AI LETTORI L’EDITORE
IGNAZIO MOUTIER.

Matteo Villani continuatore della Cronica di Giovanni è reputato inferiore all’ultimo e per la lingua e per lo stile: ma quanto sia ingiusto un giudizio sì decisivo emesso in vari tempi da accreditati scrittori, e sempre ciecamente ripetuto, lo dimostra la medesima opera sua, a coloro che si dilettassero di farne uno studio più diligente. L’accusa datagli di diffuso scrittore è tanto essenzialmente falsa, che sembra pronunziata da uomo mal prevenuto, o che non abbia mai conosciuta l’opera che li piacque di condannare. Ma la cagione primaria per cui pochi fino ad ora si dedicarono a studiare la Cronica di Matteo, è stata certamente la pessima forma con la quale fu sempre pubblicata nelle poche edizioni che ne furon fatte fino a questo giorno. La buona volontà d’un lettore paziente si stanca facilmente alla lettura d’un’opera condotta senz’ombra d’ortografia, e che trovi ad ogni passo periodi intralciati, voci fuor di luogo, omissioni d’ogni genere, e dei versi ancora ripetuti, e in tale stato sono le tre edizioni eseguite dai Giunti in epoche differenti, e che tutte si trovan citate nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. È cosa veramente da deplorarsi con quanta negligenza siano state impresse nel secolo decimosesto molte opere classiche di nostra lingua. L’esperienza di fatto mi fece conoscere, che molti editori di opere di classici antichi scrittori, cominciando poco avanti la metà del secolo decimosesto fino verso la fine di esso, avevano adottato un certo loro particolar sistema di variare a capriccio la lezione dei codici antichi, in quei luoghi che discordavano dalla loro maniera di vedere e d’intendere, sostituendo e togliendo a vicenda voci e talvolta interi periodi, senza altra ragione che il loro singolarissimo sistema. Questo intollerabile abuso di torta critica guastò talmente gli scritti di molte opere classiche, che i giudizi che ne furon fatti di esse da chi s’affidò ciecamente alle stampe del cinquecento senza ricorrere ai manoscritti son da tenersi per inesatti e non veri. Quanta verità possa avere l’accusa che io do agli editori del cinquecento lo mostrerebbero abbastanza l’edizioni di Giovanni e di Matteo Villani eseguite in quel secolo, ma più luminosamente potrò dimostrarlo fra qualche tempo, se la fortuna mi concede il mezzo di dare al pubblico l’opere tutte d’un sommo scrittore, che già da qualche anno m’occupo con paziente studio alla loro emendazione.

Lorenzo Torrentino fu il primo a pubblicare in un volumetto, in Firenze nel 1554, i soli primi quattro libri della Cronica di Matteo Villani, corretti quanto poteva ottenersi in quel tempo da una prima edizione di un’opera che si traeva da antico manoscritto. Filippo e Iacopo Giunti stampatori in Firenze, commessero nel 1562 a Domenico Guerra e Giovan Battista suo fratello stampatori in Venezia l’impressione della Cronica di Matteo, la quale non giunse oltre il cap. 85 del libro nono. Nella dedica che fanno i Giunti al principe don Francesco de’ Medici in data del medesimo anno, vi si leggono lusinghiere promesse di dare l’opera in quel modo appunto ch’ella fu scritta dall’autore, avendone affidata la revisione ad uomini eccellentissimi, che ogni particella e ogni parola accomodarono al luogo suo, ch’ella non uscì forse di mano a Matteo altramente disposta: ma ad onta di sì belle parole, quest’impressione fu reputata scorretta dai medesimi Giunti, i quali nel 1581 la riprodussero più emendata col soccorso d’un codice che allora esisteva presso Giuliano de’ Ricci, premettendovi la medesima prefazione al principe don Francesco senza mutar data. Quest’edizione benchè conti un capitolo di più della prima in fine del libro nono contiene precisamente la stessa materia, non variando che la materiale numerazione dei capitoli. Col soccorso pure del codice di Giuliano de’ Ricci pubblicarono i Giunti nel 1577 in Firenze i tre ultimi libri della Cronica di Matteo, così da loro intitolati, ma che essenzialmente non sono che ventisette capitoli che compiscono il nono libro, e il libro decimo e undecimo; di questi ultimi libri ne fecero un’esatta ristampa nel 1596. La giunta di Filippo comprende gli ultimi quarantadue capitoli dell’undecimo ed ultimo libro. L’ultima edizione, e certamente la migliore della Cronica di Matteo, fu pubblicata nel 1729 in Milano nel decimoquarto volume della celebre collezione degli scrittori delle cose d’Italia di Lodovico Antonio Muratori, procurata ed illustrata da Filippo Argelati. In quest’edizione fu seguitata la stampa dei Giunti del 1581, e il seguito impresso nel 1577; vi furono per altro aggiunte a piè della pagina le varianti lezioni che furono tratte dal cavalier Marmi dal codice Ricci, e da un altro manoscritto esistente allora presso il prior Francesco Covoni; ma queste varie lezioni si trovano per la maggior parte sì inutilmente abbondanti in principio dell’opera, come scarseggianti dopo l’ottavo libro, da muovere ragionevolmente sospetto che il cavalier Marmi si stancasse alla metà del suo faticoso lavoro. In questa edizione fu con tanto scrupolo seguitata la lezione giuntina che vi fu lasciata stare la medesima viziosa ortografia, a danno dei poveri lettori, a’ quali è troppo grave nello studio degli antichi classici questo barbaro sistema, che non è ancora spento del tutto.

Da questo esatto ragguaglio dell’edizioni della Cronica di Matteo e Filippo Villani fino ad ora pubblicate, è facile persuadersi del bisogno di farne una nuova più accurata edizione, ma tal pensiero venuto più volte in mente a uomini di molta dottrina, e amantissimi della lingua italiana, svanì e venne meno allorchè cominciarono a sentire il peso di questa spinosa fatica. Colui che sia nuovo affatto di simili studi non può con approssimazione calcolare il lungo tedio che richiedono i confronti d’opere stampate con i manoscritti, che quasi sempre si trovano tra loro discordi nella lezione, o mancanti, o inintelligibili, e quel che è peggio variati sovente dall’arbitrio d’ignoranti copisti. Abituato com’io sono da molti anni a simili studi, da me intrapresi con vero desiderio di recare con l’opera mia qualche vantaggio agli amatori dei classici nostri, che sì deturpati per la maggior parte erano stati impressi in antico, pubblicai già è un anno la Cronica di Giovanni Villani (alla cui emendazione ebbi l’assistenza un mio carissimo amico) e fin da quell’epoca contrassi verso il pubblico l’obbligazione di dare alla luce ricorretta ed emendata l’opera di Matteo e Filippo Villani, servendomi della lezione del famoso codice Ricci. Questo codice cartaceo in foglio, di non elegante ma buona forma di lettere, è scritto tutto d’una medesima mano; ha in principio una breve nota che ci fa conoscere l’anno in cui fu trascritto, così concepita: Questo libro fu scritto l’anno 1378 da Ardingo di Corso de’ Ricci, e continuamente si conserva in questa casa: e oggi, che siamo alli 6 di maggio 1608, è posseduto da Ruberto di Giuliano de’ Ricci. Su qual documento asserisca questo Ruberto de’ Ricci che il codice sia stato scritto nel 1378 non è da conoscersi tanto facilmente, ma di certo la scrittura è del secolo in cui si vuole che sia stato copiato. Comincia il manoscritto con la tavola delle rubriche o capitoli con le prime voci e i numeri dei capitoli scritti in rosso, che occupano le prime diciotto carte; ne segue poi la Cronica, che comprende carte trecentosettanta, con i titoli de’ capitoli e la serie della loro numerazione in rosso. Questo codice di buona conservazione, non va per altro esente dalla sorte che hanno incontrato la maggior parte dei manoscritti, che per incuria o ignoranza di chi gli ha avuti a mano si trovano oggi mutilati e mal conci, poichè si hanno in esso mancanti le carte 299, e 384; mancava pure la carta 108, che fu sostituita fino dall’anno 1573 da ignota mano. La buonissima lezione che ha questo manoscritto fa chiara testimonianza della diligenza del suo copista, che non deve essere stato di que’ prezzolati emanuensi che in quel secolo flagellarono ogni maniera di scritture, ma uomo al certo di qualche dottrina. E qui mi sia lecito dar tributo d’obbligazione e di riconoscenza all’egregio signor Commendatore Lapo de’ Ricci, che con tanta amorevolezza si compiacque accordarmi l’uso per la presente edizione di questo prezioso codice di Matteo Villani, scritto come parla l’antica tradizione da Ardingo di Corso de’ Ricci, già di sopra menzionato, e che tuttavia si conserva nella biblioteca di quest’illustre famiglia.

Di questo codice adunque mi sono quasi interamente giovato nella presente ristampa di Matteo Villani, come il più corretto e copioso di quanti n’abbia veduti, ed ho solamente avuto ricorso alle varianti del codice Covoni che esistono nell’accennata edizione dell’opera di Matteo eseguita in Milano nel 1729, in quei pochissimi luoghi che manifestamente erano errati. Due codici della libreria Riccardiana e uno della Magliabechiana mi hanno fornito di qualche variante nel corso dell’opera, la poca importanza delle quali mi disobbliga dal far di essi un circostanziato ragguaglio.

La presente edizione della Cronica di Matteo Villani potrebbe ragionevolmente chiamarsi un’esatta copia del codice Ricci, se i pochi luoghi che in esso si trovano errati non avessero domandato il soccorso d’altri codici antichi per rettificarne gli errori. Così avess’io potuto supplire con altri manoscritti alle lagune vistose del codice Ricci, specialmente a quelle che s’incontrano ne’ tre ultimi libri, ma il fatto mi ha dimostrato non esser questo un errore da attribuirsi al copista, ma bensì all’autore medesimo, l’immatura morte del quale gli tolse il modo di dar l’ultima mano all’opera sua, giacchè tutti i manoscritti da me riscontrati, e non in piccol numero, hanno sventuratamente lo stesso difetto, da toglier la speranza a ogni accurato investigatore di rinvenire un giorno ciò che ora invano si desidera. Quei passi per altro, che nell’edizioni eseguite dai Giunti furono tolti per cagione de’ tempi, si troveranno in quest’edizione restituiti al loro luogo, cioè al Cap. 93 del libro nono, e al Prologo del libro undecimo.

Il sistema che ho creduto dover seguitare in quest’edizione è stato il medesimo che servì di norma alla pubblicazione del primo Villani, meno che più libertà mi son preso intorno a’ nomi propri, avendone del tutto banditi gl’idiotismi del tempo, che nulla han che fare con la lingua, e che ad altro non servono che ad essere inciampo e noia al maggior numero dei lettori. L’ortografia ho avuto cura che si presti totalmente all’intelligenza del testo senz’altra regola speciale, semplicizzando più che ho saputo l’andamento del periodo. Finalmente all’ultimo volume vi ho posto l’indice generale, indispensabile ad un’opera di tal natura, e un elenco di voci mancanti nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. In un volume di supplemento riprodurrò le vite degli uomini illustri Fiorentini scritte da Filippo Villani, giovandomi dell’edizione procurata dall’erudito Giammaria Mazzuchelli nel 1747 in Venezia; e così mi compiacerò d’essere stato il primo a riunire in un sol corpo tutte l’opere toscane de’ tre Villani, impresa molte volte progettata e mai condotta a buon termine, per gl’infiniti ostacoli ch’era d’uopo sormontare con lungo e pazientissimo studio.

Il dovere mi obbligherebbe a premettere all’opera alcune notizie intorno alla vita pubblica e privata di Matteo Villani, ma tanto scarsi sono i documenti che lo riguardano, quanto inutili e infruttuose sono state fino ad ora le ricerche di diligenti biografi. Il suo figliuolo Filippo continuatore dell’opera del padre ci ha tramandata l’epoca della di lui morte, la quale avvenne a dì 12 di luglio del 1363, anch’egli come il fratello Giovanni colpito dalla peste che da molti anni lacerava quasi tutta Europa, ma specialmente la misera Italia, senza che gli uomini riparassero a tanto loro esterminio. Il Manni (Sig. Ant. T. 4. p. 75) ci addita due mogli ch’egli ebbe, Lisa de’ Buondelmonti e Monna de’ Pazzi, e alcune altre notizie ci riferisce illustrando l’albero di casa Villani, la più importante è quella che Matteo come ghibellino fu da’ capitani di parte guelfa ammonito. Di Filippo assai ne ragiona il diligentissimo Mazzuchelli nella sua prefazione alle Vite degli Uomini illustri Fiorentini, la quale pubblicherò nel settimo volume di quest’opera, premettendola alle medesime Vite scritte da Filippo, procurando pure d’emendarle con l’aiuto de’ manoscritti, benchè fino ad ora quelli che m’è avvenuto riscontrare non meritano nessuna fiducia per essere troppo moderni, e notoriamente variati dal capriccio de’ loro copiatori.

Se questa mia non lieve fatica d’aver cercato di ridurre a miglior lezione la Cronica di Matteo Villani non incontrerà in particolare l’approvazione dei dotti, riscuoterà certamente il suffragio da tutti quelli che s’esercitano nello studio dei nostri classici antichi, che da un fonte più puro potranno trarre, con minor noia e fatica di quel che far si potesse in addietro, preziosi documenti per l’istoria e per l’incremento della lingua italiana. Così piaccia alla fortuna d’accordare tal’ozio tranquillo ai dotti accademici della Crusca, a’ quali è commesso l’incarico di nostra lingua, che applicar si possano con vero studio all’emendazione di tanti classici, che ripieni d’infiniti errori e mancanze, attendono ancora dalla critica di questo secolo d’essere riprodotti nella loro vera e primitiva forma. Ad alcuni onorevoli Accademici è debitrice la repubblica delle lettere di alcune opere riprodotte nella loro originalità, e di altri se ne desiderano tuttavia le studiose fatiche, ma troppe opere ancora rimangono da emendarsi, e dell’inedite da pubblicarsi, che il loro numero e la loro importanza può giustificare qualunque lamento che se ne faccia. Sia loro di massimo incitamento l’esempio dell’ottimo nostro Sovrano, che da qualche anno si compiacque di farsi membro di quell’illustre Accademia, il quale con munificenza degna di tanto Principe ha pubblicato in quest’anno le opere di Lorenzo il Magnifico, con grandissimo studio da Lui emendate e illustrate.