CAP. LIX. Come i Veneziani e’ Catalani furono sconfitti in Romania da’ Genovesi.

Avendo in parte narrato lo sboglientamento delle guerre e delle seduzioni italiane, benchè ci partiamo del paese, ci accade a raccontare le marine battaglie che gl’Italiani medesimi feciono in Romania tra loro. Era l’armata de’ Genovesi di sessantaquattro galee presso a Pera sopra il passo di Turchia, e ivi stavano per riguardo che l’armata de’ Veneziani e Catalani non passassono in Costantinopoli, acciocchè non si aggiugnessono forza dall’imperadore ch’era in lega con loro. I Veneziani e’ Catalani avendo soggiornato gran parte del verno a Modone e Corone in Turchia, e riparate loro galee, si trovarono con sessantasette galee bene armate, e con aiuto di molti legni e barche armate di loro sudditi e di certi Turchi, avendo volontà d’essere a Costantinopoli, dove s’accrescerebbe la loro forza e per mare e per terra, senza attendere che il verno valicasse si misono a navicare verso Costantinopoli, a intenzione di combattere co’ Genovesi se impedire gli volessono. I Genovesi con le sessantaquattro galee armate, avendo per ammiraglio messer Paganino Doria, e stando solleciti alla guardia per attendere i loro nemici, mandarono a dì 7 di febbraio due galee a Gallipoli per avere lingua di loro nemici, e quel dì trovarono che l’armata de’ Veneziani e Catalani entravano all’isola de’ Principi. Come i Genovesi ebbono questa novella si mossono per andare loro incontro, e per forza d’impetuoso vento furono portati indietro al porto di san Dimitrum verso Peschiera, dove stettono fino al lunedì, a dì 13 di febbraio. E partiti di là con grande fatica, tornarono al passo di Turchia. In questo mezzo tornarono le due galee con festa ch’aveano seguita una galea de’ Veneziani e aveanla fatta dare in terra, e campati gli uomini, la galea aveano arsa e profondata; allora tutte le galee insieme si misono da capo per andare contro a’ nemici, e poco avanzato di mare per lo contrario tempo, scopersono alla uscita di Principi l’armata de’ Veneziani e Catalani che facevano la via verso Grecia con grosso mare e molto vento in poppa. I Catalani e’ Veneziani com’ebbono scoperti i loro nimici genovesi, si dirizzarono verso loro colle vele piene per combattere, conoscendo il vantaggio che aveano per l’aiuto del vento e del mare, e passare in Costantinopoli a loro contradio. I Genovesi veggendosi venire addosso i nimici con le vele piene si ristrinsono insieme sopra la Turchia, e ritennonsi da parte a modo d’una schiera, per cessare e lasciare passare l’impeto de’ nimici, temendo della percossa delle loro galee aiutate dalla forza del vento e del mare. E come le galee veneziane e catalane passando vennono al pari delle poppe delle galee de’ Genovesi, i Genovesi si sforzarono per ingegni e per forza d’arme traversarne e ritenerne alcuna, ma non ebbono podere, tanto era forte il corso di quelle. E così i Veneziani e’ Catalani con le loro galee e co’ loro navili armati valicarono a Valanca lasciandosi addietro l’armata de’ Genovesi, e aggiuntosi otto galee armate di gente greca dell’imperadore di Costantinopoli, si trovarono settantacinque galee e molti legni armati. Le sessantaquattro galee de’ Genovesi per lo traversare che aveano voluto fare, avendo i marosi e ’l vento contrario, erano scerrate e sparte, e vedendosi disordinati, e con gli avversari passati, intendeano a raccogliersi insieme senza seguire i nimici per riducersi nel porto di san Dimitrum. I Veneziani e’ Catalani che si trovarono valicati per forza, e accresciuta la loro potenza, vedendo che i Genovesi non veniano verso di loro, e ch’aveano le galee sparte e male ordinate a potere sostenere la battaglia, presono subitamente partito di tornare loro addosso sperando avere piena vittoria. E dato il segno a tutta l’oste, si dirizzarono per forza di remi, avendo il mare contradio, a venire sopra le galee de’ Genovesi, le quali non erano ancora potute raccogliersi insieme. Ma vedendo che tutto lo stuolo de’ Veneziani, e Catalani e Greci erano rivolti per venire loro addosso, catuna parte della loro armata, secondo che le galee genovesi si trovarono insieme, non potendosi ristrignere nè raccozzarsi al loro ammiraglio, come uomini di grande cuore e ardire s’ordinarono alla loro difesa, sempre avendo riguardo e dando opera d’accostarsi al loro capitano, ma la traversa del mare e la fortuna forte l’impediva. L’ammiraglio a tutte le galee che avea appresso di se fece trarre l’ancore, e ritrarsi alquanto fuori delle grosse maree, e dirizzossi contro a’ suoi nimici con la sua galea grossa e con sette altre che avea in sua compagnia; e date le prode contro a’ nimici, feciono testa. Il capitano delle galee veneziane e quello delle catalane, con seguito di gran parte della loro armata, si trassono innanzi, avendo contrario il mare, per assalire i loro nimici. I Genovesi vedendoli venire, mandarono loro incontro due delle loro galee sottili per assaggiarle con le loro balestra, e cominciare lo stormo a modo di badalucco. Il capitano de’ Catalani s’avanzò innanzi, e quello de’ Veneziani appresso, per investire la galea dell’ammiraglio de’ Genovesi, ma trovandole serrate e bene in concio, non le investirono, e non si afferrarono con loro, o per codardia, o per maestria di tramezzare l’altre galee de’ Genovesi innanzi che si raccogliessono al loro ammiraglio: ma dietro a loro tre grosse de’ Veneziani si misono a combattere la galea dell’ammiraglio di Genova, e l’altre galee contro quelle ch’erano in diverse parti del mare; e cominciata da ogni parte l’aspra battaglia tra l’una armata e l’altra, le due grosse de’ Veneziani si misono per proda e una per banda a combattere la sopra galea dell’ammiraglio de’ Genovesi. Quivi fu lunga e aspra e grande battaglia, perocchè d’ogni parte s’aggiunsono galee a quello stormo, e quivi furono molti fediti e morti da catuna parte; e valicato l’ora del vespero, per lo grande aiuto delle galee de’ Genovesi che soccorsono il loro ammiraglio, le tre de’ Veneziani che s’erano afferrate con quella rimasono sbarattate e prese; e l’altre galee de’ Veneziani e Catalani, ch’erano passate e divise tra l’ammiraglio e l’altre galee genovesi, combattendo in diverse parti cacciarono delle galee de’ Genovesi: in prima dieci galee, che per campare le persone diedono in terra verso sant’Agnolo, abbandonati i corpi delle galee a’ nimici, morti e perduti assai de’ compagni, il rimanente si fuggì a Pera; e dopo queste altre tre galee de’ Genovesi fuggendo innanzi a’ Veneziani feciono il simigliante, e abbandonati i corpi delle galee si fuggirono a Pera. I Veneziani e’ Catalani misono fuoco in quelle galee, e tutte le profondarono; e oltre a queste altre sei galee de’ Genovesi si fuggirono nel Mare maggiore per campare. Dall’altra parte i Genovesi combattendo per forza d’arme delle galee de’ Veneziani e Catalani e Greci in diversi abboccamenti, con grande uccisione di catuna parte, ne vinsono e presono assai: ma però non sapea l’uno dell’altro chi avesse il migliore. La tempesta del mare era grande, e non lasciava riconoscere nè raccogliere insieme alcuna delle parti. E avendo per questo modo disordinato e fortunoso combattuto fino alla notte senza sapere chi avesse vinto o perduto, l’uno residuo dell’armata e l’altro si ridussono a terra alle Colonne al porto di Sanfoca; e dividendoli la notte, dilungata l’una parte dall’altra il più che si potè, nel detto porto cercarono per quella notte alcuno sollevamento dalle fatiche agli affannati corpi.

CAP. LX. Di quello medesimo.

La mattina vegnente, a dì 14 di febbraio, i Veneziani, Catalani e Greci che si conobbono essere maltrattati in quella battaglia da’ Genovesi, innanzi che ’l sole alzasse sopra la terra, per paura che i Genovesi, ravveduti del danno che aveano fatto loro, non li sorprendessono in quel luogo, si partirono, e andarsene a un porto che si chiama Trapenon, ch’è nella forza de’ Greci, ove poterono stare più sicuri. I Genovesi venuto il giorno, ricercarono la loro armata, e trovarono meno le tredici galee profondate, e le sei ch’erano andate fuggendo i nimici nel Mare maggiore: e della loro gente si trovarono molto scemati, tra morti e annegati e fuggiti. Dall’altra parte trovarono, che aveano prese quattordici galee de’ Veneziani, e dieci de’ Catalani e due de’ Greci, e allora conobbono che i nimici come rotti s’erano partiti e fuggiti a Trapenon. E trovandosi avere morti di loro nimici intorno di duemila, e presine milleottocento, ebbono certezza della loro poco allegra vittoria, e incontanente de’ loro prigioni fediti e magagnati lasciarono quattrocento, acciocchè non corrompessono la loro gente, e per fare alcuna misericordia della loro vittoria. Ma tanto fu il loro danno de’ morti e fediti, e d’avere perdute le loro galee, che della detta vittoria non poterono far festa. Questa battaglia non ebbe ordine nè modo, anzi fu avviluppata e sparta come la tempesta marina: e però com’ella fu varia e non potuta bene cernere nè vedere, non l’abbiamo potuta con più certo e chiaro ordine recitare.

CAP. LXI. Come per le discordie de’ paesani la Sicilia era in grave stato.

Partendoci dalle battaglie fatte per gl’Italiani negli strani paesi, ci occorre l’intestino male dell’isola di Sicilia: la quale non avendo nemico strano, tanto mortalmente crebbe il furore delle loro parti, che senza alcuna misericordia, come salvatiche fiere, ovunque s’abboccavano s’uccidevano, per aguati, per tradimenti, e per furti di loro tenute continovo adoperavano il fuoco e il ferro, onde molti gentiluomini, e altre genti del paese perderono la materia delle paesane divisioni per le loro violenti morti; e ancora per questo tanto si disusarono i campi della cultura, tanto si consumarono i frutti ricolti, che l’isola per addietro fontana d’ogni vittuaglia, per inopia e per fame faceva le famiglie de’ suoi popoli in grande numero pellegrinare negli altri paesi. E per partirci un poco da tanta crudele infamia, la seguente ferina crudelezza, con vergogna degli uomini di quella lingua, sia per ora termine a questa materia. Un Catalano, il quale teneva una rocca nella Valle di... fece a’ suoi compagni tenere trattato col conte di Ventimiglia, il quale avendo voglia d’avere quella rocca, con troppa baldanzosa fidanza sotto il trattato entrò nel castello con centoquattro compagni, benchè più ve ne credesse mettere: ma come con questi fu dentro, per l’ordine preso pe’ traditori furono chiuse le porti, e ’l conte e i compagni presi; e avendovi uomini i quali si volevano ricomperare grande moneta, ed erano da riserbare per i casi fortunevoli della guerra, tanto incrudelì l’animo feroce de’ Catalani, che senza arresto spogliati ignudi i miseri prigioni, e legati colle mani di dietro, l’uno dopo l’altro posto a’ merli della maggiore torre della rocca, sopra uno dirupinato grandissimo furono dirupinati senza niuna misericordia, lacerando i miseri corpi con l’impeto della loro caduta a’ crudeli sassi. Il conte solo fu riserbato, non per movimento d’alcuna umanità, ma per cupidigia di avere per la sua testa alcuno suo castello vicino a’ crudi nemici. Chi crederebbe questa sevizia trovare tra’ fieri popoli delle barbare nazioni, la quale tra i cristiani, tra i consorti d’uno reame, tra i vicini passò le crudeltà de’ tigri, e la fierezza de’ più salvatichi animali che la terra produca? E perocchè trovare non si potrebbe maggiore, trapassiamo a un’altra di minore numero, ma forse non di minore infamia.

CAP. LXII. Come fu in Firenze tagliate le teste a più de’ Guazzalotri di Prato.

Avendo narrata la grande crudeltà de’ Catalani, un’altra sotto ombra di non vera scusa, non senza biasimo dell’abbandonata mansuetudine del nostro comune, ci s’offera a raccontare. I Guazzalotri di Prato, come è detto addietro, innanzi che il comune il comperasse, usando la tirannia di quello tirannescamente, ne furono abbattuti: per questo l’animo di Iacopo di Zarino caporale di quella casa era mal contento, avvegnachè assai onestamente sel comportasse. Avvenne che alquanti cittadini di Firenze, animosi di setta, calunniarono lui e alquanti cittadini di Firenze di trattato contro al comune, della qual cosa convenne che in giudicio si scusassono, e non trovandosi colpevoli, fu infamia a quella gente che quello aveano loro apposto, ed egli con gli altri infamati furono prosciolti. Avvenne appresso, o per fuggire il pericolo degl’infamatori, o per sdegno conceputo, andando per podestà a Ferrara, fu ritenuto dal tiranno di Bologna e poi lasciato, rimanendo per stadico il figliuolo; e tornato a Firenze, e preso sospetto di lui, fu confinato a Montepulciano: i quali confini, qual che si fosse la cagione, e’ non seppe comportare, e fece suo trattato col signore di Bologna per ritornare in Prato; per la qual cosa venne a Vaiano in Valdibisenzio, e fece richiedere de’ suoi amici, e da Siena vennono lettere al comune di Firenze di questo fatto: per le quali il nostro comune di presente vi mise gente d’arme alla guardia, per modo che non se ne potea dottare. Nondimeno i cittadini che reggevano allora il comune, animosi per setta, volendo aggravare l’infamia, in su la mezza notte feciono chiamare delle letta e armare i cittadini, e trarre fuori i gonfaloni, come se i nimici fossono alle porti, di che i reggenti ne furono forte biasimati. Nondimeno seguendo loro intendimento, aveano fatto venire da Prato tutti gli uomini di casa i Guazzalotri, i quali per numero furono sette; e incontanente, come uomini guelfi e innocenti, e che dell’imprese di Iacopo di Zarino erano ignoranti, vennono a Firenze: ed essendo tutti in su la porta del palagio de’ priori, un fante giunse il dì medesimo, che le guardie erano rinforzate in Prato, il quale disse loro da parte di Iacopo, com’egli intendea d’essere quella notte in Prato. Costoro di presente furono a’ signori e a’ loro collegi, e dissono quello che in quell’ora Iacopo avea loro mandato a dire, scusando la loro innocenza. I priori co’ loro collegi non dimostrando di loro alcuno sospetto, gli licenziarono per quel giorno: l’altra mattina gli feciono chiamare, e tutti senza sospetto andarono a’ signori, fuori d’un giovane, il quale quanto che non fosse colpevole, temette di venire in esaminazione; gli altri furono ritenuti, e messi nelle mani del capitano del popolo, uomo di poca virtù, e fatti pigliare certi Pratesi, e un Fiorentino de’ Galigai, e due fabbri di contado, tutti per gravi martori confessarono, come coloro che questo feciono fare vollono, e subitamente, improvviso agli altri cittadini, il detto capitano, del mese di marzo 1351, fece decapitare i nove, e i fabbri impiccare; la qual cosa fu tenuta crudele e ingiusta sentenza, e molto dispiacque a’ cittadini, perocchè manifesto fu che non erano colpevoli. Abbiamone detto steso per due cagioni, l’una per manifestare di quanto pericolo sono le sette cittadinesche, che i giusti spesso com’e’ colpevoli involgono in capitale sentenza; la seconda per dimostrare quanto a Dio dispiace quando si spande l’innocente sangue: che per quello che i Guazzalotri poco innanzi sparsero per tirannia nella loro terra, il loro per simigliante modo fu sparto nella città di Firenze.

CAP. LXIII. Come il tiranno d’Orvieto fu morto.

In questo anno, del mese di marzo, essendo tiranno d’Orvieto Benedetto di messer Bonconte de’ Monaldeschi, il quale poco dinanzi aveva morti due suoi consorti per venire alla tirannia, e stando in quella per operazione de’ suoi consorti, da uno fante nel suo palagio fu morto. Per la morte di costui la città fu in grave divisione; ma coll’aiuto di gente e d’ambasciadori perugini s’acquetò alquanto il popolo con alcuno lieve e non fermo stato, perocchè tutta la terra era insanguinata per la divisione della casa de’ Monaldeschi, e avendo dentro poca concordia, e di fuori sparti per lo contado e distretto i cittadini cacciati, rimase lo stato dubbioso a potere sostenere; e per la cavalleria che l’arcivescovo di Milano aveva in Toscana e nella Marca, i comuni di parte guelfa poco consiglio vi misono, onde ne seguì la rivoltura che appresso seguendo nostro trattato nel suo tempo racconteremo.