CAP. XXIV. Come la reina Giovanna si fece scusare in corte di Roma.
Come addietro abbiamo narrato, quando l’accordo si fece dal re d’Ungheria al re Luigi, ne’ patti venne fatta la commissione nel papa e ne’ cardinali per catuna parte: che se la reina Giovanna si trovasse colpevole della morte d’Andreasso suo marito, fratello del re d’Ungheria, ch’ella dovesse essere privata del reame, e dove colpevole non si trovasse, dovesse essere reina. A questo patto acconsentì il re d’Ungheria, più per l’animo che avea di tornare in suo paese, che per altra buona volontà che di ciò avesse, e però la commissione fu avviluppata più che ordinato o spedito libello, e non vedendo i pastori della Chiesa come onestamente potessono diliberare questa cosa, la dilungarono. Essendo lungamente gli ambasciatori di catuna parte stati in corte senza alcuno frutto dell’altre cose commesse per li detti re nella Chiesa, vedendo che questo articolo non terminandosi portava infamia e pericolo alla reina, con ogni studio vollono che il suo processo si terminasse. E perocchè assoluta verità del fatto non poteva scusare la regina, levare il luogo della dubbiosa fama proposono; che se alcuno sospetto di non perfetto amore matrimoniale si potesse proporre o provare, che ciò non era avvenuto per corrotta intenzione o volontà della reina, ma per forza di malíe o fatture che le erano state fatte, alle quali la sua fragile natura femminile non avea saputo nè potuto riparare. E fatta prova per più testimoni come ciò era stato vero, avendo discreti e favorevoli uditori, fu giudicata innocente di quello malificio, e assoluta d’ogni cagione che di ciò per alcun tempo le fosse apposto, o che per innanzi le si potesse apporre di quella cagione: e la detta sentenza fece divulgare per la sua innocenza ovunque la fede giunse della detta scusa.
CAP. XXV. Come i Genovesi e i Veneziani ricominciarono guerra in mare.
Seguita di dar parte intra le italiane tempeste della terra a quelle che in que’ tempi concepute ne’ nostri mari Tirreno e Adriatico da superbe presunzioni di due comuni, in Grecia e poi nelli stremi d’Europa partorirono gravi cose, come seguendo nostro trattato si potrà trovare. I Genovesi infestati dalla loro alterezza, ricordandosi che i Veneziani l’anno passato aveano soperchiato in mare le undici loro galee, avvegnachè per l’aiuto de’ loro di Pera si fossono felicemente vendicati, vollono per opera mostrare loro potenza a’ Veneziani, e per comune consiglio, essendo a quel tempo catuna casa de’ loro maggiori cittadini tornata con pace in Genova, ordinarono di fare armata, la quale fosse fornita per più eccellente modo che mai avessono armato. E comandarono a’ grandi e a’ popolani mercatanti, e agli artefici minori e ad ogni maniera di gente, che di due l’uno s’acconciassono ad andare in quell’armata, e simigliante comandamento feciono fare per tutta la loro riviera, e certo la volontà vinse il comandamento, che più volentieri s’acconciavano d’andare che di rimanere: i corpi delle galee furono per numero sessantaquattro, e ammiraglio fu fatto messer Paganino Doria; i soprassaglienti furono sopra ogni galea doppi, armati nobilmente, e doppi i balestrieri e i galeotti, tutti forniti d’arme, e tutti si vestirono per compagne chi d’un’assisa e chi d’un’altra, e comandamento ebbono dal loro comune d’abbattere la forza de’ Veneziani in mare e in terra giusta loro podere: e fornite le galee di panatica e di ciò ch’aveano bisogno, e pagati per ordine di mercatanzia e’ dazii, senza trarre danari di comune, per sei mesi, del mese di luglio, gli anni di Cristo 1351, si partirono da Genova, ed entrarono nel golfo di Vinegia facendo danno assai a’ navili e alle terre de’ Veneziani, e senza lungo soggiorno si partirono di là e andaronne all’isola di Negroponte. I Veneziani non provveduti della subita armata de’ Genovesi, aveano mandate venti loro galee armate in Romania, le quali erano nell’Arcipelago, delle quali i Genovesi ebbono lingua, e seguitandole, le sopraggiunsono all’isola di Scio: le quali vedendosi di presso l’armata de’ Genovesi, con la paura aggiunsono forza a’ remi, e avendo aiuto d’alcuno vento alle loro vele, essendo seguitate da’ Genovesi, fuggendo le diciassette ricoverarono nel porto di Candia, e le tre presono alto mare per loro scampo.
CAP. XXVI. Come l’armata genovese andò a Negroponte e assediò Candia, e quello che ne seguì.
L’armata de’ Genovesi seguendo quella de’ Veneziani giunsono a Negroponte, ove i Veneziani con grande studio e paura erano arrivati, e avendo da’ terrazzani aiuto, appena aveano compiuto di tirare le loro diciassette galee in terra, lasciando le poppe in mare per poterle difendere, e in aringo l’aveano messe l’una a lato all’altra a modo di bertesca per poterle meglio di terra difendere, ove giunta l’armata de’ Genovesi, senza arresto l’assalirono con aspra e folta battaglia, e prese l’avrebbono, se non fosse che tutti gli uomini d’arme di quella terra furono alla loro difesa, e a guardare la marina che i Genovesi non potessono scendere in terra: e in quello assalto la feciono sì bene, che i Genovesi s’avvidono per forza non poterle guadagnare nè scendere in terra nel porto: e però presono loro consiglio d’assediare la città di Candia per mare e per terra, e procacciare di Pera e dell’altre parti di loro amici legni grossi, e gente e dificii di legname per combattere e vincere la terra, se per loro virtù e forza fortuna l’assentisse. E allora lasciarono guardia delle loro galee sopra il porto, e con l’altre girarono alquanto, e misono in terra loro campo, attendendo gente e fornimenti che procacciavano per combattere la terra, e que’ d’entro s’afforzavano alla difesa, e dì e notte intendeano a fare buona guardia, avendo mandato a’ Veneziani per loro soccorso.
CAP. XXVII. Come i Veneziani feciono lega co’ Catalani, e di nuovo armarono cinquanta galee.
Stando l’armata de’ Genovesi per mare e per terra all’assedio della città di Candia, il comune di Vinegia ebbe le novelle, ed essendo tanti loro grandi e buoni cittadini, e le loro galee e la loro città assediata, ebbono grande dolore, nondimeno con franco animo deliberarono di fare ogni loro sforzo per soccorrerli: e ricercando la gente che allora poteano fare di loro distretto, non trovarono che bastasse a potere fornire loro armata, tanto era mancata per la passata mortalità, e però elessono di loro cari cittadini solenni ambasciadori, i quali mandarono prima a Pisa, e appresso in Catalogna, per recarli a loro lega, e averli in loro aiuto, con ogni largo patto che volessono: e di ciò diedono agli ambasciadori piena libertà e balìa, con ispendio di grande somma di moneta. I Pisani essendo in pace co’ Genovesi, avvegnachè poco s’amassono, per promesse o patto che fosse offerto loro non si vollono muovere contro a’ Genovesi, ma alquanto più che ’l consueto s’inamicarono con loro, ricevendo grazie da’ Genovesi per la fede mantenuta a quel punto. I Catalani per grande odio che aveano a’ Genovesi, per ingiurie e danni ricevuti da loro in mare, di presente s’allegarono co’ Veneziani, e promisono di dare armate di loro uomini quelle galee che i Veneziani volessono, dando i Veneziani loro i corpi delle galee e i debiti soldi a’ Catalani. E ferma la lega, i Veneziani incontanente misono il banco, e cominciarono a scrivere e a soldare la gente, e mandarono a Venezia che vi mandassono i corpi delle galee e’ danari, i quali senza indugio vi mandarono ventitrè corpi di galee, e danari assai, e fecionle armare di buona gente. I Veneziani a Venezia prestamente n’armarono ventisette, e mentre che l’armata si facea in Catalogna e a Venezia, i Veneziani mandarono una galea sottile bene armata a portare novelle del loro grande soccorso, e mandarono in quella danari per fare apparecchiare le galee ch’erano là, che di presente al tempo della venuta della loro armata fossono apparecchiate, sicchè contra a’ loro nimici fossono più possenti. Questa galea per scontro di fortuna s’abbattè in una galea di Genovesi, e combattendo insieme, la veneziana fu vinta e presa in segno del futuro danno. I Genovesi ebbono i danari, e le lettere e l’avviso dell’armata de’ Veneziani e de’ Catalani per potersi provvedere; il corpo della galea aggiunsono alle loro, e gli uomini ritennono a prigioni, con gran festa di questa avventura.
CAP. XXVIII. Come la imperatrice di Costantinopoli col figliuolo si fuggì in Salonicco.
Avvenne che in questi medesimi tempi che l’armata de’ Genovesi era a Negroponte, che Mega Domestico del lignaggio imperiale, il quale si faceva dire Cantacuzeno, cioè imperadore, essendo rimaso balio del figliuolo dell’imperadore di Costantinopoli a cui succedea l’imperio, governava tutto per lui, gli diè la figliuola per moglie, ingannando la giovanezza del suo pupillo, senza consentimento della madre. L’imperatrice sentendo quello che Mega Domestico avea fatto, prese sospetto, e fatto le fu vedere che ’l figliuolo sarebbe avvelenato, perchè l’imperio come era in guardia rimanesse libero al detto Mega, balio dell’imperio e del giovane, onde l’imperadrice col figliuolo, di furto e improvviso a Mega s’erano fuggiti di Costantinopoli, e andati nel loro reame di Salonicco, ivi mostrando manifesto sospetto del balio dell’imperio, si dimorarono in grande guardia. E Mega Domestico, come è detto, vedendosi rimaso nella forza dell’imperio, si fece dinominare imperadore: e senza fare guerra al giovane, si fortificava nell’imperio, e aveasi confederato l’amistà de’ Veneziani. L’imperadrice avendo sentita l’armata de’ Genovesi a Negroponte, mossa da femminile furia e sprovveduto consiglio, mandò a trattare co’ Genovesi, in cui prendeva confidanza, perocchè era figliuola del conte di Savoia, assai presso di vicinanza a’ Genovesi, e sapea ch’elli erano nimici de’ Veneziani, amici di Mega Domestico suo avversario; il trattato fu fermo co’ Genovesi, e le promesse furono grandi ove rimettessono il figliuolo in signoria dell’imperio di Costantinopoli. I Genovesi per questo si pensarono di passare il verno alle spese del’imperadrice, e abbattere molto della forza degli amici de’ Veneziani, e d’essere più agresti e più forti contro alla loro armata, e però si dispuosono a lasciar l’assedio con loro onore, ove poco profittavano, e a prendere il servigio dell’imperadrice. Lasceremo al presente questa materia per riprenderla al suo debito tempo, e torneremo a’ fatti di Firenze.