CAP. LIII. Come per lievi cagioni suscitò novità in Romagna.
Essendo conte di Romagna messer Astorgio di Duraforte di Proenza, il quale avea per moglie una nipote di papa Clemente sesto, o che più vero fosse sua figliuola, il papa l’amava, e intendeva a farlo grande. Costui il dì della Pasqua di Natale del detto anno, mostrando familiarità co’ gentiluomini di Faenza, gli fece invitare a pasquare seco. Ed essendo a desinare, riscaldati dalla vivanda e dal vino, messer Giovanni de’ Manfredi dimestico del conte gli disse: in cotale mattina per cagione di padronatico, ci è debitore il vescovo di Faenza di mandare una gallina con dodici pulcini di pasta, e con carne cotta: e quando questo e’ non fa, a noi è lecito mandare alla sua cucina, e trarne la vivanda, e ciò che in quella si trova. La gallina non è venuta, e però piacciavi che con vostra licenza noi possiamo usare la ragione del nostro padronatico. La domanda fu indiscreta, essendo in casa altrui, che non era certo che il vescovo avesse fallato; e il conte con poco sentimento, non considerando il pericolo della novità, concedette quella licenza follemente. Il vescovo avea fatto suo dovere, e avea mandata a casa messer Giovanni d’Alberghettino la gallina e i pulcini, a cui l’anno toccava quello onore, e la donna per un suo scudiere l’avea mandata al marito al palagio del conte; ma per comandamento fatto a’ portieri per lo conte che alcuno non vi lasciassero entrare, se n’era tornato a casa. Nondimeno messer Giovanni, ch’avea avuta la licenzia dal conte, disse a’ suoi famigli: andate, e chiamate de’ nostri amici, e dite loro rechino le scuri, ed entrate nel vescovado: e se le porti non vi sono aperte, colle scuri l’aprite, e della cucina del vescovo gittate fuori vivanda, e ciò che vi trovate dentro. Costoro andando agli amici di messer Giovanni diceano: togliete le scuri, e venite con noi. Coloro ch’erano invitati che togliessono le scuri non sapendo la cagione, pigliarono anche l’altre armi, e l’uno confortava l’altro: e così armati traevano a casa messer Giovanni. Le masnade del conte a piè e a cavallo che il dì avieno la guardia, temendo di questa novità, trassono a casa messer Giovanni, e cominciarono mischia contro a coloro vi trovarono armati. I terrazzani si difendeano non sappiendo la cagione del fatto: la gente traeva da ogni parte a romore. Sentendosi la novità al palagio dov’erano i convitati, facendosi il conte alle finestre, vidde a piè del palagio uno Franceschino di Valle, grande amico di messer Giovanni Manfredi, a cui commise che andasse da sua parte a comandare alla sua gente e a’ cittadini che lasciassono la zuffa e non contendessono insieme. Costui disarmato andò a fare il comandamento da parte del conte. La gente del conte, che conosceano costui amico di messer Giovanni, presono maggiore sospetto, e rivolsonsi contro a lui, e volendogli uno dare della spada in sulla testa, parando la mano al colpo gli fu tagliata: e seguendo i colpi contro a lui, fu morto, e in quello stante tre altri amici di messer Giovanni vi furono tagliati e morti. Per la qual cosa, al matto movimento aggiunto la vergogna e il danno, generò fellonia e sdegno in messer Giovanni, e conceputo nel petto, propose nella mente di tentare cose quasi incredibili a poterli venire fatte, secondo il suo piccolo e povero stato, le quali per molto studio copertamente, come vedere si potrà appresso, condusse al suo intendimento.
CAP. LIV. Come messer Giovanni Manfredi rubellò Faenza alla Chiesa.
Messer Giovanni Ricciardi de’ Manfredi avendo conceputo il tradimento ch’egli intendea fare, cominciò segretamente a dare ordine al fatto: e avvennegli bene, che il conte sopraddetto andò a corte a Vignone. E per alcuno sentimento di gelosia, per sicurtà menò con seco messer Guglielmo fratello carnale del detto messer Giovanni, come per grande confidenza di sua compagnia, e lasciò vececonte un Provenzale di poca virtù, con trecento cavalieri a sua compagnia. E oltre a ciò, lasciò fornite le fortezze della città e le castella di fuori. Messer Giovanni de’ Manfredi con molta stanzia tenea grande familiarità col vececonte, e con singulare studio traeva a se l’amore e la benivoglienza de’ cittadini. E come gli parve tempo, cominciò a mettere copertamente fanti in Faenza a pochi insieme, e feceli ricettare a’ suoi confidenti. E seppe sì fare, che in poco tempo ebbe nella città cinquecento fanti forestieri a sua petizione, innanzi che il vececonte o alcuno se ne fosse accorto. Ma discordandosi da lui messer Giovanni dello Argentino suo consorto, per via di setta, sentì come in certa contrada nel contado, gli amici di messer Giovanni di messer Ricciardo non si trovavano, e non si sapea dove fossono. E per questo sospettando di tradimento, fece sentire al vececonte, com’egli sapea che gli amici di messer Giovanni di messer Ricciardo in cotale e in cotale parte non si ritrovavano, perchè temea che in Faenza non apparisse novità; il visconte avendo con messer Giovanni singolare amicizia e confidenza, non volea intendere di lui alcuno sospetto, ma provvedea al riparo. E appressandosi il tempo che il fatto si dovea muovere, la cosa si venia più scoprendo. Allora il visconte ingelosito mandò a fare richiedere degli amici di messer Giovanni: costoro andarono prima a messer Giovanni a sapere quello ch’avessono a fare. Messer Giovanni disse loro: tornatevi a casa, e armatevi co’ vostri parenti e amici, e levate il romore. Ed egli co’ cittadini con cui egli si confidava, e co’ fanti che avea messi in Faenza s’andò ad armare, e accolto il suo aiuto, uscì delle case armato, e fecesi forte a’ suoi palagi. Levato il romore, il visconte fu a cavallo co’ suoi cavalieri e con fanti appiè soldati, e dirizzossi alle case di messer Giovanni, ove sentiva la gente armata. E giunto al luogo, trovando messer Giovanni co’ suoi armati cominciò a combattere con loro fortemente. Messer Giovanni co’ suoi si difendeva virtudiosamente, sostenendo il dì e la notte, senza perdere della piazza. La mattina messer Giovanni prese una parte della sua gente, e misesi sul fosso della città, onde attendea soccorso da alcuni suoi amici di fuori, e sforzandosi il visconte di levarlo di quel luogo, non ebbe podere. La gente venne, e misono un ponte, ch’aveano fatto però, sopra il fosso, e atati da quelli d’entro valicarono senza contrasto, e furono trecento fanti di Valdilamone, e altri amici di messer Giovanni, e due bandiere di quaranta cavalieri che vi mandò il signore di Ravenna. Il Provenzale sbigottito per codardia, avendo la maggior parte de’ cittadini in suo aiuto, e tutte le fortezze della città in sua guardia, e l’aiuto delle masnade di santa Chiesa a cavallo e a piè, ed essendo vincitore, standosi fermo, tanta viltà gli occupò la mente, ch’egli abbandonò le fortezze della terra, e la libera signoria ch’egli avea nelle sue mani, e tutto il suo onore, e non stato cacciato, abbandonò la città, e fuggissi a Imola colla sua gente, ove per reverenzia di santa Chiesa fu ricevuto, e raccettato mansuetamente. E abbandonata per costoro la città di Faenza e le sue fortezze, messer Giovanni di messer Ricciardo de’ Manfredi ne rimase libero signore. E incontanente si collegò col capitano di Forlì, e col signore di Ravenna, e co’ signori di Bologna, che temeano della Chiesa, perchè per tirannia teneano le città contro al volere della Chiesa, e segretamente davano aiuto e consiglio a messer Giovanni, acciocchè Faenza e Romagna non rimanesse all’ubbidienza della Chiesa. Questo appresso si dimostrò manifestamente, come leggendo nostro trattato si potrà trovare. E questo rubellamento avvenne a dì 27 di febbraio del detto anno.
CAP. LV. Come il capitano di Forlì prese Brettinoro per assedio.
Del mese di maggio seguente, gli anni Domini 1350, il capitano di Forlì vedendo che la Chiesa avea perduta Faenza, essendosi collegato co’ tiranni di Bologna, con quello di Ravenna e di Faenza, che desideravano al tutto svegliere la Chiesa di Romagna e la sua forza; conoscendo il tempo fece suo sforzo, e andò ad assedio al castello di Brettinoro, ch’era molto forte e bene fornito. E ivi stando lungamente, la Chiesa non lo soccorreva per avarizia, ma scrivea a’ signori di Bologna, i quali amavano che si perdesse, e ai comuni di Toscana, che aiutassono al conte di Romagna a soccorrerlo senza darli forza di gente d’arme. E stando d’oggi in domane a speranza dell’aiuto degl’Italiani, non avendo alcuna forza da se, il conte si trovò ingannato. Il capitano stringeva gli assediati con ogni argomento, i quali disperati di soccorso, in prima i terrazzani s’arrenderono al capitano, e appresso quelli della rocca la dierono per danari, che bene la poteano lungamente difendere. Ma la viltà del non sentire apparecchiare soccorso gli fece affrettare a trarre il loro vantaggio.
CAP. LVI. Come i cristiani d’Europa cominciarono a venire al perdono.
Negli anni di Cristo della sua natività 1350, il dì di Natale, cominciò la santa indulgenza a tutti coloro che andarono in pellegrinaggio a Roma, facendo le vicitazioni ordinate per la santa Chiesa alla basilica di santo Pietro, e di san Giovanni Laterano, e di santo Paolo fuori di Roma: al quale perdono uomini e femmine d’ogni stato e dignità concorse di cristiani, con maravigliosa e incredibile moltitudine, essendo di poco tempo innanzi stata la generale mortalità, e ancora essendo in diverse parti d’Europa tra’ fedeli cristiani; e con tanta devozione e umilità seguivano il romeaggio, che con molta pazienza portavano il disagio del tempo, ch’era uno smisurato freddo, e ghiacci e nevi e acquazzoni, e le vie per tutto disordinate e rotte: e i cammini pieni di dì e di notte d’alberghi, e le case sopra i cammini non erano sofficienti a tenere i cavalli e gli uomini al coperto. Ma i Tedeschi e gli Ungheri in gregge, e a turme grandissime, stavano la notte a campo stretti insieme per lo freddo, atandosi con grandi fuochi. E per gli ostellani non si potea rispondere, non che a dare il pane il vino e la biada, ma di prendere i danari. E molte volte avvenne, che i romei volendo seguire il loro cammino, lasciavano i danari del loro scotto sopra le mense, loro viaggio seguendo: e non era de’ viandanti chi gli togliesse, infino che dell’ostelliere venia chi gli togliesse.
Nel cammino non si facea riotte nè romori, ma comportava e aiutava l’uno all’altro con pazienza e conforto. E cominciando alcuni ladroni in Terra di Roma a rubare e a uccidere, dai romei medesimi erano morti e presi, aiutando a soccorrere l’uno l’altro. I paesani faceano guardare i cammini, e spaventavano i ladroni: sicchè secondo il fatto, assai furono sicure le strade e’ cammini tutto quell’anno. La moltitudine de’ cristiani ch’andavano a Roma era impossibile a numerare: ma per stima di coloro ch’erano risedenti nella città, che il dì di Natale, e de’ dì solenni appresso, e nella quaresima fino alla pasqua della santa Resurrezione, al continovo fossono in Roma romei dalle mille migliaia alle dodici centinaia di migliaia. E poi per l’Ascensione e per la Pentecoste più di ottocento migliaia; essendo pieni i cammini il dì e la notte, come detto è. Ma venendo la state cominciò a mancare la gente per l’occupazione delle ricolte, e per lo disordinato caldo; ma non sì, che quando v’ebbe meno romei, non vi fossono continovamente ogni dì più di dugento migliaia d’uomini forestieri. Le vicitazioni delle tre chiese, movendosi d’onde era albergato catuno, e tornando a casa, furono undici miglia di via. Le vie erano sì piene al continovo, che convenia a catuno seguitare la turba a piede e a cavallo, che poco si poteva avanzare; e per tanto era più malagevole. I romei ogni dì della visitazione offerivano a catuna chiesa, chi poco, e chi assai, come gli parea. Il santo sudario di Cristo si mostrava nella chiesa di san Pietro, per consolazione de’ romei, ogni domenica, e ogni dì di festa solenne; sicchè la maggior parte de’ romei il poterono vedere. La pressa v’era al continovo grande e indiscreta. Perchè più volte avvenne, che quando due, quando quattro, quando sei, e tal’ora fu che dodici vi si trovarono morti dalla stretta, e dallo scalpitamento delle genti. I Romani tutti erano fatti albergatori, dando le sue case a’ romei a cavallo; togliendo per cavallo il dì uno tornese grosso, e quando uno e mezzo, e talvolta due, secondo il tempo; avendosi a comprare per la sua vita e del cavallo ogni cosa il romeo, fuori che il cattivo letto. I Romani per guadagnare disordinatamente, potendo lasciare avere abbondanza e buono mercato d’ogni cosa da vivere a’ romei, mantennero carestia di pane, e di vino e di carne tutto l’anno, facendo divieto, che i mercatanti non vi conducessono vino forestiere, nè grano nè biada, per vendere più cara la loro. Valsevi al continovo uno pane grande di dodici o diciotto once a peso, danari dodici. E il vino soldi tre, quattro, e cinque il pitetto, secondo ch’era migliore. Il biado costava il rugghio, ch’era dodici profende comunali, a comperarlo in grosso, quasi tutto l’anno, da lire quattro e soldi dieci in lire cinque: il fieno, la paglia, le legne, il pesce, e l’erbaggio vi furono in grande carestia. Della carne v’ebbe convenevole mercato, ma frodavano il macello, mescolando e vendendo insieme, con sottili inganni, la mala carne colla buona. Il fiorino dell’oro valeva soldi quaranta di quella moneta. Nell’ultimo dell’anno, come nel cominciamento, v’abbondò la gente e poco meno. Ma allora vi concorsono più signori, e grandi dame, e orrevoli uomini, e femmine d’oltre a’ monti e di lontani paesi, ed eziandio d’Italia, che nel cominciamento o nel mezzo del tempo: e ogni dì presso alla fine si faceano delle dispensagioni, del vicitare le chiese, maggiori grazie. E nell’ultimo, acciocchè niuno che fosse a Roma, e non avesse tempo a potere fornire le visitazioni, rimanesse, senza la grazia, senza indulgenzia de’ meriti della passione di Cristo, fu dispensato infino all’ultimo dì, che catuno avesse pienamente la detta indulgenzia. E così fu celebrato questo anno del santo giubbileo la dispensagione de’ meriti della passione di Cristo, e di quelli della santa Chiesa, e remissione de’ peccati de’ fedeli cristiani.