CAP. XXVIII. Come il re di Maiolica vendè la sua parte di Mompelieri al re di Francia.
Il re di Maiolica essendo cacciato dell’isola da’ suoi sudditi, venuta l’isola nella signoria del re d’Araona, e avendo poco di quello che il suo titolo reale richiedea, disiderando d’accogliere moneta, e d’avere aiuto dal re di Francia, al cui servigio era stato lungamente nelle sue guerre e battaglie personalmente, il richiese con grande istanza d’aiuto, acciocchè potesse ricoverare lo suo, ma da lui non potè avere alcuno aiuto. E stretto da grave bisogno, vendè al detto re di Francia la propietà e giurisdizione ch’avea in comune consorteria col detto re nella metà di Mompelieri, per quello pregio che il re di Francia volle, a buono mercato. E come povero e sventurato re venia cercando modo di riacquistare l’isola di Maiolica. La qual cosa fu cagione della sua finale morte, come innanzi al suo tempo racconteremo.
CAP. XXIX. Come s’ordinò il generale perdono a Roma nel 1349.
Essendo stato il giudicio della generale mortalità nell’universo per giusta cagione, fu supplicato al papa che nel prossimo futuro cinquantesimo anno la Chiesa rinnovellasse generale perdono in Roma. Il papa Clemente sesto, col consiglio de’ suoi cardinali, e di molti altri prelati e maestri in teologia, trovando che per lo dicreto fatto per papa Bonifazio, ogni capo di cento anni dalla natività di Cristo fosse ordinato generale perdono a Roma, per comune consiglio parve più convenevole, considerando l’età umana che è brieve, che il perdono fosse di cinquanta in cinquanta anni. Avendo ancora alcuno rispetto all’anno Iubileo della santa Scrittura, nel quale catuno ritornava ne’ suoi propri beni: e i propri beni de’ cristiani sono i meriti della passione di Cristo, per li quali ci seguita indulgenzia e remissione dei peccati. E per questa cagione la santa madre Chiesa fece decreto e ordine: che nel prossimo futuro cinquantesimo anno, per la natività di Cristo, cominciasse a Roma generale perdono di colpa e di pena di tutti i peccati a’ fedeli cristiani i quali andassono a Roma, dal detto termine a uno anno, i quali fossono confessi e contriti de’ loro peccati, e vicitassono ogni dì la chiesa di santo Pietro e di santo Paolo e di santo Giovanni Laterano. E le dette visitazioni furono stribuite a’ Romani trenta dì continovi, salvo che quello si omettesse si potesse con un altro ristorare; ed agl’Italiani quindici dì, e agli oltramontani a tali dieci, a tali cinque dì, e meno, secondo la distanza de’ paesi. E nondimeno la Chiesa discretamente provvide, per molti e diversi casi e cagioni che possono avvenire, ch’e’ cardinali e gli altri legati che andarono per lo mondo, e stettono a Roma, avessono autorità di potere dispensare del tempo come a loro paresse. E le lettere furono fatte e mandate per corrieri sotto le bolle papali. In prima per tutta la cristianità, e appresso per suoi legati a predicare per tutto le sante indulgenze, acciocchè ciascuno s’apparecchiasse e disponesse a potere ricevere il santo perdono. In Italia furono mandati due cardinali, quello di Bologna sopra lo Mare, messer Annibaldo di Ceccano, e messer Ponzo di Perotto di Linguadoca vescovo d’Orbivieto, uomo onesto, e di grande autorità, il quale era vicario di Roma per lo papa: fu commessa piena e generale legazione a potere a tutti dispensare il tempo delle dette visitazioni come a lui paresse, ch’era presente continuo nella città di Roma. Lasciando alquanto la santa disposizione del perdono, ci occorrono meno piacevoli, e più gravi cose al presente a raccontare.
CAP. XXX. Come il re di Maiolica andò per racquistare l’isola, e fuvvi morto.
Lo sventurato re di Maiolica non trovando aiuto dal re di Francia, cui egli avea lungamente servito nelle sue guerre, nè dal papa, nè da alcuno altro signore, strignendolo la volontà e ’l bisogno di racquistare l’isola, come disperato d’ogni aiuto, avendo venduta la sua parte di Mompelieri, accattò danari dal re di Francia sopra la villa di Perpignano, ch’altro non gli era rimaso, e condusse cavalieri e pedoni, e dodici galee di Genovesi fece armare al suo soldo, e alcuno navilio di carico; sperando, quando fosse con forza d’arme nell’isola, gli uomini del suo regno tornassono a lui, come forse a inganno gli era dato intendimento, perocchè con alquanti era in trattato. Apparecchiata l’oste, e ’l navilio con le dodici galee armate, del mese di... del detto anno si mise in mare; e senza impedimento arrivò nell’isola di Maiolica, presso alla città a dieci miglia; e ivi scesi in terra, s’accampò con quattrocento cavalieri e cinquecento masnadieri, aspettando che coloro della città con cui avea trattato, e il popolo della terra il volessono come loro benigno e natural signore. Le dodici galee de’ Genovesi avendo messo in terra il re, o che fosse di suo comandamento, per mostrarsi più forte agli uomini dell’isola, o per altre cagioni, si partirono da quella parte ove il re avea posto il campo, e girarono da un’altra parte del’isola; e rimaso il re, e ’l figliuolo, e l’altra gente senza il favore delle dodici galee, della città di Maiolica subitamente uscirono più di seicento cavalieri con grandissimo popolo, e vennero contro all’oste del re per combattere con lui. Il re vedendosi i nimici appresso, potea stare alle difese tanto che tornassero le sue galee: ma con vana confidanza de’ suoi regnicoli, che non dovessero resistere contro a lui, senza attendere punto, si volle mettere alla battaglia, per trarre a fine la sua impresa come la fortuna il menava. E ordinata la sua gente, e confortata a ben fare, mostrando che quivi non era altro rimedio che nel bene operare la virtù delle loro persone, sì fedì tra i nemici, i quali erano cavalieri catalani, maggiore quantità e migliore gente che i suoi soldati, e guidati da buoni capitani, i quali ricevettono il re e i suoi cavalieri francamente, per modo, che in poca d’ora furono sconfitti, e il re morto. Il quale se avessono voluto potieno ritener prigione, ma rade volte in fatti d’arme tra’ Catalani si trova mansuetudine: il figliuolo fu preso, e rappresentato al zio re d’Araona, l’altra gente fu rotta e sbarattata, e l’isola rimase libera al re d’Araona, e Mompelieri e Perpignano al re di Francia.
CAP. XXXI. Come i baroni italiani e catalani per loro discordie guastarono l’isola di Cicilia.
Avendo detto dell’isola di Maiolica, quella di Cicilia ci s’offera con dissimigliante fortuna. Essendo per la mortalità morto il valoroso duca Giovanni, balio e governatore dell’isola di Cicilia, rimaso picciolo fanciullo di dieci anni messer Luigi figliuolo che fu di don Pietro, il quale si fece appellare re di Cicilia, a cui aspettava l’eredità del detto reame. Costui avea due fratelli minori di se, l’uno chiamato Giovanni, l’altro Federigo. E non essendo della casa reale nessuno in età che governasse l’isola per lo fanciullo, discordia nacque tra i baroni: e dall’una parte erano i Palizzi caporali, e con loro teneano quelli di Chiaramonte, e’ conti di Vintimiglia, e i discendenti conti della casa degli Uberti di Firenze, de’ quali era capo il conte Scalore, e con costoro teneano quasi la maggiore parte degl’Italiani dell’isola. E questi si faceano chiamare la parte del re, e a loro segno rispondeano le migliori città della marina dell’isola, Messina, Siracusa, Melazzo, Cefalu, Palermo, Trapani, Mazzara, Sciacca, Girgenti, Taormina, e gran parte delle buone terre e castella fra la terra dell’isola. E dall’altra parte era don Brasco d’Araona caporale con gli altri Catalani dell’isola, e il figliuolo di Giovanni Barresi colla sua casa, genero di don Brasco, e molti altri di Catania, i quali aveano a loro segno alla marina la città di Catania, Iaci, Alicata, Tose, la Catona, e il capo d’Orlando; e fra terra grande numero di città e di castella. E per simigliante modo si faceano costoro chiamare la parte del re. E per le loro divisioni cominciarono a far guerra l’uno contra l’altro. E catuna parte s’armava, e afforzava d’avere seguito di gente dell’isola: e catuno volea governare il reame per lo re, e non potendosi trovare via d’accordo tra loro, cominciarono a cavalcare l’uno sopra l’altro; e dove si scontravano si combatteano mortalmente. E spesso rompea e sconfiggea l’una gente l’altra, e senza misericordia a tenere prigione s’uccidevano insieme, e montando la loro sfrenata mala volontà, cominciarono ad ardere le loro possessioni e le biade ne’ campi, come fossono in terra di nimici; e facendo questo guasto, oggi in una contrada, e domani nell’altra, consumarono il paese senza alcuna misericordia. E seguitando l’uno dì appresso dell’altro questa pestilente furia tra loro, in poco tempo fu tanta tribolazione tra’ paesani, e tanta disfidanza, che lasciarono il coltivamento delle terre, e il nutricamento del bestiame: onde avvenne che quello paese, il quale per antico era fontana viva di grano, e di biade, e d’ogni vittuaglia, a spandere per lo mondo tra i cristiani e tra i saracini, che solo tra loro nell’isola non avea che manicare; e il bestiame per simigliante modo fu consumato e disperso. Per la quale cosa avvenne che l’anno 1349 a Palermo, e a più altre città, per inopia convenne si provvedesse per comune consiglio grano mescolato con orzo, e dare ogni settimana certa piccola distribuizione per testa d’uomo, acciocchè potessono miserevolmente mantenere la loro vita. E non potendosi sostentare i popoli con questa misera provvisione, convenne che il popolo minuto in gran parte per nicistà abbandonasse l’isola, e molti ne fuggirono in Calavra e nel’isola di Sardigna per scampare dalla fame la loro vita. E questa pestilenzia non avvenne a’ Ciciliani per sterilità di tempo avverso, che i campi aveano da Dio la loro stagione fertile, e abbondevole della grazia del cielo. E non era tolto loro il coltivamento da nimici strani, nè per rubellione di loro signorie, nè per odio del paese, ch’era patria de’ suoi abitanti a catuna parte e reame d’uno medesimo re: ma stimasi avvenisse per dimostrazione del peccato della ingratitudine dell’abbondanza di troppi beni, e a dimostrare come è divoratrice senza rimedio d’ogni buono stato la cittadinesca discordia, e il divoratore fuoco della laida invidia.
CAP. XXXII. Come il re Filippo di Francia e ’l figliuolo tolsono moglie.
Era nella mortalità morta la moglie del re Filippo di Francia, madre di messer Giovanni primogenito, Dalfino di Vienna, la quale fu sirocchia del duca di Borgogna, e la moglie di messer Giovanni suo figliuolo, figliuola che fu del re Giovanni di Boemia della casa di Luzimborgo, della quale rimasono quattro figliuoli maschi, che ’l primo nomato Carlo fu duca di Normandia, e il secondo messer Luigi conte d’Angiò, e il terzo messer Giovanni conte di Pittieri, e il quarto minore messer Filippo: e tre figliuole, che la maggiore fu reina di Navarra, la seconda monaca del grande monasterio di Puscì, e un’altra piccola nominata Lisabetta. Ed essendo catuno senza moglie, il duca Giovanni trattava di torre per moglie la sirocchia del re di Navarra, ch’era delle più belle giovani e di maggiore pregio di virtù che niun’altra di que’ paesi, e tenevane bargagno. Il re Filippo suo padre sapendo che il figliuolo trattava d’avere questa damigella per moglie, un dì che ’l duca suo figliuolo era cavalcato fuori del paese, mandò per questa giovane: e come fu venuta, senza fare altro trattato la tolse per moglie, perocchè ’l piacere della sua bellezza non gli lasciò considerare più innanzi. Tornato il figliuolo se ne indegnò forte, e alla festa delle nozze del padre non volle essere. Ma passato alcuno tempo, richiamato dal padre, venne a lui. E riprendendolo il re dolcemente, gli disse: caro figliuolo, se voi amavate avere a donna questa damigella, voi non dovevate tener bargagno. Onde egli conoscendo suo difetto, rimase contento. E allora il padre gli diè per moglie un’altra nobile dama della casa di Bologna su lo mare, ch’era stata moglie del duca di Borgogna: della qual cosa i Borgognoni furono mal contenti, essendo rimaso un picciolo fanciullo della detta donna, il quale dovea essere loro duca. E per lo detto maritaggio vendè la donna il governamento del figliuolo con la forza del re, e il re occupò parte della giuridizione di Borgogna, onde i baroni e’ paesani forte si sdegnarono contro al loro re. Ma perocchè il re di Francia per troppa giovinile vaghezza avea offeso il figliuolo e se, poco tempo stette con la sua giovane e vaga donna, che sforzando la natura già senile nella bellezza della damigella, raccorciò il tempo della sua vita, come appresso al debito tempo racconteremo, narrando prima com’egli fu ingannato dagl’Inghilesi.