CAP. LXIV. Come i Fiorentini assediarono Vertine.

Nel predetto mese di marzo i Fiorentini feciono porre l’oste al castello di Vertine, e strignerlo con due campi al trarre delle balestra, e rizzaronvi due mangani che tutto dì gittavano, abbattendo e guastando le case della terra. Nell’oste avea seicento cavalieri, e millecinquecento masnadieri di soldo, i quali deliberarono di combattere il castello e vincerlo per battaglia: ma avvenne mirabile cosa, che quasi pareva fatta per arte magica, che il tempo si corruppe all’acqua, che dì e notte non ristò infino alla Pasqua; e impedì tanto l’oste, che alla battaglia non si potè venire per niun modo, e quelli del castello ebbono agio di farlo più forte alla difesa; e per questa cagione, e perchè dentro avea franca masnada di buoni briganti, poco parea si curassono de’ Fiorentini, e minacciavano di darlo al Biscione; e così francamente il tennono in fino all’uscita d’aprile, come appresso diviseremo.

CAP. LXV. Come in corte fu fermata la pace dal re d’Ungheria a’ reali di Puglia.

Essendo per lungo tempo trattata in corte di Roma a Vignone la pace tra il re d’Ungheria e i reali del regno di Cicilia di qua dal Faro, papa Clemente essendo guarito della sua infermità, nella quale aveva avuta grave riprensione di coscienza, perchè aveva sostenuta la detta causa in contumacia, potendola acconciare, con singulare sollecitudine mise opera che la pace si facesse. Ed essendo il re d’Ungheria con un solo fratello re di Pollonia, senza avere altri consorti fuori de’ reali del regno di Cicilia, e già soddisfatto in parte non piccola della vendetta del fratello, agevolmente si dispose a volere la pace, gradendola al papa e a’ cardinali che con istanza ne pregavano, e però mandò a corte suoi ambasciadori con pieno mandato, informati di sua intenzione, lo eletto di cinque chiese, e un vescovo d’Ungheria, e Gulforte Tedesco fratello di messer Currado Lupo vicario nel Regno del detto re; e del mese di gennaio 1351, i detti ambasciadori in presenza del papa e de’ cardinali, come ordinato fu per lo detto papa, si fece la pace con gli ambasciadori del re Luigi e della reina Giovanna in nome di tutti i reali di quella casa. E per parte del re Luigi e della reina furono fatte l’obbliganze, per le quali, secondo che ’l papa e i cardinali aveano trattato, il re e la reina doveano dare e restituire al re d’Ungheria trecentomila fiorini d’oro in diversi termini, per sodisfacimento delle spese che il re d’Ungheria avea fatte in quell’impresa del Regno. E fatte le dette cautele e la detta pace, il papa per l’autorità sua e del consiglio de’ suoi cardinali per decreto confermò ogni cosa, confermando la pace, e consentendo all’obbligagione pecuniaria del reame. E fornito ogni cosa solennemente, innanzi che della casa si partissono le parti, gli ambasciadori del re d’Ungheria, improvviso a tutti, seguendo il mandato segreto che aveano dal loro signore, di grazia spontaneamente, per propria volontà del re d’Ungheria, finirono e quetarono al re, e alla reina, e a’ reali di Puglia, e al Regno, e alla Chiesa di Roma, di cui è il detto reame, i detti trecentomila fiorini d’oro, dicendo, come il loro signore non avea fatta quell’impresa per avarizia, ma per vendicare la morte del suo fratello. E incontanente si partì Gulforte, e tornò in Ungheria a fare assapere al re come fatto era quanto egli avea comandato, a grande grado e piacere di santa Chiesa. E i sopraddetti prelati andarono nel Regno a trarne gli Ungheri che v’erano salvamente, e a fare per comandamento del loro signore restituire al re Luigi e alla reina tutte le città, e terre e castella che la sua gente vi tenea. E fatto questo accordo, quale che si fosse la cagione, il re d’Ungheria non lasciò incontanente i reali ch’aveva prigioni in Ungheria, anzi gli tenne insino al settembre prossimo, come al suo tempo si dirà, occorrendoci altre cose che prima richieggono il debito alla nostra penna.

CAP. LXVI. Come l’arcivescovo trattava pace colla Chiesa.

In questo tempo, del verno, l’arcivescovo di Milano continovo mantenea a corte solenni ambasciadori a procurare la sua riconciliazione con santa Chiesa, e a ciò movea il re di Francia con forza di grandi doni che gli faceva, e al continovo pregava per sue lettere il papa e’ cardinali che perdonassono all’arcivescovo, ed egli per essere più favoreggiato domandava pace. I parenti del papa e certi cardinali erano sì altamente provveduti, e sì spesso, che continovo pregavano per lui il papa, e la contessa di Torenna non finava, per la qual cosa il papa dimenticava l’onore e l’ingiurie di santa Chiesa. E non ostante che tenesse sospesi gli ambasciatori de’ comuni di Toscana delle cose che aveano proposto loro, gli ambasciadori continovo ricordavano in concistoro l’offese fatte per l’arcivescovo e pe’ suoi antecessori, e l’ingiurie e violenze che fatte avea, e continovo faceva a’ comuni di Toscana fedeli e divoti di santa Chiesa. Il papa non ostante ciò favoreggiava oltre al modo onesto la causa del tiranno, onde per alcuno cardinale ne fu cortesemente ripreso; a costui e agli altri cardinali che mostravano in concistoro di essere zelanti dell’onore di santa Chiesa, procedendo il tempo, coll’ingegno e coll’arte e co’ doni del tiranno furono racchiuse le bocche, e aperte le lingue in suo favore, sicchè ultimamente pervenne alla sua intenzione, come seguendo al suo tempo dimostreremo.

CAP. LXVII. Della gran fame ch’ebbono i barbari di Morocco.

Avvenne in quest’anno nel reame di Morocco e nel reame della Bella Marina un’inopinata fame per sterilità del paese, la qual fame gittò gran carestia in Granata e nella Spagna, e stesesi per la Navarra, e appresso in Francia infino a Parigi: che per portare il grano a’ barbari, per disordinato guadagno che se ne facea, venne lo staio di libbre cinquanta di peso in Parigi in valuta di due fiorini d’oro, e per lo paese non molto meno. E i barbari saracini per sostentare la vita s’ordinarono continovo digiuno, il quale sodisfacevano con tre once di pane dato loro, e con un poco d’olio quanto teneva la palma della mano, nel quale intignevano il detto pane, e con questo mantenevano la loro vita: nondimeno gran quantità ne morirono di fame in quell’anno.

CAP. LXVIII. Come i rettori di Firenze cominciarono segretamente a trattare accordo con l’eletto imperadore.

Mentre che il comune di Firenze e di Siena aveano gli ambasciadori a corte di papa contro all’arcivescovo di Milano, avvedendosi che la Chiesa per le preghiere del re di Francia e d’altri baroni, e per la grande quantità di moneta che il tiranno spendea in corte, colla quale avea recato in suo favore tutta la corte, ed era per essere riconciliato e fatto assai maggiore che non era in prima, diffidandosi di non potere per loro resistere alla sua potenza, ordinarono molto segretamente di volere far muovere della Magna messer Carlo re de’ Romani eletto imperadore, e però mandarono e feciono venire d’Alemagna a Firenze segretamente un suo cancelliere con grande mandato: il quale fu collocato e stette tutto il verno racchiuso in san Lorenzo per modo, che i Fiorentini non sapeano chi si fosse, e di notte andavano a lui segretari del comune, i quali trattavano il modo della venuta del detto eletto, col favore e aiuto grande del detto comune, per abbattere la tirannia dell’arcivescovo: e in fine vennono col detto cancelliere a piena concordia, tanto che, nonostante l’antico odio del nome imperiale a’ detti comuni, fu loro lecito di piuvicare la detta concordia accetta a’ detti popoli, come a suo tempo racconteremo.