido de' giganti l'ha svegliato
Che tutta fe' tremar la prataria.
Veggendo i duo baroni a cotal piato,
Tra lor con parlar dolce se mettia,
Cercando de volerli concordare:
Ma Feraguto non vôle ascoltare.

Dicea l'Argalia: - Ora non vedi,
Franco baron, che tu sei disarmato?
Forse che de aver l'elmo in capo credi?
Quello è rimaso in sul campo spezzato.
Or fra te stesso iudica, e provedi
Se vôi morire, o vôi esser pigliato:
Che stu combatti avendo nulla in testa,
Tu in pochi colpi finira' la festa. -

Rispose Feraguto: - E' mi dà il core,
Senza elmo, senza maglia e senza scudo,
Aver con teco di guerra l'onore;
Così mi vanto di combatter nudo
Per acquistare il desiato amore. -
Cotal parole usava il baron drudo,
Però ch'Amor l'avea posto in tal loco,
Che per colei s'arìa gettato in foco.