CAP. XLVIII. Come la gente del re d’Ungheria sconfisse i baroni del Regno.

Vedendo i capitani della gente del re d’Ungheria che la baronia del Regno era accolta a Napoli contro a loro, e non si movea nè mostrava in campo per le loro cavalcate, si feciono loro più presso a Meleto quattro miglia presso a Napoli; e quivi stando, cominciarono a dare voce che discordia fosse tra’ Tedeschi e gli Ungheri, e seguendo loro malizia s’armarono, e acconciarono il campo come se dovessero combattere insieme; e avendo tra loro mezzani gli Ungheri, come malcontenti d’essere con Currado Lupo, dierono voce di volersene tornare in Puglia. I giovani baroni che sentivano di presso le novelle de’ loro nimici, e’ baldanzosi cavalieri napoletani credendo che la discordia fosse tra gli Ungheri e’ Tedeschi come la boce correa, non accorgendosi del baratto, e parendo loro che per difetto di vittuaglia e’ non potessono più stare nel paese, quasi come la preda uscisse loro tra le mani aspettando, fremivano nell’animo d’uscire fuori, e correre sopra i nimici; e contradicendo il re e ’l suo consiglio la furiosa presunzione de’ giovani baroni e de’ pomposi Napoletani, in furia s’apparecchiarono dell’arme. E montati sopra i loro destrieri e buoni cavalli, che n’erano bene forniti, e con ricchi arredi e nobili sopransegne, colle cinture dell’oro e dell’argento cinte, in grande pompa, avendo fatto loro capitani messer Ruberto di Sanseverino, e messer Ramondo del Balzo, valenti baroni, e il conte di Sprech Tedesco, e messer Guiglielmo da Fogliano, ordinate loro battaglie, contradicendolo il re in persona, uscirono di Napoli, e addirizzaronsi a’ nimici. Il cammino era corto, e il paese piano, sicchè in poca d’ora furono giunti al campo, ove trovarono di costa a Meleto nella spianata schierati i nemici, i quali aveano sentito il furioso movimento de’ ricchi baroni e cavalieri del Regno, e aveano con savio provvedimento fatte tre schiere. Vedendo la folle condotta de’ loro avversari, s’allegrarono, e’ baldanzosi regnicoli sì diedono francamente nella prima schiera, la quale, per ordine fatto a maestria, s’aperse, e lasciò valicare, e mescolare tra loro la cavalleria del Regno, non ostante che assai fussono più di loro; e reggendo a testa la seconda schiera e intrigata la battaglia, il conte di Lando, ch’era da parte colla sua schiera, tornò un poco di campo, e venne loro alle reni, e combattendoli dinanzi e didietro, avvegnachè v’avesse di valorosi cavalieri, per la loro mala provvedenza in poca d’ora con non troppa asprezza di battaglia gli ebbono vinti, e sbarattati e richiusi tra loro per modo, che la maggior parte co’ loro capitani furono presi, e pochi ne morirono. Quelli che poterono fuggire ne fuggirono, e non furono incalciati, perchè erano presso alla città, e i loro nemici n’aveano assai tra le mani a guardare, sicchè non si curarono d’incalciare gli altri. Questa propriamente non si potè dire battaglia, ma uno irretamento da pigliare baroni e cavalieri di grandi ricchezze. I presi furono tra conti e baroni venticinque de’ maggiori del Regno, con molti ricchi cavalieri napoletani di Capovana e di Nido, e nobili scudieri e grandi borgesi e baroncelli del Regno, i quali erano tutti bene montati. E come i capitani de’ Tedeschi e degli Ungheri ebbono raccolti insieme i prigioni e la preda, con grande festa e sollazzo d’avere acquistato grande tesoro senza fatica, gli condussono ad Aversa; e messi i baroni e’ cavalieri in sicure prigioni, l’altra preda divisono tra loro. E questo fu a dì sei di giugno 1349.

CAP. XLIX. Come i Napoletani ricomperarono la vendemmia da’ nimici.

Dopo la detta sconfitta la gente del re d’Ungheria avendo presa grande baldanza, cavalcavano ogni dì infino a Napoli per tutte le contrade circostanti alla città, senza trovare alcuno contasto. Ch’e’ cavalieri ch’erano in Napoli, e quelli che scamparono della sconfitta, tutti tornarono in loro paese, e i Napoletani non ebbono più ardire di montare a cavallo contra i nimici; per la qual cosa assai picciola gente spesso entravano con grande ardire tra santa Maria del Carmino e il Santolo, rubando e facendo preda in sul mercato; e per questo avvenne che per terra non v’entrava alcuna vittuaglia, e però convenne che per mare vi venisse d’altre parti, e montasse ogni cosa, fuori del vino, in grande carestia. Vedendo i Napoletani nella forza de’ loro nemici tutto il loro contado, temendo delle loro vendemmie, e per avere alcuna posa, diedono a Currado Lupo e a’ suoi compagni ventimila fiorini d’oro, e messer Ramondo del Balzo, e messer Ruberto da Sanseverino, e il conte di Tricario anche della casa di Sanseverino, e il conte di santo Angiolo, e un altro barone, ch’erano presi, si ricomperarono fiorini centomila d’oro, e gli altri baroni del Regno e cavalieri si ricomperarono fiorini cinquantamila, e’ cavalieri e scudieri di Napoli si ricomperarono altri cinquantamila fiorini: e il conte di Sprech Tedesco, e M. Guiglielmo da Fogliano e’ soldati forestieri, tolto loro l’arme e’ cavalli, furono lasciati alla fede. E trovandosi questa gente del re d’Ungheria fornita d’arme e di cavalli, e pieni d’arnesi, e abbondante d’ogni bene, questi danari, e molti gioielli d’oro e d’ariento, riposono nel castello d’Aversa senza partire, acciocchè niuno avesse cagione di partirsi del paese. E per accogliere maggiore tesoro, i danari del riscatto, e del tempo della vendemmia, furono pagati, e queto il paese mentre che le vendemmie durarono, secondo la loro promessa, e passato il tempo ricominciarono la guerra come prima, aspettando danari freschi dal re e da’ Napoletani, come appresso seguendo si potrà trovare.

CAP. L. Come si fe’ triegua nel Regno.

Il papa e’ cardinali avendo sentita la rotta de’ baroni del Regno, e che ’l paese si guastava, mandarono nel Regno M. Annibaldo da Ceccano cardinale legato di santa Chiesa, a procacciare di conservare il reame, acciocchè la discordia de’ due re non guastasse quello ch’era di santa Chiesa. Il cardinale giunto a Napoli trovò il re e’ Napoletani in male stato, e i paesi di Terra di Lavoro guasti, rubate le castella, le ville, i casali, e vedendo che la forza de’ Tedeschi e degli Ungheri guastava tutto, si mise a cercare via d’accordo, e andava dall’una parte all’altra, ma poco frutto di concordia seppe fare. Onde il re e’ Napoletani avvedendosi che il cardinale non facea loro profitto, si condussono a cercare eglino con loro confidenti. E mandarono a Currado Lupo e agli altri caporali ad Aversa, e in fine vennono con loro a concordia, che dovessono lasciare in mano del cardinale Aversa e Capova, e tutte le terre e castella che teneano dal Volturno di Tuliverno in verso Napoli, per tutta Terra di Lavoro e di Principato, e facendo questo avessono contanti centoventimila fiorini d’oro. Le terre furono lasciate nella guardia del cardinale, e i danari furono pagati del mese di gennaio 1349. Allora vidono il conto de’ danari che aveano raunati, e trovaronsi in contanti più di cinquecento migliaia di fiorini d’oro, i quali di molta concordia si divisono a bottino. E’ caporali dividitori furono, Currado Lupo, e il doge Guernieri, e il conte di Lando, e M. Gianni d’Ornicchi, e alcuni altri. E oltre a questo tesoro, e oltre a molti destrieri, e ricchi arnesi e armadure che catuno avea, ebbono parte di molte vasellamenta d’argento, e di croci e di calici e d’altri ornamenti delle chiese che avieno spogliate, e ornamenti delle donne, e drappi e vestimenta di grandissima valuta, de’ quali erano pieni, avendone spogliate parecchie città, come detto abbiamo. Costoro sopra modo ricchi, passato il Volturno, si diliberarono di partirsi del Regno, e tutti, fuori che Currado Lupo, e fra Moriale e gli Ungheri, che si ritennono per lo re d’Ungheria nel Regno, si partirono e menandone molte donne rapite a’ loro mariti, e molte altre che non aveano marito, cosa strana e disusata tra’ fedeli cristiani; e ricchi delle loro rapine, quali si tornarono in Alamagna, e altri si sparsono nell’italiane guerre: e per questo modo il Regno ebbe alcuno sollevamento dalle ruberie e dalla guerra, che catuno si posava volentieri. E dandoci alquanto triegua le novità dello sviato Regno, ci s’apparecchia nuova e lieve cagione, della quale surse come di picciola favilla fuoco di smisurata grandezza.

CAP. LI. Di novità di barbari di Bella Marina.

Tornando alquanto nostra materia a’ fatti de’ barbari, in questo tempo Buevem figliuolo di Balese della Bella Marina, a cui come addietro è narrato, il detto Buevem avea rubellato il regno di Tremusi, sentendo che Maometto suo cugino gli avea rubellato Fessa e il suo reame, liberò di servaggio mille cristiani, e misegli a cavallo e in arme, e accolse suo oste di quindicimila cavalieri, e di gran popolo di Mori a piè, e andonne verso Fessa, contro a Maometto, il quale trovò provveduto con venticinquemila cavalieri e di grande popolo, e fecelisi incontro fuori della città di Fessa, e non troppo lungi della città commisono aspra battaglia, nella quale morirono grandissima quantità di saracini da catuna parte; in fine, come piacque a Dio, per virtù de’ cristiani Maometto fu sconfitto, colla sua gente morta e sbarattata, ed egli si rifuggì nel castello di Villanuova, ove Buevem il tenne assediato sei mesi senza speranza di poterlo avere per la grande fortezza; e però argomentò di fare fuggire da se un grande caporale de’ cristiani con sua masnada, e mostrando di perseguirlo per uccidere, si fuggì a Maometto nel castello, il quale conoscendo la prodezza e senno de’ cristiani, pensò di difendersi meglio, avendo costui dal suo lato, e però gli fece onore e grandi promesse, perchè avesse materia d’aiutarlo e d’esser leale. Costui mostrandosi agro nimico di Buevem, alcuna volta uscì fuori percotendo il campo, e ritornando con onore. Il re Buevem mostrando che onta gli fosse cresciuta per la fuggita del malvagio cristiano, ordinò di volere combattere il castello. Maometto sentendo ciò s’ordinò alla difesa: e avendo presa confidenza nel conestabile cristiano, gli accomandò la guardia d’una porta del castello. E venendo il re alla battaglia, il traditore gli aperse la porta, ed entrato dentro con grande sforzo, preso Maometto, e incarcerato, in pochi dì il fece morire. E andato a Fessa, fu ricevuto come re e loro signore, e fu coronato re di Morocco, e della Bella Marina e di Tremusi in poco tempo, essendo il padre a Tunisi, il quale tornando poi contro al figliuolo per lo regno, gli avvenne quello che a suo tempo diremo.

CAP. LII. Come Balase tornando per lo suo reame contro al figliuolo ebbe grande fortuna, e poi fu avvelenato.

Balase avendo acquistato il reame di Tunisi, e perduto quello di Bella Marina e di Tremusi, di che Buevem suo figliuolo s’avea fatto coronare, fece in Tunisi re un altro suo figliuolo, e con sei galee armate, e una nave di Genovesi carica di grande tesoro ch’avea tratto di Tunisi, del mese d’ottobre del detto anno, si mise in mare per tornare nel suo reame: confidandosi, che essendo con sua persona nel paese, i suoi sudditi l’ubbidirebbono, non ostante che il figliuolo avesse la signoria. E avendo lasciato il suo nuovo re in Tunisi, poco appresso la sua partita gli Arabi entrarono in Tunisi, e uccisono questo figliuolo rimaso, e fecionne re il nipote del re di Tunisi, cui Balase avea morto; e ’l detto Balase essendo in mare, una fortuna il percosse, e tutte e sei le sue galee ruppe, e tutti gli uomini perirono, salvo il re con alquanti compagni che camparono in su uno scoglio: e indi levato da certi pescatori fu portato a Morocco, ove riconosciuto, fu ricevuto come loro signore. La nave col suo tesoro messasi in alto pelago arrivò in Ispagna, e il re Pietro s’appropiò il tesoro. Balase essendo ubbidito in Morocco e nel paese, di presente accolse di suoi baroni, e con grande oste andò contro a Buevem suo figliuolo, inverso Fessa; e cominciato a guerreggiare, veggendo Buevem che i suoi baroni cominciavano a ubbidire al padre, disperandosi della difesa, argomentò con incredibile tradimento. Egli avea seco una sua sirocchia giovane fanciulla figliuola di Balase, costei ammaestrò di quello ch’egli volle ch’ella facesse: la quale si partì da lui, mostrando mal suo volere, e tornò al padre, il quale la vide allegramente, ed ella lui, come caro padre, e commendatola della sua venuta, la tenea intorno a se come figliuola. Ma la corrotta fanciulla osservando la malizia del fratello, ivi a pochi dì avvelenò il padre. Finito Balase il corso della sua vita, e delle sue grandi fortune prospere e avverse, Buevem suo figliuolo rimase re della Bella Marina, e di Morocco e di Tremusi; ma poco appresso i Mori gli rubellarono Tremusi, ma egli di presente vi mandò grande oste, e racquistò tutto. E montato in grande potenzia, per forza si sottomise il reame di Buggea e quello di Costantina, e’ loro re mise in prigione. E incrudelito, per ambizione di reggere la signoria con meno paura, in brieve tempo fece morire venticinque suoi fratelli di diverse madri. Ed esaltato sopra tutti i Barberi, cominciò a usare senza freno la sua lussuria, e gli altri diletti carnali, ove si riposa la gloria di quelli saracini; e a un’otta avea trecento mogli e grande novero di vergini, le più nobili e le più belle de’ suoi reami: e quando gli piaceva, usava con quella che l’appetito della sua concupiscenza richiedeva, e quella mettea nel numero delle sue mogli. Uomo fu ridottato sopra gli altri signori, e aspro punitore di giustizia; e con grande guardia e con molto ordine governava i suoi reami. A’ cristiani mercatanti facea grande onore, e volentieri gli ricettava in suo reame.