CAP. III. Della indulgenzia diede il papa per la detta pistolenza.

In questi tempi della mortale pestilenzia, papa Clemente sesto fece grande indulgenza generale della pena di tutti i peccati a coloro che pentuti e confessi la domandavano a’ loro confessori, e morivano: e in quella certa mortalità catuno cristiano credendosi morire si disponea bene, e con molta contrizione e pazienzia rendevano l’anima a Dio.

CAP. IV. Come gli uomini furono peggiori che prima.

Stimossi per quelli pochi discreti che rimasono in vita molte cose, che per la corruzione del peccato tutte fallirono agli avvisi degli uomini, seguendo nel contradio maravigliosamente. Credetesi che gli uomini, i quali Iddio per grazia avea riserbati in vita, avendo veduto lo sterminio dei loro prossimi, e di tutte le nazioni del mondo, udito il simigliante, che divenissono di migliore condizione, umili, virtudiosi e cattolici, guardassonsi dall’iniquità e dai peccati, e fossono pieni d’amore e di carità l’uno contra l’altro. Ma di presente restata la mortalità apparve il contradio; che gli uomini trovandosi pochi, e abbondanti per l’eredità e successioni dei beni terreni, dimenticando le cose passate come state non fossono, si dierono alla più sconcia e disonesta vita che prima non aveano usata. Perocchè vacando in ozio, usavano dissolutamente il peccato della gola, i conviti, taverne e delizie con dilicate vivande, e’ giuochi, scorrendo senza freno alla lussuria, trovando nei vestimenti strane e disusate fogge e disoneste maniere, mutando nuove forme a tutti gli arredi. E il minuto popolo, uomini e femmine, per la soperchia abbondanza che si trovarono delle cose, non voleano lavorare agli usati mestieri; e le più care e dilicate vivande voleano per loro vita, e allibito si maritavano, vestendo le fanti e le vili femmine tutte le belle e care robe delle orrevoli donne morte. E senza alcuno ritegno quasi tutta la nostra città scorse alla disonesta vita; e così, e peggio, l’altre città e provincie del mondo. E secondo le novelle che sentire potemmo, niuna parte fu, in cui vivente in continenzia si riserbasse, campati dal divino furore, stimando la mano di Dio essere stanca. Ma secondo il profeta Isaia, non è abbreviato il furore d’Iddio, nè la sua mano stanca, ma molto si compiace nella sua misericordia, e però lavora sostenendo, per ritrarre i peccatori a conversione e penitenzia, e punisce temperatamente.

CAP. V. Come si stimò dovizia, e seguì carestia.

Stimossi per il mancamento della gente dovere essere dovizia di tutte le cose che la terra produce, e in contradio per l’ingratitudine degli uomini ogni cosa venne in disusata carestia, e continovò lungo tempo: ma in certi paesi, come narreremo, furono gravi e disusate fami. E ancora si pensò essere dovizia e abbondanza di vestimenti, e di tutte l’altre cose che al corpo umano sono di bisogno oltre alla vita, e il contrario apparve in fatto lungamente; che due cotanti o più valsono la maggior parte delle cose che valere non soleano innanzi alla detta mortalità. E il lavorio, e le manifatture d’ogni arte e mestiero montò oltre al doppio consueto disordinatamente. Piati, quistioni, contraversie e riotte sursono da ogni parte tra’ cittadini di catuna terra, per cagione dell’eredità e successioni. E la nostra città di Firenze lungamente ne riempiè le sue corti con grandi spendii e disusate gravezze. Guerre, e diversi scandali si mossono per tutto l’universo, contro alle opinioni degli uomini.

CAP. VI. Come nacque in Prato un fanciullo mostruoso.

In questo anno, del mese d’agosto, nacque in Prato uno fanciullo mostruoso di maravigliosa figura, perocchè a uno capo e a uno collo furono partiti e stesi due imbusti umani con tutte le membra distinte e partite dal collo in giuso, senza niuna diminuzione che natura dia a corpo umano: e catuno imbusto fu colle membra e natura masculina. Ma l’uno corpo era maggiore che l’altro: e vivette questo corpo mostruoso e maraviglioso quindici giorni, dando pronosticazione forse di loro futuri danni, come leggendo appresso si potrà trovare.

CAP. VII. Come alla compagnia d’Orto san Michele fu lasciato gran tesoro.

Nella nostra città di Firenze, l’anno della detta mortalità, avvenne mirabile cosa: che venendo a morte gli uomini, per la fede che i cittadini di Firenze aveano all’ordine e all’esperienza che veduta era della chiara, e buona e ordinata limosina che s’era fatta lungo tempo, e facea per li capitani della compagnia di Madonna santa Maria d’Orto san Michele, senza alcuno umano procaccio, si trovò per testamenti fatti (i quali testamenti nella mortalità, e poco appresso, si poterono trovare e avere) che i cittadini di Firenze lasciarono a stribuire a’ poveri per li capitani di quella compagnia più di trecentocinquanta migliaia di fiorini d’oro. Che vedendosi la gente morire, e morire i loro figliuoli e i loro congiunti, ordinavano i testamenti, e chi avea reda che vivesse, legava la reda, e se la reda morisse, volea la detta compagnia fosse reda; e molti che non avevano alcuna reda, per divozione dell’usata e santa limosina che questa compagnia solea fare, acciocchè il suo si stribuisse a’ poveri com’era usato, lasciavano di ciò ch’aveano reda la detta compagnia: e molti altri non volendo che per successione il suo venisse a’ suoi congiunti, o a’ suoi consorti, legavano alla detta compagnia tutti i loro beni. Per questa cagione, restata la mortalità in Firenze, si trovò improvviso quella compagnia in sì grande tesoro, senza quello che ancora non potea sapere. E i mendichi poveri erano quasi tutti morti, e ogni femminella era piena e abbondevole delle cose, sicchè non cercavano limosina. Sentendosi questo fatto per cittadini, procacciarono molti con sollecitudine d’essere capitani per potere amministrare questo tesoro, e cominciarono a ragunare le masserizie e’ danari; ch’avendo a vendere le masserizie nobili de’ grandi cittadini e mercatanti, tutte le migliori e le più belle voleano per loro a grande mercato, e l’altre più vili faceano vendere in pubblico, e i danari cominciarono a serbare, e chi ne tenea una parte, e chi un’altra a loro utilità. E non essendo in quel tempo poveri bisognosi, facevano le limosine grandi ciascuno capitano ove più gli piaceva, poco a grado a Dio e alla sua madre. E per questo indebito modo si consumò in poco tempo molto tesoro. E quando veniva il tempo di rifare i nuovi capitani, i cittadini amici de’ vecchi si facevano fare capitani nuovi da loro che avevano la balía, con molte preghiere, e altre promessioni, intendendosi insieme per poco onesta intenzione. Le possessioni della compagnia allogavano per amistà e buon mercato, e le vendite faceano disonestamente. I cittadini ch’erano avviluppati nelle mani de’ detti capitani per li lasci, e per le dote, e per li debiti, e per le participazioni di quelli beni, e per l’altre successioni non si poteano per lunghi tempi spacciare da loro: e ogni cosa sosteneano in lunga contumacia senza sciogliere, se per speziale servigio non si facea. E fu tre anni continovi più grande la loro corte che quella del nostro comune. E avvedendosi i cittadini della ipocrisia de’ capitani, acciocchè più non seguitasse la elezione, che l’uno facesse l’altro, ordinarono che i capitani si chiamassono per lo consiglio. In processo di tempo il comune prese de’ danari del mobile della detta compagnia alcuna parte, vedendo che male si stribuivano per li capitani. E per le dette cagioni la fede di quella compagnia tra’ cittadini e’ contadini cominciò molto a mancare, avvelenata per lo disordinato tesoro, e per gli avari guidatori di quello. E per lo simigliante modo fu lasciato a una nuova compagnia chiamata la compagnia della Misericordia, tra in mobile e in possessioni, il valore di più di venticinquemila fiorini d’oro, i quali si stribuirono poco bene per lo difetto de’ capitani che gli aveano a stribuire. E allo spedale di santa Maria Nuova di san Gilio fu anche lasciato in quella mortalità il valore di venticinquemila fiorini d’oro. Questi lasci di questo spedale si stribuirono assai bene, perocchè lo spedale è di grande elemosina, e sempre abbonda di molti infermi uomini e femmine, i quali sono serviti e curati con molta diligenza e abbondanza di buone cose da vivere, e da sovvenire a’ malati, governandosi per uomini e femmine di santa vita.