CAP. XVIII. Come messer Luigi si fe’ titolare re al papa, e mandò nel Regno.

Messer Luigi trovandosi in corte di papa marito della regina Giovanna, e non re, gli parve, avendo diliberato di tornare nel Regno, che li fosse di necessità avere titolo di re: acciocchè avendo a governare colla reina le cose del reame, e a fare lettere da sua parte e della reina, il titolo non disformasse, perocchè ancora la santa Chiesa non avea diliberato di farlo re di Cicilia, si fece titolare il re Luigi d’altro reame, il quale non avea, nè era per poter avere. E d’allora innanzi cominciarono a scrivere le lettere intitolandole in questo modo: Ludovicus et Ioanna Dei gratia rex et regina Hierusalem et Ciciliae. E d’allora innanzi M. Luigi fu chiamato re. Il detto re Luigi e la reina Giovanna avendo il conforto del ritornare nel Regno, come detto è, senza soggiorno procacciarono di ciò fare. E trovandosi poveri di moneta, richiesono d’aiuto il papa e i cardinali, il quale non impetrarono. Allora per necessità venderono alla Chiesa la giurisdizione che la reina avea nella città di Vignone per fiorini trentamila d’oro. E nondimeno richiesono baroni, e comunanze, e prelati, limosinando d’ogni parte per lo stretto bisogno. E con molta fatica feciono armare dieci galee di Genovesi, e pagaronle per quattro mesi. E in questo mezzo il re Luigi mandò innanzi a se nel Regno M. Niccola Acciaiuoli di Firenze suo balio con pieno mandato, il quale trovando la materia disposta al proponimento del suo signore, incontanente condusse il doge Guernieri, ch’era in Campagna con milledugento barbute di Tedeschi, ch’erano in sua compagnia. E ordinato le cose prestamente, mandò sollecitando il re e la reina che senza indugio venissono a Napoli con le loro galee: che essendo nel Regno le loro persone, con l’aiuto di Dio e de’ baroni del Regno, che desideravano la loro tornata, e de’ Napolitani, e del doge Guernieri, cui egli avea condotto con buone masnade, e con le sue galee e’ sarebbono a queto signori del Regno, e non conoscea che la gente del re d’Ungheria a questo potesse riparare, sicchè in brieve al tutto sarebbono signori.

CAP. XIX. Come il re e la reina ritornarono nel Regno.

Avendo il re e la reina queste novelle, incontanente con quei baroni che poterono accogliere di Proenza, e con la loro famiglia, si raccolsono a Marsilia in su le dette dieci galee de’ Genovesi: ed avendo il tempo acconcio al loro viaggio, sani e salvi in pochi giorni arrivarono a Napoli, all’uscita del mese d’agosto del detto anno. E perocchè le castella di Napoli, e quello dell’Uovo, e il castello di Santermo, e ’l porto e la Tenzana erano nella signoria e guardia della gente del re d’Ungheria, non si poterono mettere nel porto, nè in quelle parti; anzi arrivarono fuori di Napoli sopra santa Maria del Carmino, di verso ponte Guicciardi, e ivi scesono in terra; e il re e la reina entrarono nella chiesa di Nostra Donna per aspettare i baroni e l’università di Napoli, che gli conducessono nella città.

CAP. XX. Come il re e la reina Giovanna entrarono in Napoli a gran festa.

I baroni ch’erano accolti a Napoli, aspettando la venuta del re e della reina con la loro cavalleria, de’ quali erano caporali quegli di san Severino, e della casa del Balzo, l’ammiraglio conte di Montescheggioso, quelli dello Stendardo, il conte di Santo Agnolo, que’ della casa della Raonessa, e di Catanzano, e molti altri. I quali forniti di molti cavalli e di ricchi arredi e di nobili robe e arnesi, con loro scudieri vestiti d’assise, e’ gentili uomini di Napoli con loro proprio, apparecchiati pomposamente a cavallo e a piè con molta festa si misono ad andare al Carmino per conducere il re e la reina in Napoli con molta allegrezza; e da parte i Fiorentini e Sanesi e Lucchesi mercatanti che allora erano in Napoli, e Genovesi e Provenzali e altri forestieri, catuna gente per se, vestiti di ricche robe di velluti e di drappi di seta e di lana, con molti stormenti d’ogni ragione, sforzando la dissimulata festa, andarono incontro al re e alla reina. E giunti a loro, e fatta catuna compagnia la riverenza, apparecchiati nobilissimi destrieri, montati a cavallo, addestrati da’ baroni, sotto ricchi palii d’oro e di seta con molte compagnie d’armeggiatori innanzi, in prima il re, a cui andava in fronte il duca Guernieri co’ suoi Tedeschi, smovendo il popolo, e dicendo: gridate viva il signore: e così gridando, fu la parola da molti notata, perchè era a loro nuovo titolo, non dicendosi viva il re, e con ragione dire non lo potevano a quella stagione. E con questa festa il condussono a Napoli; e perchè l’abitazioni reali erano tutte nella forza de’ nemici, il collocarono ad Arco, sopra Capovana, nelle case che furono di messere Aiutorio. E appresso di lui con somigliante festa vi condussono la reina. La gente, benchè sforzata si fosse di fare festa, pure s’avvedea per le molte città e castella che il re d’Ungheria avea nel Regno, e per la buona gente che v’era alla guardia, che questa tornata del re Luigi e della reina Giovanna era piuttosto aspetto di guerra e di grande spesa, e sconcio del paese e della mercanzia e de’ forestieri, che cominciamento di riposo, come poi n’avvenne.

CAP. XXI. Come il re Luigi si fe’ fare cavaliere, e da cui.

Vedendosi il re Luigi, e conoscendo il bisogno che avea di buono aiuto, e veggendo che la maggiore forza de’ suoi cavalieri era nel duca Guernieri, acciocchè per onorevole beneficio più lo traesse alla sua fede e amore, ordinò di farsi fare cavaliere per le sue mani, della qual cosa avvilì se, per onorare altrui. E ordinata gran festa per la sua cavalleria, del mese di settembre del detto anno, si fece fare cavaliere al detto doge Guernieri, ed egli in quello stante fece appresso ottanta altri cavalieri della città di Napoli, e d’altri paesi del Regno. La libertà grande che ’l re dimostrò nel tedesco duca Guernieri tosto trovò vana in colui, come per la sua corrotta fede nel processo della nostra materia al suo tempo racconteremo.

CAP. XXII. Brieve raccontamento di cose fatte per il re d’Inghilterra contra quello di Francia.

Richiede il nostro proponimento, per le cose che avremo a scrivere de’ fatti del re di Francia e di quello d’Inghilterra per la loro guerra, che noi ci traiamo un poco addietro alle cose occorse più vicine, acciocchè quelle che seguiranno abbiano più chiaro intendimento. Essendo il valoroso re Adoardo d’Inghilterra passato in Normandia, del mese d’agosto, gli anni di Cristo 1347, e avendo preso Camoboroso e Saulu e più altre ville, venendo verso Parigi con quattromila cavalieri e quarantamila sergenti, tra’ quali avea molti arcieri, e fatto d’arsioni e di preda gravi danni al paese, s’accampò a Pussì e a San Germano, presso a Parigi a due leghe. Il re di Francia era andato colla sua forza verso Camo per farlisi incontro, e non trovandolo nel paese, si tornò addietro, e accolta molta baronia e cavalieri e sergenti di suo vassallaggio, s’accampò fuori di Parigi con più di settemila cavalieri e sessantamila sergenti: il re d’Inghilterra, sentendo la tornata del re di Francia, si levò da campo scostandosi da Parigi. Il re di Francia con grande baldanza il seguitò con la sua gente, tanto che sopraggiunse il re d’Inghilterra, che andava assai a lenti passi per non mostrare paura: e aggiugnendosi l’una oste all’altra, il re d’Inghilterra vedendosi presso il re di Francia, e quello di Boemia e quello di Maiolica con molti baroni, e con più di due tanti cavalieri che non avea egli, come signore di grande cuore e ardire, di presente s’apparecchiò alla battaglia, intra Crescì e Albevilla. E ordinò tutto il suo carreaggio alla fronte a modo d’una schiera, e di sopra alle carra mise i cavalieri armati, e a piè d’ogni parte i suoi arcieri. E sopravvenendo l’assalto de’ Franceschi, baldanzosi, con grande empito cominciarono la battaglia. Gl’Inglesi fermi al loro carreaggio, con l’ordine dato agli arcieri, senza perdere colpo, di loro saette fedivano i cavalli e’ cavalieri de’ Franceschi. E vedendo gl’Inglesi fediti molti de’ cavalli e de’ cavalieri de’ loro avversari, a uno segno dato ordinate le guardie de’ sergenti sopra il carreaggio, corsono i cavalieri a’ loro cavalli che aveano a destro dietro al carriaggio, e montati e assettati sopra i loro cavalli, con savia condotta vennono alle spalle de’ nimici, ed assalirono i Franceschi con dura battaglia. I Franceschi che erano re e baroni d’alto pregio manteneano la battaglia vigorosamente, la quale durò da mezza nona alle due ore di notte; ove si dimostrarono di grandi operazioni d’armi di valorosi baroni e cavalieri da catuna parte. Ma perocchè i Franceschi e i loro cavalli erano più stanchi e magagnati dalle saette degl’Inglesi, e molti conducitori di loro morti, come fu la volontà d’Iddio la vittoria rimase al re d’Inghilterra, con grande e grave danno de’ Franceschi. Morto vi fu il valente re di Boemia, figliuolo dello imperatore Arrigo di Luzimborgo, e il duca di Loreno, il conte di Lanzone fratello del re di Francia, e sei altri conti, con milleseicento cavalieri grande parte baroni e banderesi, e morironvi ventimila pedoni; fra i quali furono i Genovesi che erano andati là con dodici galee, che pochi ne camparono. Ed il re Filippo di Francia di notte, con sei tra prelati e baroni, e sessanta sergenti a piè, uscì della battaglia, e campò per grazia della notte. Sul campo si trovarono molti cavalli morti e bene quattromila fediti. E fatta questa battaglia a dì 26 d’agosto nel 1347, il re d’Inghilterra poco appresso pose assedio al forte castello di Calese sulla marina, e per assedio il vinse: e fattolo più forte, per avere porto nel reame e nella marina di Francia, lasciato nel paese il conte d’Erbi duca di Lancastro, suo cugino, a guerreggiare, con duemila cavalieri e ventimila pedoni i più arcieri, con grande onore si tornò in Inghilterra. Il conte d’Erbi entrò in Guascogna l’anno appresso, e conquistò più terre di quelle che vi tenea il re di Francia; e rotti in più abboccamenti i cavalieri franceschi, se ne venne cavalcando e predando il paese infino alla città di Tolosa; ma aggravando la mortalità quei paesi, si tornò addietro con grande preda. E fatta tregua dall’uno re all’altro, con grande onore del re d’Inghilterra, posò la guerra per alcuno tempo.