Era cominciato innanzi alla mortalità il nobile edificio del palagio sopra dodici pilastri nella piazza d’Orto san Michele, per farvi granai per lo comune, acciocchè si stesse in continua provvisione di grano e di biada, per sovvenire il popolo al tempo della carestia. Ma avvedendosi il comune, che il minuto popolo era ingrassato e impoltronito dopo la mortalità, e non volea servire agli usati mestieri, e voleano per loro vita le più care e le più dilicate cose che gli altri antichi cittadini, e con questo disordinavano tutta la città, volendo di salario le fanti, femmine rozze e senza essere ausate a servigio, e i ragazzi della stalla, il meno fiorini dodici l’anno, e i più sperti diciotto e ventiquattro l’anno: e così le balie, e gli artefici minuti manuali, volevano tre cotanti o appresso che l’usato, e i lavoratori delle terre voleano tutti buoi e tutto seme, e lavorare le migliori terre, e lasciare l’altre: pensarono i nostri rettori con buono consiglio, di mettere ordine alle cose, e raffrenare i soperchi con certe leggi, ma per cosa che fare sapessono, a questa volta non vi poterono porre rimedio, e convenne che a Dio si lasciasse il corso e l’addirizzamento di quelli soperchi, i quali ancora nel 1362 durano, poco corretti, o mancati. Perocchè l’abbondanza del guadagno corrompeva il comune corso del ben vivere, pensarono che più utile era raffrenare lo ingrato e sconoscente popolo la carestia, che la dovizia. E allora si rimase coperto d’un basso tetto l’edificio del palagio d’Orto san Michele. E il comune avendo bisogno, raddoppiò la gabella del vino alle porte, e dove pagava soldi trenta il cogno, lo recò in soldi sessanta. E chi vendesse vino a minuto, dovesse pagare de’ due danari l’uno al comune. E dinuovo puosono soldi due a ogni staio di farina che si logorasse nella città, e danari quattro alla libbra della carne, e che lo staio del sale si vendesse per lo comune lire cinque e soldi otto. E non vollono che provvisione di grano o di biada si facesse per lo comune, ma in contradio ordinarono, che tutto il pane vendereccio si facesse per lo comune, e vendessesi caro: e quale fornaio ne volesse fare per vendere, pagasse d’ogni staio soldi otto di gabella al comune. Queste furono cose di grande gravezza; ma tanto era l’utile che traeva d’ogni cosa il minuto popolo, che meno se ne curavano che i maggiori cittadini.

CAP. LVIII. Come la Chiesa mandò il conte per racquistare la contea di Romagna.

In questo anno 1350, parendo al papa e a’ cardinali, con vergogna di santa Chiesa avere perduta la signoria e la propietà di Romagna, ordinarono di volerla racquistare per forza; e avendo papa Clemente sesto volontà d’accrescere onore e stato a messer Astorgio di Duraforte, conte di Romagna, suo parente, il fece capitano della gente che la Chiesa intendea di mettere in arme a questo servigio. Il quale accolse quattrocento cavalieri gentiluomini in Proenza, e fece suo maliscalco messer Rostagno da Vignone della casa de’ Cavalierri, pro’ e ardito e valoroso cavaliere. E la Chiesa gli ordinò uno tesoriere, che ricogliesse i danari, e convertissegli ne’ soldi e negli altri bisogni che occorressono alla guerra, a volontà del conte. E innanzi che il conte si movesse di Proenza, fece a Firenze e a Perugia soldare ottocento cavalieri e mille masnadieri di buona gente d’arme. E oltre a ciò, il papa con molta istanza fece richiedere i tiranni di Lombardia, catuno per se, e i comuni di Toscana, che dovessono aiutare al conte racquistare Romagna. L’arcivescovo di Milano gli mandò cinquecento barbute: messer Mastino della Scala glie ne mandò dugento: i tiranni di Bologna glie ne mandarono dugento: il marchese di Ferrara cento; i comuni di Toscana non vi mandarono loro gente. Il conte di Romagna avendo i suoi cavalieri e masnadieri, e questo aiuto, a dì 13 di maggio del detto anno si partì d’Imola, e addirizzossi al ponte san Brocolo; ed essendo il ponte molto afforzato e bene guernito di gente alla difesa per lo signore di Faenza, a dì 15 del detto mese, con aspra e dura battaglia combatterono la fortezza e vinsonla, che fu assai prospero cominciamento. E rafforzata la bastita del ponte, e messovi le guardie per difendere il passo, con tutta sua cavalleria s’addirizzò a Salervolo, uno castello presso a Faenza a cinque miglia, il quale non era murato, nè fortezza, nel luogo, che avendolo vinto fosse grande acquisto. E ivi puose l’assedio, lasciando per mala provvisione di porsi a Faenza, ch’era male fornita e poco intera alla difesa, e i cittadini non amavano la signoria del nuovo tiranno, e però fu reputato pe’ savi follemente fatto. Il tiranno di Faenza, messer Giovanni di messer Ricciardo Manfredi, che stava in grande paura della città, sentendo posta l’oste a Salervolo, fu molto contento, e prese cuore alla difesa; e di subito mise masnadieri in Salervolo, che avea soldati in Toscana, sperti a sapere guardare le castella, i quali francamente difesono la terra di molte battaglie che ’l conte vi fece dare, durandovi l’assedio dal dì 17 di maggio, fino a dì 6 del prossimo mese di luglio, senza lasciarsi avanzare alcuna cosa.

CAP. LIX. Processo de’ traditori di Romagna, e di certi Provenzali.

Seguita il processo de’ traditori, che si provvedeano con molta sagacità a ingannare l’uno l’altro, e catuno infine con la sua parte dell’impresa rimase disfatto e ingannato. E dell’attizzamento di questa maladetta favilla crebbe fuoco, il cui fumo corruppe tutta Italia, e offuscò gli occhi a’ liberi popoli, e ottenebrò la vista de’ sacri pastori, e fu cagione di nuovi avvenimenti di signori, e di grandi e gravi revoluzioni di stati, come seguendo a’ loro tempi racconteremo. Per questa impresa della Chiesa, i tiranni di Bologna, che allora erano messer Giovanni e messer Iacopo di messer Taddeo di Romeo de’ Peppoli di Bologna, avendo occupata la città alla Chiesa di Roma sotto certo censo, ed essendo in grande stato e pompa nella signoria, temeano che la Chiesa non racquistasse la signoria di Romagna; e dall’altra parte si tenea dissimulando per lo conte, che per lo loro caldo e favore messer Giovanni Manfredi avesse rubellata Faenza alla Chiesa, e che segretamente atassono a mantenere la difesa. E però il conte, che era più sperto in coperta malizia, che in aperta prodezza o virtù, continovo attendeva a tendere suoi lacci, come i tiranni i loro, e mostravansi insieme con molta confidanza e grande amistà, e davansi aiuto e consiglio l’uno all’altro, coperto di frode e di dolo.

CAP. LX. Come messer Giovanni de’ Peppoli cercò accordo dal conte a messer Giovanni.

In fra ’l tempo già detto dell’assedio di Salervolo, crescendo continuo la forza del conte per lo sussidio de’ danari della Chiesa, e dell’amistà che giugnea in aiuto al conte, messer Giovanni de’ Peppoli, per tenere in tranquillo il conte e farli perdere tempo, cominciò un trattato, di voler riducere messer Giovanni Manfredi di Faenza all’ubbidienza di santa Chiesa: e mandò a dire al conte che volea essere in ciò mezzano, facendo a santa Chiesa riavere suo diritto e suo onore. Il conte, ch’era di natura e di studio malizioso, si mostrò molto contento di voler seguire questo trattato, mostrando in questo, e nell’altre cose, volersi reggere per suo consiglio, dicendo, che così aveva in mandato dal santo padre: e nondimeno sapea al certo, che per operazione de’ signori di Bologna, e del capitano di Forlì, e co’ loro danari, al presente era entrato il doge Guernieri con cinquecento barbute alla difesa di Faenza. E dato lo intendimento a messer Giovanni, acciocchè seguisse il trattato, egli con sollecitudine mandava in Faenza suoi ambasciadori, e nell’oste al conte, e mostravasi già il trattato venire a concordia. Allora il conte mandò a dire a messer Giovanni a Bologna per li suoi medesimi ambasciadori, che innanzi che fermasse la concordia, volea essere personalmente con lui in Bologna, o dovunque gli piacesse, per dare compimento a questo, e ragionargli d’altre segrete cose, che dal santo padre avea in commissione di conferire con lui: e però mandasse a dire dove e’ volea ch’egli venisse, che avuta la risposta, con piccola compagnia subito sarebbe a lui.

CAP. LXI. Come messer Giovanni de’ Peppoli andò nell’oste, e fu preso.

Messer Giovanni de’ Peppoli signore di Bologna, avendo dal conte dimostramento di tanta libertà, e sentendo che il papa l’amava e davali molta fede, prese sicurtà per lo trattato ch’egli menava, e perchè aveva nell’oste del conte dugento suoi cavalieri, e avea grande amistà con molti altri conestabili dell’oste. E volendo mostrare al conte com’egli era fedele di santa Chiesa, per ricoprire le sue coperte operazioni fatte contro a quella, secondo la malizia del conte, pervenne a sua volontà: e contro al consiglio di messer Iacopo suo fratello, di presente prese in sua compagnia de’ maggiori cittadini di Bologna, e di suoi soldati trecento cavalieri, e promettendo al fratello che non passerebbe Castel san Pietro, si mise a cammino. Ed essendo giunti la mattina a buon ora a Castel san Pietro, come il peccato conduce, e le fini de’ tiranni s’apparecchiano per non pensato sentiere, come si vide a Castel san Pietro non attese la promessa al fratello, ma volendo improvviso e tosto giugnere al conte, cavalcò senza arresto: e prima fu giunto al padiglione del conte, che sapesse che vi dovesse venire; e scavalcato, il conte il ricevette con grande festa, mostrandogli ne’ sembianti amore fraternale; e molto s’allegrava con lui della sua cortese venuta. E questo fu a dì 6 di luglio in sulla nona, che ’l caldo era grande. Innanzi fece venire vini, frutte e confetti, per fare rinfrescare lui e la sua brigata ch’erano ivi; e in questo soggiorno, veggendosi il conte tra le mani il tiranno di Bologna, o ch’egli avesse prima pensato il tradimento, o che subitamente l’animo il tirasse all’inganno, bevendo e mangiando insieme in grande sollazzo, mandò il suo maliscalco a fare armare cavalieri e masnadieri cui egli volle, dando voce di fare assalto a quelli di Salervolo. E come furono armati, fece promettere a’ conestabili paga doppia e mese compiuto, acciocchè non si mettessono alla difesa del signore di Bologna. Messer Giovanni che avea bevuto e mangiato, e preso rinfrescamento a volontà del conte, attendea che il conte gli parlasse: e non vedendo che ne facesse sembiante, disse a quelli ambasciadori che quella ambasciata gli aveano portata, che dicessono al conte che si dovea diliberare; e già cominciava a dubitare. Il conte rispuose, che attendeva il suo maliscalco, che di presente vi sarebbe, e fornirebbono loro parlamento. Ancora erano le parole, quando messer Rostagno maliscalco dell’oste giunse colla gente armata al padiglione del conte ove messer Giovanni attendea, e fugli intorno: e apparecchiatogli uno cavallo de’ suoi, disse: messer Giovanni, montate qui su: e immantinente vi fu posto più tosto che non vi sarebbe montato, e senza contesa o difesa, di salto fu menato prigione a Imola. Uno suo famiglio cominciò a gridare e a piagnere, dicendo: oimè, signore mio: e di presente gli fu morto a’ piedi. E giunto in Imola, fu messo nella rocca, e ordinatogli buona guardia. I cittadini di Bologna, e tutta la compagnia che avea menata di Bologna, e i dugento cavalieri che avea tenuti nell’oste in servigio del conte, in quella medesima ora, come preda di nimici vinta in battaglia, furono presi, e rubato loro l’arme, e’ cavalli, e arnesi, e i soldati così rubati furono cacciati del campo; e i cittadini di Bologna furono tenuti prigioni alquanti dì, e manifestato per tutto il grande tradimento, furono lasciati. E messer Giovanni rimase in prigione: il quale, dappoichè pervenne alla tirannia di Bologna, non tenne fede a parte guelfa, nè a’ suoi cittadini, nè a’ Fiorentini, nè all’altre città di sua vicinanza: e però forse degnamente con tradimento fu punito della sua corrotta fede.

CAP. LXII. Come il conte scoperse l’altro trattato che avea con messer Mastino.