CAP. VIII. Come in Firenze da prima si cominciò lo Studio.
Rallentata la mortalità, e assicurati alquanto i cittadini che aveano a governare il comune di Firenze, volendo attrarre gente alla nostra città, e dilatarla in fama e in onore, e dare materia a’ suoi cittadini d’essere scienziati e virtudiosi, con buono consiglio, il comune provvide e mise in opera che in Firenze fosse generale studio di catuna scienzia, e in legge canonica e civile, e di teologia. E a ciò fare ordinarono uficiali, e la moneta che bisognava per avere i dottori delle scienze: stanziò si pagassono annualmente dalla camera del comune; e feciono acconciare i luoghi dello Studio in su la via che traversa da casa i Donati a casa i Visdomini, in su i casolari de’ Tedaldini. E piuvicarono lo studio per tutta Italia; e avuti dottori assai famosi in tutte le facultà delle leggi e dell’altre scienze, cominciarono a leggere a dì 6 del mese di novembre, gli anni di Cristo 1348. E mandato il comune al papa e a’ cardinali a impetrare privilegio di potere conventare in Firenze in catuna facultà di scienza, ed avere le immunità e onori che hanno gli altri studi generali di santa Chiesa, papa Clemente sesto, con suoi cardinali, ricevuta graziosamente la domanda del nostro comune, e considerando che la città di Firenze era braccio destro in favore di santa Chiesa, e copiosa d’ogni arte e mestiere, e che questo che s’addomandava era onore virtudioso, acciocchè ’l buono cominciamento potesse crescere successivamente in frutto di virtudi, di comune concordia di tutto il collegio, e del papa, concedettono al nostro comune privilegio, che nella città di Firenze si potesse dottorare, e ammaestrare in teologia, e in tutte l’altre facultadi delle scienze generalmente. E attribuì tutte le franchigie e onori al detto Studio che più pienamente avesse da santa Chiesa Parigi o Bologna, o alcuna altra città de’ cristiani. Il privilegio bollato della papale bolla venne a Firenze, dato in Avignone dì 31 di maggio, gli anni Domini 1349, l’ottavo anno del suo pontificato.
CAP. IX. Raggiugnimento di principii che furono cagione di grandi novitadi nel Regno.
Avvegnachè nella cronica del nostro anticessore sia trattato della novità sopravvenuta nel regno di Cicilia e di qua dal faro, insino al tempo vicino alla nominata mortalità, nondimeno la nostra materia richiede (acciocchè meglio s’intendano le cose che nel nostro tempo poi seguiranno) che qui s’accolgano alquanti principii che furono materia e cagioni di gravi movimenti. Il re Ruberto rimorso da buona coscienza, avendo con Carlo Umberto di suo lignaggio re d’Ungheria trattato la restituzione del suo reame dopo la sua morte a’ figliuoli del detto Carlo, nipoti di Carlo Martello primogenito di Carlo secondo, a cui di ragione succedea il detto reame di Cicilia, e fermata la detta restituzione con promissione di matrimonio, sotto certe condizioni de’ figliuoli del detto Carlo Umberto, e delle due figliuole di M. Carlo duca di Calavra, figliuolo che fu del detto re Ruberto. E avendo già accresciuto appresso di se il re Ruberto Andreasso figliuolo di Carlo Umberto, e fattolo duca di Calavra, a cui si dovea dare per moglie Giovanna primagenita del detto Carlo, nipote del re Ruberto, acciocchè fosse successore del reame dopo la sua morte; e la detta Giovanna reina, con condizioni ordinate per li casi che avvenire poteano, che l’una succedesse all’altra in caso di mancamento di figliuoli, acciocchè la successione del Regno non uscisse delle nipoti. Vedendosi appressare alla morte, tanto fu stretto dallo amore della propria carne, ch’egli commise errori i quali furono cagione di molti mali. Perocchè innanzi la sua morte fece consumare il matrimonio del detto duca Andreasso alla detta Giovanna sua nipote, e lei intolò reina. E a tutti i baroni, reali, e feudatari e uficiali del Regno fece fare il saramento alla detta reina Giovanna, lasciando per testamento, che quando Andreasso duca di Calavra, e marito della detta reina Giovanna, fosse in età di ventidue anni, dovesse essere coronato re del suo reame di Cicilia. Onde avvenne che ’l senno di cotanto principe accecato del proprio amore della carne, morendo lasciò la giovane reina ricca di grande tesoro, e governatora del suo reame, e povera di maturo consiglio, e maestra e donna del suo barone, il quale come marito dovea essere suo signore. E così verificando la parola di Salomone, il quale disse, se la moglie avrà il principato, diventerà contraria al suo marito. La detta Giovanna vedendosi nel dominio, avendo giovanile e vano consiglio, rendeva poco onore al suo marito, e reggeva e governava tutto il Regno con più lasciva e vana che virtudiosa larghezza: e l’amore matrimoniale per l’ambizione della signoria, e per inzigamento di perversi e malvagi consigli, non conseguiva le sue ragioni, ma piuttosto declinava nell’altra parte. E però si disse che per fattura malefica la reina parea strana dall’amore del suo marito. Per la qual cagione de’ reali e assai giovani baroni presono sozza baldanza, e poco onoravano colui che attendevano per loro signore. Onde l’animo nobile del giovane, vedendosi offendere, e tenere a vile a’ suoi sudditi, lievemente prendeva sdegni. E moltiplicando le ingiurie per diversi modi, dalla parte della sua donna e de’ suoi baroni, per giovanile incostanza, alcuna volta con la reina, alcuna volta con i baroni usò parole di minacce, per le quali, coll’altra materia che qui abbiamo detta, appressandosi il tempo della sua coronazione, s’avacciò la crudele e violente sua morte. Onde avvenne, che per fare la vendetta Lodovico re d’Ungheria, fratello anzinato del detto Andreasso, con forte braccio venne nel Regno non contastato da niuno de’ reali, o da altro barone, se non solo da M. Luigi di Taranto, il quale dopo la morte del duca Andreasso, per operazione della imperadrice sua madre, di M. Niccola Acciaiuoli di Firenze suo balio, avea tolta la detta reina Giovanna per sua moglie. E innanzi la dispensagione, ch’era sua nipote in terzo grado, temendo il giovane d’entrare nella camera alla reina, confortatolo, e presolo per lo braccio dal detto suo balio, in segreto sposò la detta donna: e in palese fu dispensato il detto matrimonio da santa Chiesa. Il quale M. Luigi si mise a contastare alcuno tempo alla gente del detto re d’Ungheria, venuta innanzi che la persona del detto re. Ma sopravvenendo il re, la reina Giovanna in prima, e appresso M. Luigi, con certe galee in fretta, e male provveduti fuori che dello scampo delle persone, fuggirono in Toscana, e poi passarono in Proenza.
CAP. X. Come il re d’Ungheria fece ad Aversa uccidere il duca di Durazzo.
Lodovico re d’Ungheria giunto ad Aversa, fece suo dimoro in quel luogo ove fu morto il fratello. E ivi tutti i baroni del Regno l’andarono a vicitare, e fare la reverenza come zio, e governatore di Carlo Martello infante, figliuolo del detto duca Andreasso, e della reina Giovanna, a cui succedeva il reame. I reali, ciò furono M. Ruberto prenze di Taranto, M. Filippo suo fratello, M. Carlo duca di Durazzo, che avea per moglie donna Maria sirocchia della reina Giovanna, e M. Luigi e M. Ruberto suoi fratelli andarono ad Aversa confidentemente a fare la reverenza al detto re d’Ungheria; e ricevuti da lui con infinta e simulata festa, stettono con lui infino al quarto giorno. E mosso per andare da Aversa a Napoli con grande comitiva, oltre alla sua gente, di quella de’ reali e del Regno, rimaso addietro, e cavalcando con lui il duca di Durazzo, il re gli disse: menatemi dove fu morto mio fratello. E senza accettare scusa condotto al luogo, il detto duca di Durazzo sceso del palafreno, già conoscendo il suo mortale caso, disse il re: traditore del sangue tuo, che farai? E tirato per forza, come era ordinato, infino ove fu strangolato il duca Andreasso, tagliatali la testa da un infedele Cumino, in sul sabbione dal Gafo fu in due pezzi gittato, in quell’orto e in quello luogo dove fu gittato il duca Andreasso. E in quello stante furono presi gli altri reali, e ordinata la condotta sotto buona guardia, e con loro il piccolo infante Carlo Martello, furono mandati in Ungheria. Il quale Carlo poco appresso giunto in Ungheria morì. E M. Ruberto prenze di Taranto, e ’l fratello e’ cugini furono messi in prigione, e insieme ritenuti sotto buona guardia.
CAP. XI. La cagione della morte del duca di Durazzo.
Questo duca di Durazzo non si trovò che fosse autore della morte del duca Andreasso, ma però ch’egli come molto astuto, avea, non senza alcuna espettazione di speranza del Regno, coll’aiuto del zio cardinale di Pelagorga, procacciato dispensazione dal papa, colla quale ruppe quattro grandi misteri. Ciò furono, violando il testamento e l’ordine e la concordia presa dal re Ruberto, e Umberto Martello re d’Ungheria, ove era disposto che il matrimonio di dama Maria sirocchia della reina Giovanna si dovesse fare, a conservagione della successione del regno colla casa di Carlo Umberto, discendenti di Carlo Martello, in certo caso di morte, o di mancamento di figliuoli alla reina. La quale Maria il detto duca si prese per moglie. E il saramento di ciò prestato per lo detto duca, e per altri reali in sul corpo di Cristo; e la dispensagione di potere prendere la nipote per moglie, la quale si prese e menò di quaresima. E bene che col duca Andreasso si ritenesse mostrandoli amore, nondimeno lungo tempo segretamente fece impedire a corte la diliberazione della sua coronazione. Onde per questo soprastare fu fatto l’ordine e messo a esecuzione il detestabile e patricida della sua morte: e questa fu la cagione perchè il re d’Ungheria il fece morire. Di questa morte, e della carceragione de’ reali nacque grande tremore a tutto il regno. E fu il re reputato crudele non meno per la carceragione degl’innocenti giovani reali, che per la morte del duca di Durazzo.
CAP. XII. Come il re d’Ungheria entrò in Napoli.
Fatta il re d’Ungheria parte della sua vendetta, e ricevuto in Napoli come signore, e ordinato i magistrati, e comandato giustizia per tutto il regno, cominciò ad andare vicitando le città e le provincie. E da tutti i baroni prese saramento per Carlo Martello suo nipote. E nell’anno 1348 quasi tutto il regno l’ubbidia, salvo che in Puglia era contra lui il forte castello d’Amalfi della montagna, il quale si teneva per la reina, e per M. Luigi di Taranto. E questo guardavano masnade italiane con cento cavalieri tedeschi, capitano della gente e del castello M. Lorenzo figliuolo di M. Niccola degli Acciaiuoli di Firenze, giovane cavaliere, e di grande cuore, e di buono aspetto. Non avendo ancora mandato il detto re in terra d’Otranto, nè in Calavra, i giustizieri che v’erano per la reina faceano l’uficio per lei, e non ubbidivano al re d’Ungheria, ed egli non strignea il paese, e però non vi si mostrava ribellione.