CRONICA DI MATTEO VILLANI
LIBRO PRIMO
Qui comincia la Cronica di Matteo Villani, e prima il prologo, e primo libro.
Esaminando nell’animo la vostra esortazione, carissimi amici, di mettere opera a scrivere le storie e le novità che a’ nostri tempi avverranno, pensai la mia piccola facultà essere debole a cotanta e tale opera seguire. Ma perocchè la vostra richesta mi rende per debito pronto a ubbidire, e il vostro consiglio aggiugne vigore alla stanca mente; e pensando che per la macchia del peccato la generazione umana tutta è sottoposta alle temporali calamità, e a molta miseria, e a innumerabili mali, i quali avvengono nel mondo per varie maniere, e per diversi e strani movimenti, e tempi; come sono inquietazioni di guerre, movimenti di battaglie, furore di popoli, mutamenti di reami, occupazioni di tiranni, pestilenzie, mortalità e fame, diluvi, incendi, naufragi e altre gravi cose, delle quali gli uomini, ne’ cui tempi avvengono, quasi da ignoranza soppresi, più forte si maravigliano, e meno comprendono il divino giudicio, e poco conoscono il consiglio e ’l rimedio dell’avversità, se per memoria di simiglianti casi avvenuti ne’ tempi passati non hanno alcuno ammaestramento: e in quelle che la chiara faccia della prosperità rapporta non sanno usare il debito temperamento; rischiudendo sotto lo scuro velo della ignoranza l’uscimento cadevole, e il fine dubbioso delle mortali cose. Onde pensando che l’opera puote essere fruttuosa, e debba piacere per li naturali desideri degli uomini, mi mossi a cominciare, per esempio di me uomo di leggieri scienza, ad apparecchiar materia a’ savi di concedere del loro tempo alcuna parte, per lasciare agli altri memoria delle cose appariranno di ciò degne a’ loro temporali, e a’ meno sperti speranza con fatica e studio da poter venire a operazioni virtudiose, e a coloro che avranno più alto ingegno, materia di ristrignere su brevità, e con più piacere degli uditori, le nostre storie. Ma perocchè ogni cosa è imperfetta e vana senza l’aiuto della divina grazia, chiamiamo in nostro aiuto la carità divina, Cristo benedetto; il quale è in unità col Padre e con lo Spirito Santo, vive e regna per tutti i secoli, e dà cominciamento e mezzo e termine perfetto a ogni buona operazione.
CAP. I. Della inaudita mortalità.
Trovasi nella santa Scrittura, che avendo il peccato corrotto ogni via della umana carne, Iddio mandò il diluvio sopra la terra: e riservando per la sua misericordia l’umana carne in otto anime, di Noè, e di tre suoi figliuoli e delle loro mogli nell’arca, tutta l’altra generazione nel diluvio sommerse. Dappoi per li tempi multiplicando la gente, sono stati alquanti diluvi particolari, mortalità, corruzioni e pistolenze, fami e molti altri mali, che Iddio ha permesso venire sopra gli uomini per li loro peccati. Tra le quali mortalità troviamo venute le più gravi l’una al tempo di Marco Aurelio, Antonio e Lucio Aurelio Commodo imperadori, gli anni di Cristo 171, la quale cominciò in Babilonia d’Egitto, e comprese molte provincie del mondo. E tornando L. Commodo colle legioni de’ Romani delle parti d’Asia, parea combattesse ostilemente per la loro infezione gli uomini delle provincie ond’elli passavano: e a Roma fece grave sterminio de’ suoi abitanti. E l’altra venne al tempo di Gallo Ostilio Augusto, e Bolusseno suo figliuolo, occupatori dello imperio, e gravi persecutori de’ cristiani, la quale cominciò gli anni di Cristo 254, e durò, ritornando di tempo in tempo, intorno di quindici anni: e fu di diverse e incredibili infermitadi, e comprese molte provincie del mondo. Ma per quello che trovar si possa per le scritture, dal generale diluvio in qua, non fu universale giudicio di mortalità che tanto comprendesse l’universo, come quella che ne’ nostri dì avvenne. Nella quale mortalità, considerando la moltitudine che allora vivea, in comparazione di coloro che erano in vita al tempo del generale diluvio, assai più ne morirono in questa che in quello, secondo la estimazione di molti discreti. Nella quale mortalità avendo renduta l’anima a Dio l’autore della cronica nominata la Cronica di Giovanni Villani cittadino di Firenze, al quale per sangue e per dilezione fui strettamente congiunto, dopo molte gravi fortune, con più conoscimento della calamità del mondo che la prosperità di quello non m’avea dimostrato, propuosi nell’animo mio fare alla nostra varia e calamitosa materia cominciamento a questo tempo, come a uno rinnovellamento di tempo e secolo, comprendendo annualmente le novità che appariranno di memoria degne, giusta la possa del debole ingegno, come più certa fede per li tempi avvenire ne potremo avere.
CAP. II. Quanto durava il tempo della moría in catuno paese.
Avendo per cominciamento nel nostro principio a raccontare lo sterminio della generazione umana, e convenendone divisare il tempo e il modo, la qualità e la quantità di quella, stupidisce la mente appressandosi a scrivere la sentenzia, che la divina giustizia con molta misericordia mandò sopra gli uomini, degni per la corruzione del peccato di final giudizio. Ma pensando l’utilità salutevole che di questa memoria puote addivenire alle nazioni che dopo noi seguiranno, con più sicurtà del nostro animo così cominciamo. Videsi negli anni di Cristo, dalla sua salutevole incarnazione 1346, la congiunzione di tre superiori pianeti nel segno dell’Aquario, della quale congiunzione si disse per gli astrolaghi che Saturno fu signore: onde pronosticarono al mondo grandi e gravi novitadi; ma simile congiunzione per li tempi passati molte altre volte stata e mostrata, la influenzia per altri particulari accidenti non parve cagione di questa, ma piuttosto divino giudicio secondo la disposizione dell’assoluta volontà di Dio. Cominciossi nelle parti d’Oriente, nel detto anno, inverso il Cattai e l’India superiore, e nelle altre provincie circustanti a quelle marine dell’oceano, una pestilenzia tra gli uomini d’ogni condizione di catuna età e sesso, che cominciavano a sputare sangue, e morivano chi di subito, chi in due o in tre dì, e alquanti sostenevano più al morire. E avveniva, che chi era a servire questi malati, appiccandosi quella malattia, o infetti, di quella medesima corruzione incontanente malavano, e morivano per somigliante modo; e a’ più ingrossava l’anguinaia, e a molti sotto le ditella delle braccia a destra e a sinistra, e altri in altre parti del corpo, che quasi generalmente alcuna enfiatura singulare nel corpo infetto si dimostrava. Questa pestilenzia si venne di tempo in tempo, e di gente in gente apprendendo, comprese infra il termine d’uno anno la terza parte del mondo che si chiama Asia. E nell’ultimo di questo tempo s’aggiunse alle nazioni del Mare maggiore, e alle ripe del Mare tirreno, nella Soria e Turchia, e in verso lo Egitto e la riviera del Mar rosso, e dalla parte settentrionale la Rossia e la Grecia, e l’Erminia e l’altre conseguenti provincie. E in quello tempo galee d’Italiani si partirono del Mare maggiore, e della Soria e di Romania per fuggire la morte, e recare le loro mercatanzie in Italia: e’ non poterono cansare, che gran parte di loro non morisse in mare di quella infermità. E arrivati in Cicilia conversaro co’ paesani, e lasciarvi di loro malati, onde incontanente si cominciò quella pestilenzia ne’ Ciciliani. E venendo le dette galee a Pisa, e poi a Genova, per la conversazione di quegli uomini cominciò la mortalità ne’ detti luoghi, ma non generale. Poi conseguendo il tempo ordinato da Dio a’ paesi, la Cicilia tutta fu involta in questa mortale pestilenzia. E l’Affrica nelle marine, e nelle sue provincie di verso levante, e le rive del nostro Mare tirreno. E venendo di tempo in tempo verso il ponente, comprese la Sardigna, e la Corsica, e l’altre isole di questo mare; e dall’altra parte, ch’è detta Europa, per simigliante modo aggiunse alle parti vicine verso il ponente, volgendosi verso il mezzogiorno con più aspro assalimento che sotto le parti settentrionali. E negli anni di Cristo 1348 ebbe infetta tutta Italia, salvo che la città di Milano, e certi circustanti all’Alpi, che dividono l’Italia dall’Alamagna, ove gravò poco. E in questo medesimo anno cominciò a passare le montagne, e stendersi in Proenza, e in Savoia, e nel Dalfinato, e in Borgogna, e per la marina di Marsilia e d’Acquamorta, e per la Catalogna, e nell’isola di Maiolica, e in Ispagna e in Granata. E nel 1349 ebbe compreso fino nel ponente, le rive del Mare oceano, d’Europa e d’Affrica e d’Irlanda, e l’isola d’Inghilterra e di Scozia, e l’altre isole di ponente, e tutto infra terra con quasi eguale mortalità, salvo in Brabante ove poco offese. E nel 1350 premette gli Alamanni, e gli Ungheri, Frigia, Danesmarche, Gotti, e Vandali, e gli altri popoli e nazioni settentrionali. E la successione di questa pestilenzia durava nel paese ove s’apprendeva cinque mesi continovi, ovvero cinque lunari: e questo avemmo per isperienza certa di molti paesi. Avvenne, perchè parea che questa pestifera infezione s’appiccasse per la veduta e per lo toccamento, che come l’uomo, o la femmina o i fanciulli si conoscevano malati di quella enfiatura, molti n’abbandonavano, e innumerabile quantità ne morirono, che sarebbono campati se fossono stati aiutati delle cose bisognevoli. Tra gl’infedeli cominciò questa inumanità crudele, che le madri e’ padri abbandonavano i figliuoli, e i figliuoli le madri e’ padri, e l’uno fratello l’altro e gli altri congiunti, cosa crudele e maravigliosa, e molto strana dalla umana natura, detestata tra i fedeli cristiani, nei quali, seguendo le nazioni barbare, questa crudeltà si trovò. Essendo cominciata nella nostra città di Firenze, fu biasimata da’ discreti la sperienza veduta di molti, i quali si provvidono, e rinchiusono in luoghi solitari, e di sana aria, forniti, d’ogni buona cosa da vivere, ove non era sospetto di gente infetta; in diverse contrade il divino giudicio (a cui non si può serrare le porti) gli abbattè come gli altri che non s’erano provveduti. E molti altri, i quali si dispuosono alla morte per servire i loro parenti e amici malati, camparono avendo male, e assai non l’ebbono continovando quello servigio; per la qual cosa ciascuno si ravvide, e cominciarono senza sospetto ad aiutare e servire l’uno l’altro; onde molti guarirono, ed erano più sicuri a servire gli altri. Nella nostra città cominciò generale all’entrare del mese d’aprile gli anni Domini 1348, e durò fino al cominciamento del mese di settembre del detto anno. E morì tra nella città, contado e distretto di Firenze, d’ogni sesso e di catuna età de’ cinque i tre, e più, compensando il minuto popolo e i mezzani e’ maggiori, perchè alquanto fu più menomato, perchè cominciò prima, ed ebbe meno aiuto, e più disagi e difetti. E nel generale per tutto il mondo mancò la generazione umana per simigliante numero e modo, secondo le novelle che avemmo di molti paesi strani, e di molte provincie del mondo. Ben furono provincie nel Levante dove vie più ne moriro. Di questa pestifera infermità i medici in catuna parte del mondo, per filosofia naturale, o per fisica, o per arte d’astrologia non ebbono argomento nè vera cura. Alquanti per guadagnare andarono visitando e dando loro argomenti, li quali per la loro morte mostrarono l’arte essere fitta, e non vera: e assai per coscienza lasciarono a ristituire i danari che di ciò aveano presi indebitamente.
Avemmo da mercatanti genovesi, uomini degni di fede, che aveano avute novelle di que’ paesi, che alquanto tempo innanzi a questa pestilenzia, nelle parti dell’Asia superiore, uscì della terra, ovvero cadde da cielo un fuoco grandissimo, il quale stendendosi verso il ponente, arse e consumò grandissimo paese senza alcuno riparo. E alquanti dissono, che del puzzo di questo fuoco si generò la materia corruttibile della generale pestilenzia: ma questo non possiamo accertare. Appresso sapemmo da uno venerabile frate minore di Firenze vescovo di .... del Regno, uomo degno di fede, che s’era trovato in quelle parti dov’è la città di Lamech ne’ tempi della mortalità, che tre dì e tre notti piovvono in quello paese biscie con sangue che appuzzarono e corruppono tutte le contrade: e in quella tempesta fu abbattuto parte del tempio di Maometto, e alquanto della sua sepoltura.