CAP. L. Come Gualtieri Ubertini fu decapitato.
In questo medesimo mese di dicembre fu preso in un aguato da’ soldati del comune di Firenze, a Civitella del vescovo d’Arezzo, Gualtieri figliuolo di Bustaccio degli Ubertini, giovane di grande fama, valoroso e pro’, e di grande aspetto e seguito, il quale per comandamento del comune fu menato a Firenze: e credendosi campare, trovandosi il bando generale di tutti quelli della casa degli Ubertini per la loro ribellione, la vigilia di Natale fu dicollato, di cui gli Ubertini riceverono gran danno, perocchè troppo era giovane di buono aspetto. A costui fu tagliata la testa dirimpetto allo spedale di sant’Onofrio; e messo il corpo nella cassa in due pezzi, e portandosi alla chiesa di santa Croce, venuto a piè del campanile di quella chiesa, per spazio d’una saettata di balestro o più il corpo si dibattè, e aperse le giunture della cassa con tanto dicrollamento, che a pena fu ritenuta che non cadde di collo agli uomini che ’l portavano; cosa assai maravigliosa, ma fu vera e manifesta a molti, e noi l’avemmo da coloro che ’l detto corpo nella cassa portarono, uomini degni di fede.
CAP. LI. Come il duca d’Atene assediò Brandizio.
In questi dì, avendo il re Luigi fatta certa richiesta di baroni del Regno, fra gli altri vi venne messer Filippo della Ripa di Brandizio, ricco d’avere e di piccola nazione, da cui il re con finte cagioni intendea di trarre di molti danari. A costui fu rivelata l’intenzione del re, ond’egli senza congio si ritornò in Puglia. Il re fattolo da capo richiedere per contumacia, ebbe cagione di farlo bandire. Il duca d’Atene che colle sue terre gli era vicino, per torgli il suo, e per potere sotto la coverta di costui prendere Brandizio, se n’andò in Puglia; e presa licenza di procacciare di recare al fisco i beni di costui ch’era bandeggiato, raunò gente d’arme, e non sappiendo il re che procedesse per questo modo, fece di suoi Franceschi e d’altri soldati quattrocento cavalieri e millecinquecento pedoni, e andò a oste a Brandizio. I terrazzani vedendosi questa gente addosso improvviso si maravigliarono forte, e conobbono il fatto tirannesco, e di presente s’unirono alla difesa, e non lo lasciarono accostare alla città. Puosesi a campo di fuori, e cominciò a correre e fare preda per lo paese d’intorno. Sentendo questo il re Luigi si maravigliò del duca, che faceva di suo arbitrio quello che non gli era commesso, e incontanente per lettere gli mandò comandando che da Brandizio si dovesse levare: ma poco valsono i suoi comandamenti, che vi s’affermò credendosi occupare quella terra con tirannesca intenzione. Sopravvenne la tornata del Prenze di Taranto, e il re per farli onore, ch’era d’età suo maggiore fratello, sentita la volontà de’ cittadini ch’aveano amore al Prenze, così assediata glie la privilegiò; e i cittadini di concordia l’accettarono per loro signore, e allora il duca se ne levò da assedio.
CAP. LII. Come i Perugini feciono pace co’ Cortonesi.
In questo verno, sentendosi per l’Italia che a certo la pace generale si dovea fare tra i comuni di Toscana, e l’arcivescovo di Milano e’ suoi aderenti ghibellini, i Cortonesi per mostrare più liberalità a’ Perugini, e il comune di Perugia per non obbligarsi al patto della generale pace, di concordia vollono pervenire a quella, e di buona volontà feciono pace tra loro. È vero che innanzi la pace i Cortonesi non fidandosi de’ Perugini domandarono sodamenti, e il comune di Perugia a grande istanza richiese il comune di Firenze, che fosse mallevadore per lui a’ signori e al comune di Cortona di diecimila marchi d’argento, che manterrebbe a’ Cortonesi buona e leale pace. Il nostro comune mosso alle richieste di quello di Perugia, fece sindaco un suo cittadino chiamato Otto Sopiti, e per lui fece il sodamento e l’obbligagione predetta a’ signori e al comune di Cortona liberamente, come i Perugini seppono divisare.
CAP. LIII. Come il popolo di Gaeta uccisono dodici loro cittadini per la carestia ch’aveano.
Ancora lo stato dello sviato Regno non era queto dalla fortuna e in debito reggimento, essendo quest’anno generale carestia in Italia, il minuto popolo di Gaeta, avendo invidia a’ buoni e ricchi cittadini mercatanti di quella città, del mese di dicembre del detto anno si mossono a furore e presono l’arme, e furiosi corsono per la terra, a intenzione d’uccidere quanti trovare potessono di loro maggiori: e in quell’empito uccisono dodici de’ migliori che trovarono senza alcuna misericordia, grandi e onesti e buoni mercatanti; gli altri si fuggirono e rinchiusono in luoghi ove il furore del popolo non si potè stendere. Il re Luigi avendo intesa questa iniquità vi cavalcò in persona con gente d’arme per farne giustizia, e giunto in Gaeta, fece inquisizione di questo fatto; la cosa fu scusata per la furia d’alquanti, e furono presi e giustiziati de’ meno possenti; degli altri si fece composizione di moneta, e chi fu morto s’ebbe il danno, e la corte pervertì; e racquetata la cosa, il re gli ordinò, e tornossene a Napoli.
CAP. LIV. Come il papa volle trattare pace da’ Genovesi a’ Veneziani.
In questo medesimo verno, papa Innocenzio mandò al comune di Genova e a quello di Vinegia che mandassono a lui gli ambasciadori ch’erano stati a papa Clemente a trattare della loro pace, e per la morte sopravvenuta del detto papa se n’erano partiti senza essere d’accordo, perocch’egli intendea di metterli in pace giusta suo podere. I Genovesi non vollono tornare a corte, nè entrare in trattato di pace co’ Veneziani, anzi ordinarono lega e compagnia col re d’Ungheria contro a’ Veneziani. E il detto re avendo promessa compagnia co’ Genovesi mandò a Venezia al comune che gli dovesse restituire Giara, e l’altre città e terre ch’aveano occupate del suo reame nella Schiavonia. I Veneziani feciono agli ambasciadori quella savia risposta che seppono, facendosi tra loro beffe della sua domanda; nondimeno non senza paura, e con molta sollicitudine e con grande spendio fornirono a doppio, oltre all’usato, tutte le terre che teneano in quella marina.