CAP. XXIX. Come la Scarperia sostenne la prima battaglia dal Biscione.
Tornando all’assedio della Scarperia, il capitano dell’oste col suo consiglio vedendo che la Scarperia era fornita per la sua difesa di valorosi masnadieri, e che dentro era bene fornita di vittuaglia, e sentendo che i Fiorentini non si curavano di loro, e continovo accresceva loro forza, ed essendo mancata la ferma de’ loro soldati: per non partirsi con vergogna di non avere vinto per forza uno piccolo castello, rifermarono i loro cavalieri, e avuti danari dall’arcivescovo tutti gli pagarono, e promisono paga doppia e mese compiuto a coloro che combattendo vincessono la Scarperia. Il tempo era già all’entrata d’ottobre, e la vittuaglia cominciava a rincarare, e questo più gli spronava a volere vincere la punga. I dificii da combattere la terra erano apparecchiati, scale assai, e grilli e gatti e torri di legname, le quali aveano condotte presso al castello al tirare della balestra, o poco più. E così apparecchiati, una domenica mattina, ordinati i combattitori, da più parti con molti balestrieri assalirono il castello, e conduceano i dificii e le scale alle mura con gran tempesta di loro grida. Quelli del castello ordinati dentro alla difesa co’ loro capitani, si teneano coperti e cheti, e lasciarono valicare i nimici il primo fosso e entrare nel secondo, che non v’avea acqua, e accostare molte scale alle mura innanzi che si movessono: allora dato il segno da’ loro conestabili, con grande romore sollecitamente cominciarono dalle mura a percuotere sopra i nimici colle pietre, lance e pali, e a traboccare loro legname addosso, e i balestrieri saettare da presso e da lungi senza perdere in vano i loro verrettoni. In questo primo assalto fediti e magagnati assai di quelli che s’erano accostati alle mura e agli steccati per forza ne furono dilungati: nondimeno i capitani per straccare di fatica quelli delle mura, rimutavano spesso la loro gente dalla battaglia, rinfrescando gente nuova, e non lasciando prendere lena nè riposo a que’ delle mura e della guardia degli steccati, ma i franchi masnadieri si difendeano virtudiosamente, avendo in dispregio il riposo, e confortando l’uno l’altro per modo, che per forza nè per rinfrescamento di loro battaglia, da innanzi terza all’ora di nona, per molte riprese di battaglie non ebbono podere d’accostarsi alle mura, nè agli steccati ove le mura non erano. Nel primo fosso condussono sessantaquattro scale, e nel secondo accosta del muro tre, le quali abbandonarono, non potendo avanzare; e con poco onore di questa prima battaglia, e con alquanti morti rimasi nel fosso, e con molti fediti e magagnati, si ritrassono dalla battaglia, e que’ d’entro intesono al riposo e a medicare i loro fediti, che ne aveano gran bisogno.
CAP. XXX. Come la Scarperia riparò alla cava de’ nimici.
Nonostante l’ordine delle battaglie, i conducitori dell’oste con gran costo e con molto studio conducevano una cava sotterra per abbattere le mura della Scarperia, e molto grande speranza aveano in quella di vincere la terra. Que’ d’entro pensando e temendo che così dovessono fare i loro avversari, provvidono al rimedio, e feciono un fosso dentro intorno alle mura, il quale era braccia quattro e mezzo largo in bocca, e braccia tre largo in fondo, e andava di sotto al fondamento delle mura braccio uno e mezzo, acciocchè se le mura cadessono, si trovassono l’aiuto del detto fosso alla loro difesa. E nondimeno provvidono di cavare di fuori de’ fossi per ritrovare la cava de’ nimici innanzi che giugnesse alle mura. E a fornire questo misono grande sollecitudine, ma i loro avversari adoperarono grande forza per ritrarli da quello lavorio: e condussono un castello di legname in sul primo fosso, sì presso, che con le pietre combatteano coloro ch’erano tra l’uno fosso e l’altro alla guardia de’ loro cavatori, e avvenne che a questa si rivolse grande parte dell’oste, e tutta la forza di quelli d’entro. Quelli di fuori combattendo con le pietre e con le balestre, e rinnovando d’ora in ora i freschi combattitori, quelli del fosso colle fosse delle parate e co’ palvesi francamente s’atavano, con le loro balestra e con quelle del loro aiuto dalle mura, e diputati a questa punga trecento di que’ d’entro, sostennono l’assalto de’ nimici il lunedì e ’l martedì molto francamente, non lasciando impedire i loro cavatori: i quali lavorando con grande sollecitudine pervennero alla cava de’ nimici, la quale era venuta innanzi centottanta braccia, e presso alle mura a venti braccia: la quale di presente affocarono, e cacciarono i cavatori, e guastarono loro la cava. Essendo da catuna parte molti fediti, que’ del campo abbandonarono l’assalto con loro vergogna; e i valenti masnadieri alla ritratta de’ nimici presono e arsono il castello del legname ch’era sopra il fosso, e stesonsi ad assalire un altro ch’era più di lungi, e per forza l’affocarono, e tornaronsi sani e salvi nel castello, avendo presa grande baldanza della loro difesa, per la vittoriosa punga di quella cava.
CAP. XXXI. Del secondo assalto dato alla Scarperia.
Vedendo il capitano dell’oste e il suo consiglio essere di ogni assalto fatto con vergogna ributtato da que’ della Scarperia, e vedendosi venire addosso il verno e non avere vinto il castello, e che lo strame mancava, pensavano che la partita sarebbe con loro grande vergogna: però vollono ancora da capo cercare la fortuna, innanzi che da quello assedio si partissono. E per avere apparecchiato da riempiere i fossi, feciono tutto il legname e’ frascati che aveano ne’ loro campi conducere presso a’ fossi: e il giovedì mattina innanzi dì, essendo l’oste armata, e le battaglie ordinate, e più torri di legnami condotte presso a’ fossi, con ordine di palvesari e di loro balestrieri, senza contasto riempierono di frascati il primo fosso, e le torri condussono sopr’esso fornite di molti balestrieri. I cavalieri smontarono de’ cavalli con gli elmi in testa, e cominciata la battaglia a un’ora da ogni parte, i cavalieri si sforzarono di conducere gatti, grilli e scale alle mura. Que’ d’entro che aveano preso maggiore ardire per gli altri assalti, lasciarono fare molte cose innanzi che alla battaglia si scoprissono, ma ordinato da’ loro conestabili, al segno dato si mostrarono alla difesa, e con tanto impeto cominciarono a caricare di pietre, e di pali aguti e di legname i loro assalitori, con l’aiuto de’ loro buoni balestrieri, che per forza gli ributtarono addietro del primo fosso. E avendo a quelli ch’erano nelle torri ordinato di loro i migliori balestrieri, gli strinsono per modo, che non si poteano scoprire, nè dare a loro utile aiutorio. E in questo assalto alcuni conestabili d’entro ebbono ardire con certi loro compagni eletti d’uscire fuori della terra, e con le lance e con le spade in mano fediano per costa i combattitori, e incontanente si ritraevano: e questo feciono più volte danneggiando i nimici, e ritraendoli dalla battaglia dov’erano ordinati, senza ricevere impedimento. Ed essendo durata la battaglia infino a nona, senza avere que’ dell’oste fatto alcuno acquisto, feciono sonare la ritratta. E di presente quei del castello misono fuori de’ loro masnadieri, i quali presono le torri e’ dificii e arsonli, che i nimici aveano condotti, e dato opera infino alla notte a mettere dentro il legname utile, tutto l’altro co’ frascati arsono nel fosso. E intesono a medicare i loro fediti, e a farsi ad agio d’alcuno riposo, del quale aveano gran bisogno per quella giornata.
CAP. XXXII. Del terzo assalto dato.
Avendo i capitani dell’oste quasi perduta ogni speranza di potere vincere la Scarperia, vollono tentare l’ultimo rimedio con danari e con ingegno; e in quello rimanente del dì feciono venire a loro tutti i conestabili tedeschi con i più nomati cavalieri di loro lingua, i quali nelle battaglie date al castello poco s’erano travagliati altro che di vedere, e dissono loro: se a voi desse il cuore di vincere con forza e con ingegno questa terra, l’onore sarebbe vostro, e oltre alla paga doppia e mese compiuto, a catuno daremo grandi doni. I conestabili e i loro baccellieri si strinsono insieme, e mossi da presuntuosa vanagloria e da avarizia, rispuosono: che dove e’ fossono sicuri d’avere di dono sopra le cose promesse fiorini diecimila d’oro, che darebbono presa la Scarperia: e questo dava loro il cuore di fornire con l’aiuto dell’altra oste, ove fosse fatto quello che direbbono in quella notte. I capitani promisono tutto senza indugio, sicchè rimasono contenti, e di presente feciono fare comandamento a tutti i conestabili delle masnade da cavallo e da piè, che colà da mezza notte fossono apparecchiati dell’arme e de’ cavalli; e fatto questo, andarono a cenare e a prendere alcuno riposo. Venuta la mezza notte, e armata l’oste chetamente, il tempo era sereno e bello, e la luna faceva ombra in quella parte della Scarperia che i Tedeschi aveano pensato d’assalire: e fatto tra loro elezione di trecento baccellieri, a loro commisono tutto il fascio della loro intenzione; i quali bene armati, separati dall’altra gente, con le scale a ciò diputate e con altri utili argomenti, senza alcuno lume, s’addirizzarono verso quella parte della terra ove l’ombra gli copriva. Tutta l’altra oste con innumerabili luminarie, e con ismisurato romore e suoni di tutti gli stromenti dell’oste, colle schiere fatte e colle battaglie ordinate si cominciarono a dirizzare dall’altre parti verso la Scarperia. I fanti della Scarperia, che appena aveano ancora dell’affanno del dì preso alcuno riposo, sentendo lo stormo, e vedendo l’esercito venire con ordine di loro battaglie a combattere la terra, cacciata la paura e invilito il riposo, di presente furono all’arme: e con l’ardire delle loro difese apparecchiati, andò catuno alla sua guardia delle mura e de’ palancati; e stando cheti e senza mostrare i loro lumi attesono tanto, che le schiere e le battaglie s’appressarono alle mura, e cominciato fu l’assalto con suoni di tanti stromenti e con grida d’uomini, che riempieva il cielo e tutto il paese molto di lungi. Quest’asprezza delle grida era maggiore che dell’arme, per attrarre l’aiuto da quella parte di que’ d’entro, e mancarlo ov’era l’aguato. Quelli della terra maestri di cotali cose delle grida non si curavano, e quelli che si appressavano, francamente colla balestra e colle pietre gli faceano risentire e allungare, e niuno non si partiva o mosse dalla sua guardia. I trecento baccellieri riposti presso della terra sentendo il romore e l’infestamento di quelli dell’oste, chetamente colle scale in collo passarono il primo e il secondo fosso, che non v’avea acqua, e condussono e dirizzarono alle mura più e più scale, vedendolo e sentendolo que’ della terra ch’erano a quella guardia, e lasciandogli fare, finchè cominciarono a salire sopra esse, e aveano già i loro aiutori a piede; allora quelli della guardia cominciarono a gridare, e a mandare sopra loro grandi pietre e legname e pali, percotendoli e facendoli traboccare delle scale nel fosso l’uno sopra l’altro. E in un punto gli ebbono sì storditi e fediti e magagnati, che in caccia si partirono da quello assalto, e tornaronsi all’altra oste. Dall’altra parte fu maggiore il grido che l’assalto, ma per li buoni balestrieri molti ve ne furono fediti in quella notte. E facendosi dì, in sulla ritratta uscirono della terra un fiotto di buoni briganti, e dieronsi tra’ nimici, e per forza ne presono e ne menarono tre di loro cavalieri nella Scarperia, e gli altri ritornarono al campo perduta ogni speranza d’avere la Scarperia. Que’ di dentro uscirono fuori un’altra volta quella mattina, e arsono più dificii di legname ch’erano presso, e uno castello ch’era più di lungi, e contamente senza impedimento sani e salvi si ritornarono nella Scarperia.
CAP. XXXIII. La partita dell’oste dalla Scarperia.
Vedendo il capitano dell’oste e i suoi consiglieri aver fatta la loro oste ogni prova per vincere la Scarperia, ed esserne con vergogna ributtati per la virtù de’ buoni masnadieri che dentro v’erano, e tornando l’oste piena di molti fediti, e che la vittuaglia venia mancando l’un dì appresso l’altro fortemente, e che già lo strame per i cavalli al tutto venia loro meno, e il tempo ch’era stato fermo e bello lungamente s’apparecchiava di corrompere all’acqua, prese per partito d’andarsene a Bologna; e al segno dato d’una lumiera alzata sopra ogni lume molto, il sabato notte, a dì 16 d’ottobre, l’oste si dovesse partire, e ogni uomo si dovesse riducere verso l’alpe di Bologna, i cui passi erano tutti in loro signoria, e il cammino era corto e il passo aperto, e la gente volonterosa di levarsi da campo, per la qual cosa subito ebbono passato il giogo dell’alpe. I Fiorentini avendo sentito che i nimici erano per partirsi dall’assedio, aveano mandati in Mugello i cavalieri che aveano per danneggiarli, se potessono, alla levata: ma gli avvisati capitani dell’oste la domenica mattina innanzi che la loro gente s’avviasse feciono una schiera di duemila buoni cavalieri, i quali tennero ferma in sul piano, insino che seppono che tutta la loro gente e la salmeria erano valicati il giogo e passati in luogo salvo; la schiera della guardia passò, non vedendo apparire alcuno nimico, girò e prese il suo cammino verso la montata dell’alpe, ch’era presso a due miglia di piano: ed ebbono passato prima il giogo, che la cavalleria de’ Fiorentini si assicurasse di stendere per lo piano, temendo d’aguato: e così sani e salvi si ricolsono a Bologna senza impedimento per lo senno de’ loro capitani. Quest’oste mossa con tanto ordine e aiuto di tutti i ghibellini d’Italia, venuta di subito sopra la nostra città sprovveduta d’ogni aiuto, stette ottantadue dì sopra il nostro contado senza potere vincere per forza niuno castello, e de’ quali, sessantuno dì consumarono all’assedio del piccolo castello della Scarperia. E come fu piacer di Dio, la sfrenata potenza di cotanto signore, aggiunta con tutta la forza de’ ghibellini d’Italia, guidata da buoni capitani, credendosi soggiogare la città di Firenze e’ popoli circustanti, non ebbono podere di vincere la Scarperia, da qui addietro vilissimo castello, non murato per tutto e di piccola fortezza per sito, ma difeso da piccolo numero di valorosi masnadieri: essendovi a oste con più di cinquemila barbute, e duemila cavalieri, e seimila pedoni di soldo, senza la forza degli Ubaldini e degli altri ghibellini con loro sforzo; per la qual cosa il tiranno che avea l’animo levato a inghiottire le italiane provincie, potè conoscere che un piccolo e vile castello domò e fece ricredente tutta la sua forza. E come era venuto a guisa di leone con la testa alzata, spaventevole a tutte le città di Toscana, chinate le corna dell’ambiziosa superbia, tornò pieno di vergogna e di vituperio, non avendo per sua potenza potuto acquistare un debole castello, e diede materia a’ popoli di grande confidenza della loro difesa. Lasceremo ora finita questa materia, e torneremo all’altre tempeste italiane, che non bastando in terra conturbano l’altrui mare.