CAP. LV. Come i Fiorentini osteggiaro Sangimignano, e fecionli ubbidire.

Addietro è narrato come quelli che reggeano Sangimignano teneano trattato col comune di Firenze, ma non fidando, non si poteano per lo comune riducere a fermezza, e il comune temendo che in questa vacillazione peggio non ne seguisse, del mese di febbraio del detto anno vi mandò messer Paolo Vaiani di Roma, allora podestà di Firenze, con seicento cavalieri e con grande popolo, i quali giunti intorno alla terra, e non avendo risposta da quelli d’entro, a volontà del nostro comune vi si misono a campo, e cominciarono a dare il guasto; ma però alcuno Sangimignanese o loro gente d’arme non uscirono fuori per fare alcuna resistenza o altra vista, ma dopo il ricevuto danno vennono alla concordia, che il comune di Firenze dovesse fare la pace fra loro e gli usciti, e che d’allora gli usciti avessono i frutti de’ loro beni, ma dovessono stare fuori della terra sei mesi, e fatta la pace tra gli Ardinghelli e’ Salvucci, per lo comune di Firenze detto, e’ potessono tornare nella terra: e che il comune di Firenze oltre al termine de’ tre anni che ne dovea avere la guardia l’avesse anche cinque anni, e che per patto vi tenesse settantacinque cavalieri col capitano della guardia alle loro spese. E fatto il decreto e le cautele per i loro consigli, e ricevuto il capitano colla sua compagnia, l’oste se ne tornò a Firenze.

CAP. LVI. Come in Italia fu generale carestia.

In questo anno fu generale carestia in tutta Italia; in Firenze cominciò di ricolta a valere lo staio del grano soldi quaranta di libbre cinquantadue lo staio, e in questo pregio stette parecchi mesi: poi venne montando tanto, che andò in lire cinque lo staio, i grani cattivi e di mal peso. Le fave lire tre lo staio, e così i mochi e le vecce: il panico soldi quarantacinque in cinquanta, e la saggina soldi trenta in trentacinque. Il vino di vendemmia valse il cogno fiorini sei d’oro del più vile, e otto e dieci il migliore, e montò in fiorini quindici il cogno. La carne del porco senza gabella lire undici il centinaio; il castrone denari ventotto in trenta la libbra tutto l’anno. La vitella di latte montò danari trentadue in quaranta la libbra; l’uovo danari cinque e sei l’uno; l’olio lire cinque e mezzo in sei l’orcio, di libbre ottantacinque. Tutti erbaggi furono in somma carestia; e in que’ tempi valea il fiorino dell’oro lire tre soldi otto di piccioli. Tutti drappi da vestire, di lana, e di lino, e di seta, furono in notabile carestia, e così il calzamento. E benchè abbiamo fatto conto di Firenze, in quest’anno fu tenuto in tutta Italia che Firenze avesse così buono mercato comunalmente come alcuna altra terra. Ed è da notare, che di così grande e disusata carestia il minuto popolo di Firenze non parve che se ne curasse, e così di più altre terre; e questo avvenne perchè tutti erano ricchi de’ loro mestieri: guadagnavano ingordamente, e più erano pronti a comperare e a vivere delle migliori cose, non ostante la carestia, e più ne devano per averle innanzi che i più antichi e ricchi cittadini, cosa sconvenevole e maravigliosa a raccontare, ma di continova veduta ne possiamo fare chiara testimonianza. E quello che a altri tempi innanzi alla generale mortalità sarebbe stato tomulto di popolo incomportabile, in quest’anno continovo improntitudine e calca del minuto popolo fu nella nostra città ad avere le cose innanzi a’ maggiori, e di darne più che gli altri. E così festeggiava, e vestiva e convitava il minuto popolo, come se fossono in somma dovizia e abbondanza d’ogni bene.

CAP. LVII. Come i Romani uccisono colle pietre Bertoldo degli Orsini loro senatore.

Senatori di Roma erano il conte Bertoldo degli Orsini e Stefanello della Colonna, e dal popolo erano infamati d’avere venduta la tratta, e lasciato trarre il grano della loro Maremma, e questo era fatto per loro, non pensando che ’l grano andasse in così alta carestia. In Campidoglio si faceva il mercato a dì 15 di febbraio del detto anno, e la sù abitavano i senatori; e accoltovisi grande popolo per comperare del grano, e trovandone poco e molto caro, corsone a furore al palagio de’ senatori con le pietre in mano. Stefanello ch’era giovane fu accorto, e innanzi che il popolo moltiplicasse al palagio col furore si fuggì per una porta di dietro, e salvò la persona; il conte Bertoldo fu più tardo, e volendosi fuggire, fu sorpreso dal furore di quel popolo, e colle pietre lapidato e morto: e tante glie ne gittarono addosso, acciocchè catuno fosse partecipe a quella vendetta, che bene due braccia s’alzò la mora delle pietre sopra il corpo morto del loro senatore; e fatto questo, il popolo comportò la carestia più dolcemente.

CAP. LVIII. Come fu tagliata la testa a Bordone de’ Bordoni.

In questi dì, del mese di febbraio sopraddetto, essendo podestà di Firenze messer Paolo Vaiani di Roma, uomo aspro e rigido nella giustizia, avendo presa informazione di mala fama contro a Bordone figliuolo che fu di Chele Bordoni, antico e grande e potente popolano di Firenze, essendo questo giovane sopra gli altri leggiadro e di grande pompa, il fece pigliare per ladro, apponendogli molti furti, e tutti per martorio gliel fece confessare. I suoi consorti, ch’erano in grande stato in comune, co’ priori e collegi il difendeano, e non parea loro che il podestà il dovesse condannare a morte; il mormorio del popolo minuto era contro a lui, e ’l podestà non si volea muovere ad alcuno priego de’ signori; onde avvenne, per male consiglio, ch’e’ priori, acciocchè ’l podestà non potesse fare uficio, cassarono tutta la sua famiglia. Costui più inacerbito lasciò la bacchetta della sua podesteria a’ priori, e tornossi al palagio come privato uomo. Il mormorio si levò grande nella città contro a’ priori, e parendo loro avere fatto male, con ogni preghiera cercarono di poterlo ritenere; ma l’astuto Romano, sentendo scommosso il popolo, la notte montò a cavallo e andossene a Siena. Il popolo sentendolo partito, quasi come comunità rotta trassono al palagio de’ priori e a quello della podestà, e doleansi dicendo, che i potenti cittadini che facevano i grandi mali non voleano che fossono puniti, e i piccoli e impotenti cittadini d’ogni piccolo fallo erano impiccati, e smozzicati, e dicollati; e per questa novità fu la città in grande smovimento, operandosi l’animosità delle sette. I signori vedendo la città a cotal condizione, di subito gli mandarono ambasciadori, e con fiorini duemilacinquecento d’oro che gli diedono per suoi interessi fecionlo ritornare: e ritornato, per grazia fece dicollare Bordone, e il popolo fu racquetato.

CAP. LIX. Come si pubblicò la pace dall’arcivescovo a’ comuni di Toscana.

Gli ambasciadori de’ comuni di Toscana che furono mandati a Sarezzana per fermare la pace coll’arcivescovo di Milano, e co’ suoi aderenti ghibellini di Toscana e d’Italia, trovarono la materia sì acconcia, eziandio contro alla speranza, che di presente vi dierono fermezza, del mese di marzo 1352; e appresso, il primo dì d’aprile 1353, si piuvicò in parlamento di tutto il popolo. E quanto che catuno desiderasse pace per cagione di riposo e di fuggire spesa, niuna festa se ne fece, nè niuno rallegramento nel popolo se ne vide, quasi stimando catuno la pace del potente tiranno troppo vicino, essere più nel suo arbitrio sottoposta a inganno che a fermezza di certo riposo. Nella pace in sostanza si contenne, che generale e perpetua pace sia tra l’arcivescovo di Milano, e tutte le sue città e distrettuali, e tutti coloro che con lui furono nella guerra contro a’ Fiorentini, e’ Perugini, e’ Sanesi, e’ loro distrettuali, Pistoiesi, e Aretini, e altri simiglianti, tutti da catuna parte e aderenti loro debbano osservare buona e leale pace; e l’arcivescovo è tenuto di mettere in mano comune la Sambuca e ’l Sambucone: e fatto questo, il comune di Firenze un mese appresso debba disfare la rocca di Montegemmoli, con patto, che disfatta debba riavere le dette castella depositate; e il detto Montegemmoli non si debba per alcuna parte redificare: e che i Fiorentini debbano rendere Lozzole agli Ubaldini, e l’arcivescovo Piteccio e l’altre tenute de’ Pistoiesi; e che il comune di Firenze dee trarre di bando tutti coloro che fossono bandeggiati per quella guerra, e chiunque fosse dichiarato aderente del detto arcivescovo: patto assai pregno, e doppio, e poco accetto, la cui dichiarazione fu commessa a Lotto e a Franceschino Gambacorti di Pisa, mezzani di questa pace. Questo fu assai lieve legame di pace, avvegnachè ci si stipulasse pena fiorini dugentomila d’oro, ma per la grandezza del signore di Milano, e per la potenza de’ tre comuni che non si avvilivano per lui, rimase contenta catuna parte al legame del titolo della pace, senza altra sicurtà dimandare o prendere.