CAP. XXIII. Come gli Ubaldini furo cominciatori della guerra che il comune di Firenze ebbe con loro.

Avendo narrato de’ fatti de’ due reami, cominciano le novità della nostra città di Firenze. Negli anni di Cristo 1348, essendo gli Ubaldini in pace, ma in corrotta fede col nostro comune, fidandosi nelle loro alpigiane fortezze, cominciarono a ricettare sbanditi del comune di Firenze: e insieme con loro entravano di notte nel Mugello, rubando le case e uccidendo gli uomini, e ricoglieansi nell’alpe con le ruberie. E avendo fatto questo più volte di notte, il cominciarono a fare di dì. E tornando d’Avignone uno Maghinardo da Firenze con duemila fiorini d’oro, gli Ubaldini il seguirono e uccisono, rubandolo sul contado di Firenze. E non volendone fare ammenda alla richesta del comune, i Fiorentini mandarono nell’alpe suoi soldati a piè e a cavallo col capitano della guardia. E stati più dì sopra le terre e sopra i fedeli degli Ubaldini feciono loro gran danno, e senza alcuno contasto si tornarono a Firenze.

CAP. XXIV. Come i fedeli del conte Galeotto si rubellarono da lui e dieronsi al comune di Firenze.

In questo anno, i fedeli del conte Galeotto de’ conti Guidi si rubellarono da lui, perocchè lungamente gli avea male trattati, per sua crudeltà e dissoluta vita: e all’entrata del mese di marzo del detto anno gli tolsono il forte castello di san Niccolò, e tutte le sue terre e tenute intorno a quello, e ’l suo tesoro e arnesi, che n’era fornito nobilmente, e di presente si diedono al comune di Firenze. Il quale, perocchè il detto conte sempre avea nimicato il nostro comune, perocchè era ghibellino, ricevette la fortezza e gli uomini in sua giurisdizione e libera signoria, con quelle solenni cautele che i detti uomini poterono fare; e fecionli popolani e contadini, dando loro per alcuno tempo certe immunità. E ordinata la guardia delle castella nelle mani de’ cittadini, a’ popoli diede podestà che gli reggesse, e messe le castella e gli uomini ne’ suoi registri. Dinominò e intitolò l’acquisto, il contado di san Niccolò del comune di Firenze.

CAP. XXV. Come i Fiorentini feciono guerra agli Ubaldini, e presero Montegemmoli e loro castella.

Vedendo i Fiorentini che la latrocina superbia degli Ubaldini non si gastigava per una battitura, feciono decreto, che ogni anno si dovesse tornare sopra di loro, tanto che fossono privati delle alpigiane spelonche. E per questa cagione, il verno furono chiamati otto cittadini uficiali sopra provvedere e fornire la guerra: i quali, del mese di giugno 1349, mandarono l’oste del comune nell’alpe, la quale si dirizzò a Montegemmoli, una rocca quasi inespugnabile: nella quale era Maghinardo da Susinana e due suoi figliuoli, con parecchie masnade di franchi masnadieri, i più usciti di Firenze. Era fuori della rocca in su la stretta schiena del poggio, alla guardia della via ch’andava al castello, una torre forte e bene armata: innanzi alla torre una tagliata in su la schiena del poggio, con forte steccato: e a questa guardia, per voglia di fare d’arme, i caporali de’ masnadieri del castello erano scesi co’ loro compagni: e la gente del comune di Firenze avendo fermo il loro campo, a intendimento di vincere il castello per assedio, e molestarlo con dificii i quali vi faceano conducere, alquanti masnadieri s’appressarono verso la guardia della torre per badaluccare. I valenti masnadieri d’entro, per troppa baldanza, uscirono fuori della tagliata incontro alla gente de’ Fiorentini, badaluccando e facendo gran cose d’arme per lo vantaggio che aveano del terreno. In questo stante i cavalieri de’ Fiorentini montando il poggio per dare vigore a’ loro masnadieri, cominciarono a scendere de’ cavalli, e a pignersi innanzi con fanti e a’ nemici, i quali per non perdere il terreno, con folle prodezza attesono tanto, che i cavalieri e’ masnadieri de’ Fiorentini co’ balestrieri furono mischiati tra loro, innanzi che si potessono ritrarre alla fortezza. E volendosi ritrarre, per lo soperchio de’ loro avversari non poterono fare, che a un’ora con loro insieme non entrassono dentro alli steccati i masnadieri fiorentini, e a loro aiuto erano tratti tanti balestrieri, che non lasciarono a’ nemici riprendere la fortezza della torre: anzi la presono per loro. E ritraendosi i masnadieri degli Ubaldini per loro scampo nella rocca, continuando la battaglia stretta alle mani, entrarono i Fiorentini cacciando gli avversari nel primo procinto. E crescendo della gente dell’oste la loro forza, presono tutto, fuori de’ palagi e torri dell’ultima fortezza, ov’era racchiuso Maghinardo e la moglie, e due suoi figliuoli con loro compagnia: i quali si difenderono vigorosamente. Essendo il dì e la notte combattuti dalla gente de’ Fiorentini, Maghinardo e’ figliuoli, benchè fossero in fortezza da potersi difendere lungamente, conobbono il loro pericolo. E sentendosi male d’accordo per loro quistioni con gli altri Ubaldini loro consorti, si deliberarono di dare la rocca a’ Fiorentini, e di volere essere contro a’ suoi consorti co’ Fiorentini. E fatti i patti, e fermi a Firenze, diedono la rocca libera al comune di Firenze: e il comune prese il saramento della fede promessa, li ricevette in amicizia e cittadinanza, e ordinarono loro la provvigione promessa: e dati loro cavalieri e pedoni si mossono a guerreggiare gli altri Ubaldini. E innanzi che l’oste de’ Fiorentini tornasse, assediò Montecolloreto, e presonlo; e misonvi fornimento e buona guardia. Andarono a Roccabruna ed ebbonla: ed entrarono nel Podere e presono Lozzole per trattato. E per trattato fu dato loro la signoria di Vigiano e di più altre tenute, che appartenevano al detto Maghinardo e a certi altri degli Ubaldini che feciono il comandamento del comune. E andarono intorno a Susinana, guastando le case e’ campi di fuori; e tentando di volerlo combattere, trovarono il castello sì forte e sì bene fornito alla difesa, che lasciarono stare, e andarono a Valdagnello, e dieronvi una battaglia, senza potervi acquistare per la fortezza del sito, e perchè era bene provveduto alla difesa: e però guastarono i campi e le ville d’intorno. E fornito che ebbono tutte le castella che aveano acquistate di vittuaglia e d’arme e di buona guardia, avendo fatto agli Ubaldini e a’ loro fedeli gran danno, del mese d’agosto, gli anni di Cristo 1349, senza alcuno impedimento, sani e salvi con vittoria si tornarono alla città di Firenze.

CAP. XXVI. Come il re di Francia comperò il Dalfinato.

Il re di Francia posandosi nella tregua col re d’Inghilterra, avendo papa Clemente sesto, suo protettore ne’ fatti temporali, perocchè per lui si teneva essere al papato, e amava sopra modo d’accrescere i suoi congiunti, i quali erano uomini del re di Francia, e però il re traeva in sussidio della guerra danari al bisogno; e le decime del reame e tutte grazie che volea domandare il papa senza mezzo l’otriava, trapassando l’onestà del suo pontificato: e perocchè i cardinali erano la maggior parte di suo reame, non si ardivano a contrapporre a cosa che volesse. Era in que’ dì il Dalfino di Vienna uomo molle, e di poca virtù e fermezza. Costui alcuno tempo tenne vita femminile e lasciva, vivendo in mollizie: ed appresso volle usare l’arme: e andò capitano per la Chiesa alle Smirne in Turchia, e dove poteva acquistare onore e pregio, tornò con poca buona fama: e per bisogno impegnò alla Chiesa il Dalfinato per fiorini centomila d’oro: ed essendo morta la moglie, credendo prosperare in abito chericile, sperando in quello divenire cardinale, vendè al re Filippo di Francia il Dalfinato, contro alla volontà de’ suoi paesani, e pagò la Chiesa: e fatto cherico fu dal papa promosso in patriarca.... nel quale finì sua vita spegnendo la fama della casa sua. E il re di Francia, perdendo per la guerra d’Inghilterra in ponente, accresceva senza guerra in levante i confini al suo reame.

CAP. XXVII. La cagione perchè il re d’Araona tolse Maiolica al re.

Vera cosa fu, che il re di Maiolica nella sua infanzia si nutricò co’ reali di Francia, e poi che fu re di Maiolica, essendo dissimigliante a’ Catalani onde traeva suo origine, mostrò d’essere molto scienziato e adorno di bei costumi. Disdegnò di rendere al re d’Araona l’omaggio debito, il quale si pagava con la reverenzia d’un bacio: e schifo della vita catalanesca e di loro costumi, seguiva i Franceschi; la qual cosa il fece sospetto al suo legnaggio. Cugino era del re d’Araona, e la sirocchia carnale avea per moglie, della quale avea figliuoli. Nondimeno il re d’Araona fece apparecchiamento d’arme contro a lui, e trattato occulto co’ cittadini di Maiolica. Per lo quale, essendo egli a Perpignano, e venendo sopra loro il re d’Araona, volendo mostrare di volersi difendere, il feciono venire in Maiolica, mostrando di volerlo atare fedelmente. Venuta la gente col re d’Araona, e scesa nell’isola, accogliendo il consiglio in Maiolica per volere dare ordine alla difesa, essendo tempo da potere scoprire il loro tradimento, feciono dire al loro re, o che facesse la volontà del re d’Araona, o che se n’andasse. Vedendosi tradito da’ suoi cittadini, i quali aveano già abbarrata la città contro a lui, si ricolse in fretta, per campare la persona, in una galea. E partendosi dell’isola, le porte della città furono aperte alla gente del re d’Araona: e data loro la signoria di tutta l’isola, con patto che ella non dovesse tornare per alcuno tempo al loro re nè a’ suoi discendenti.