Non ostante che il conte tenesse trattato con messer Giovanni de’ Peppoli, avea trattato con messer Mastino della Scala, che venendo egli sopra la città di Bologna gli darebbe mille cavalieri in aiuto infino a guerra finita. Onde essendo venuto fatto al conte d’avere messer Giovanni a prigione, prese grande speranza d’avere Bologna con l’aiuto di messer Mastino. E significatoli il fatto, e domandatoli l’aiuto promesso, a dì 10 di luglio, del detto anno 1350, si levò da Salervolo, e venne a Imola con tutta l’oste. E come uomo di poca discrezione e provvedenza promise un’altra volta paga doppia e mese compiuto a’ suoi cavalieri, se per forza pigliassono Castel san Pietro. I quali cavalieri di presente andarono al detto castello, che non era fornito di gente nè provveduto alla difesa, e senza trovarvi resistenza in poca d’ora l’ebbono preso, che non vi morirono quattro persone. E così in meno di dieci dì i soldati del conte ebbono per vituperose cagioni guadagnate due paghe doppie e due mesi compiuti, che montarono un grande tesoro: e non parea che il conte se ne curasse, se non come avesse a distribuire il tesoro di santa Chiesa. Le quali promesse follemente fatte, con l’altre follie della sua pazza condotta, al fine rendè il merito a santa Chiesa della provvisione di sì fatto capitano, chente la disciplina della guerra richiede. Ed essendo il conte con l’oste a Castel san Pietro, messer Mastino gli mandò ottocento cavalieri, per compiere i mille che promesso gli avea, ov’egli venisse all’assedio di Bologna, come detto è addietro.
CAP. LXIII. Come messer Iacopo Peppoli rimaso in Bologna si provvidde alla difesa.
Infra queste sopraddette tempeste, messer Iacopo de’ Peppoli ch’era rimaso in Bologna sentendo preso il fratello, e che l’oste del conte avea preso Castel san Pietro, e venia sopra lui a Bologna: e come messer Mastino signore di Verona e di Vicenza s’era scoperto suo nimico, non sapea che si fare; ma come la necessità intrigata dalla paura argomenta, mandò per soccorso al signore di Milano, e al marchese di Ferrara, e al comune di Firenze, e in ogni parte onde sperava avere alcuno aiuto o consiglio; e mandate le lettere e’ messaggi, richiese con grande istanza i cittadini di Bologna, che a questo punto soccorressono al suo e al loro pericolo. I quali già domati dal servile giogo della tirannia, essendo venuto il tempo della franchezza, per povertà d’animo, e per li loro peccati, non furono degni di cotale beneficio, che senza contasto a quel punto era in loro potenzia di tornare in libertà. E aveano il comune di Firenze vicino nimico della tirannia, il quale per la libertà di quel popolo avrebbe prestato loro aiuto e favore, e riparato allo assalto del conte, con giusta cagione di pace e di concordia con la santa Chiesa, disposto che il tiranno fosse della tirannia. Ma perocchè ne’ popoli più regna corso di fortuna che libertà d’arbitrio, per apparecchiarsi alle debite pene de’ peccati, per li quali l’empio tiranno regna, fu accecato il loro intendimento: e mollemente s’apparecchiarono alla difesa per paura del tiranno, combattuti nell’animo dall’apparecchiata libertà. In questo stante l’arcivescovo signore di Milano sentì la presura di messer Giovanni, e scoperto l’animo di messer Mastino, mandò al conte suoi ambasciadori dolendosi dell’ingiuria fatta a messer Giovanni suo amico, e di sua lega e compagnia, dimandando che di presente il dovesse liberare: e quando questo non facesse, mandò comandamento a’ suoi capitani e a’ suoi cavalieri che erano al servigio del conte, che di presente si dovessono partire da lui. Il conte rispuose di non volerlo lasciare perocchè sapea al certo ch’egli avea fatta rubellare, la città di Faenza alla Chiesa di Roma, e come tenea trattato col capitano di Forlì, e col signore di Ravenna, e con quello di Faenza, di rompergli l’oste a un dì nominato, e di prendere lui a grande tradimento: e però avea preso il traditore, e intendea tenerlo a volontà del papa e di santa Chiesa. E però fu comandato a’ cavalieri dell’arcivescovo si dovessono partire. Ma i cavalieri, e’ loro capitani, che aveano promesse dal conte di due paghe doppie e di due mesi compiuti, non si vollono partire, e rimasono cassi dal soldo dell’arcivescovo; e il conte con lo sfrenato animo, non guardandosi innanzi, gli condusse al soldo della Chiesa, facendo debito sopra debito. E riveduta sua gente, si trovò a Castel san Pietro con tremila barbute e con grande popolo di soldo.
CAP. LXIV. L’aiuto che messer Iacopo accolse per guardare Bologna.
Stando il conte colla sua oste a Castel san Pietro, e cavalcando il contado di Bologna, l’arcivescovo di Milano mandò di presente trecento cavalieri in Bologna, per aiuto della guardia d’entro. E cominciò a pensare, che mantenendo messer Iacopo nella città, a poco insieme conducerebbe lui e la terra in tali stremi, che agevolemente all’ultimo ne diverrebbe signore, come in fine fatto gli venne. Messer Malatesta d’Arimino, ch’era allora nemico di santa Chiesa, vi venne in persona, e dato conforto a messer Iacopo, gli lasciò dugento cavalieri de’ suoi, e tornossene in Romagna. I Fiorentini per niuno modo vi vollono mandare alcuna gente per riverenzia della Chiesa, ma incontanente vi mandarono ambasciadori a cercare se tra loro e il conte potessero metter pace o accordo; e più volte andarono da Bologna al conte senza fare alcuno frutto tra le parti. Messer Iacopo vedendosi più l’uno dì che l’altro infiebolire, condusse il doge Guernieri ch’era in Faenza con cinquecento barbute; il quale volendo andare a Bologna, convenne che valicasse per lo distretto del comune di Firenze nell’alpi, ove lieve era a impedire per li stretti passi, ed egli era nimico del comune, e andava contro a santa Chiesa. Trovossi che fu fattura de’ priori che allora erano all’uficio senza sentimento degli altri cittadini; della qual cosa in Firenze ne fu grande ripitio, ma fatta la cosa si rimase a tanto, e il doge passò senza impedimento, e con tutta sua compagnia se n’entrò in Bologna.
CAP. LXV. Del male stato che si condusse la città di Bologna, e di certi trattati che allora si tennono.
Come il duca Guernieri co’ suoi cavalieri fu in Bologna, prese per suo abituro una contrada, e in quella volle le case, e le masserizie, e quello che in esse trovò da vivere, come se egli avesse presa la terra per forza: e non era chi osasse parlare contro a suo volere. Gli altri soldati all’esempio di costui cominciarono a fare il simigliante. I nimici di fuori cavalcavano ogni dì intorno alla terra, pigliando gli uomini, e predando le ville del contado, venendo spesso fino alle porti. Per la qual cosa la città cominciò a sentire grandissimi disagi e carestia d’ogni bene, e i cittadini oppressati dentro e di fuori, non sapendo che si fare, e non trovando accordo col conte per ambiziosa superbia, messer Iacopo e’ cittadini di Bologna, di grande concordia, e d’uno consentimento, vollono dare la guardia di Bologna libera al comune di Firenze, disponendosi al tutto di volere lasciare la signoria messer Iacopo, sperando che ciò fatto, colla Chiesa non mancherebbe accordo. E nel vero questa era salutevole via: ma certi cittadini popolani di Firenze della casa ... che aveano in quel tempo stato in Firenze, ed erano per la Chiesa al servigio del conte e del tesoriere, per loro spezialità avvisandosi, che venendo Bologna alle mani della Chiesa, come speravano, e’ ne sarebbono governatori, e farebbonsene ricchi e grandi; e per questa cagione smossono i loro amici cittadini grandi e popolani: ed eglino medesimi essendo a consigliare quello ch’era grandezza e stato del loro comune, e riposo di tutta Italia, si opposono al contradio, dicendo, che il comune n’offenderebbe troppo il papa, e’ cardinali e la santa Chiesa. Ed essendo favoreggiati da’ loro amici, ebbono podere di non lasciare imprendere al comune di Firenze questo servigio, e commisono grande materia di molto male a tutta Italia, e non pervennono alla loro corrotta intenzione. I Bolognesi disperati di questo, ove riposava tutta la loro speranza, e ’l conte montato nella cima della sua superbia, coloro non sapevano più che si fare, e il conte credendo senza contasto venire al suo intendimento d’avere la città per forza, essendo stato infino al settembre a Castel san Pietro, volle muovere l’oste, e porsi su le porti di Bologna; e sarebbegli venuto fatto, tanto erano i cittadini oppressati da’ soldati d’entro, e in disagio di tutte le cose da vivere, le quali al continuo montavano in disordinata carestia, e non aveano capo a cui i cittadini e’ forestieri ubbidissono, ma come la mala provvedenza del conte meritò, i soldati mossono quistione come appresso diviseremo.
CAP. LXVI. Come i soldati mossono quistione al conte, e fu loro assegnato messer Giovanni Peppoli.
La mala provvedenza del conte di Romagna avendo moltiplicata gente d’arme al suo soldo, e promesse paghe doppie e mesi compiuti per niente, e dalla Chiesa non aveva i danari, come la sua follia avea stimato: i soldati conoscendo loro tempo, essendo a pagare di parecchi mesi di loro propi soldi, senza le promesse del conte, dissono, che di quel luogo non si partirebbono, se prima non fossono pagati de’ loro soldi serviti, e delle paghe doppie e mesi compiuti che promessi avea loro. Il quale soldo, colle promesse fatte, montava centocinquanta migliaia di fiorini d’oro. Il conte vedendo che la Chiesa non gli mandava danari, se non a stento, e a pochi insieme, temette che i soldati, ch’erano tutti di concordia, a uno volere non lo pigliassono, trattò con loro d’avere termine da fare venire loro danari, e diede loro in pegno messer Giovanni de’ Peppoli, e certi Bolognesi che avea prigioni a Imola, e Castel san Pietro, e quello di Luco, e quello di Doccia, ch’egli avea acquistati in sul Bolognese: e fu con loro in accordo, come avessono la possessione di tutto, allora cavalcherebbono, e porrebbonsi a campo stretto alla città di Bologna. Il conte fece dare loro i prigioni e la guardia delle castella, e avutole, volea che cavalcassono. I soldati colla corrotta fede, usati de’ baratti, dissono che ’l pegno non era buono, e non voleano cavalcare nè partirsi da Castel san Pietro. Messer Giovanni de’ Peppoli sentendo questo, di presente ebbe de’ conestabili, e trattò con loro di dare contanti fiorini ventimila d’oro, e per stadichi i suoi figliuoli e quelli di messer Iacopo suo fratello, e certi cittadini di Bologna per lo rimanente, ed elli li liberassono di prigione. L’accordo fu fatto con assentimento del conte, se infra certo tempo la Chiesa non avesse mandati i danari. Venuto il termine, e non i danari, i soldati presono fiorini ventimila contanti, e gli stadichi promessi, e lasciarono messer Giovanni, il quale tornò in Bologna, e il fratello e la parte loro furono più forti, e signori di potere fare della città a loro senno, senza la volontà e consiglio de’ loro cittadini, perocchè messer Giovanni era molto temuto, e sapeva bene essere co’ soldati ne’ fatti della guerra.