CAP. LXV. D’una notabile grandine venuta in Lombardia, e d’altro.

A dì 7 del mese di maggio del detto anno, turbato il tempo con ravvolto enfiamento di nuvoli, ristretta la materia umida da’ venti d’ogni parte, con disordinato empito sopra la città e parte del contado di Cremona ruppe, mandando sopra quella pietre sformate di grandine, la quale, cui trovò alla scoperta, uomini e femmine, percotendo li uccise, e la città premette sì forte, che tutte le copriture de’ tetti ruppe e macinò senza rimedio, con grandissimo danno de’ cittadini. E le pietre della grandine ch’erano maggiori si trovarono di libbre otto e once tre, e le minori erano d’una libbra di peso. In questo medesimo tempo l’arcivescovo di Milano mandò per fare redificare le mura e case del Borgo a san Sepolcro, rovinate e guaste per lo tremuoto, trecento maestri. I Borghigiani rimasi in vita erano tutti ricchi sopra modo per l’eredità de’ morti, e per gli sconci guadagni delle prede de’ loro vicini condotte al Borgo, e perchè a’ soldati al continovo aveano venduto caro la loro vittuaglia e gli altri arnesi, e però, venuti i maestri, cominciarono a edificare le case e’ palagi, e a fare troppo più nobili e più belli abituri che prima non aveano: ma poco poterono edificare, che la terra mutò stato, come appresso nel suo tempo racconteremo.

CAP. LXVI. Come sotto le triegue procedettono le cose in Francia.

Essendo alcuno tempo durate le triegue tra il re di Francia e quello d’Inghilterra, infra il detto tempo alquante terre in Brettagna e alcuna in Guascogna che si teneano per lo re di Francia, per ingegno e per malizioso sommovimento s’arrecarono dalla parte del re d’Inghilterra; per la qual cosa turbato il re di Francia, fece bandire la guerra per tutto il suo reame: e a ciò lo indusse non meno certi trattati scoperti contro della sua persona, ch’e’ baratti di quelle terre. E fatto questo, del mese di maggio del detto anno, il cardinale di Bologna, e gli altri prelati e baroni che trattavano la pace si misono al riparo, e tanto operarono, che triegue si rifeciono tra i detti re. E stando le cose di là in successioni di triegue, non accaddono in lungo tempo cose notevoli in que’ paesi.

CAP. LXVII. Come i Genovesi spregiarono la pace de’ Veneziani.

Tornando nostra materia a’ fatti de’ Genovesi e de’ Veneziani, in questo primo tempo del detto anno i Genovesi levarono lo stendale di sessanta galee, le quali incontanente cominciarono ad armare, e per la compagnia ch’aveano fatta col re d’Ungheria contro a’ Veneziani v’aggiunsono l’arme del detto re; e intendeano, che come e’ fossono colla loro armata in mare, che ’l detto re avesse in Ischiavonia i suoi Ungheri a fare guerra per terra a’ Veneziani, come avea promesso. E certe galee ch’aveano allora in concio d’arme mandarono improvviso nel golfo a’ Veneziani, le quali feciono in quello grave danno di rubare molti legni che vi trovarono, traendone l’avere sottile, e profondando i legni in mare; e con due loro galee sottili bene armate valicarono san Niccolò del Lido, ed entrarono nel canale grande, e nella città saettarono molti verrettoni. E tornandosi addietro, le galee della guardia del golfo ch’erano per novero più che le genovesi, potendosi abboccare con loro, non ebbono ardimento, che la paura del re d’Ungheria gl’impacciava forte più che de’ Genovesi, per tema che non traboccasse loro addosso la sua grande potenza. Le galee genovesi non avendo contasto s’uscirono del golfo, e andarono al loro viaggio, avendo fatto gran vergogna a’ Veneziani.

CAP. LXVIII. Come i Veneziani si provvidono.

Il comune di Vinegia sentendo l’armata de’ Genovesi e le minacce del re d’Ungheria, e non volendoli rendere le terre marine della Schiavonia, conobbono che la necessità gli strignea a trovar modo di difendersi per mare e per terra. E però guernite le loro terre per la difesa, con grande e buona provvisione mandarono solenne ambasciata all’imperadore, pregandolo che procacciasse in loro servigio che il re d’Ungheria non movesse loro guerra a stanza de’ Genovesi; e un’altra ambasciata mandarono in Catalogna al re d’Araona a fare lega e compagnia con lui, acciocch’egli armasse con loro contro a’ Genovesi. In catuna parte ebbono prosperamente loro intenzione: che l’imperadore ritenne a sua preghiera il re d’Ungheria dal muovere guerra a’ Veneziani, non senza alcuna speranza d’accordo in processo di tempo; e’ Catalani aontati della sconfitta ricevuta co’ Veneziani da’ Genovesi in Costantinopoli, lievemente si recarono per animo di vendetta a fare la volontà de’ Veneziani; e di presente misono per opera d’armare trenta galee al loro soldo, e venti alle spese del comune di Vinegia, e i Veneziani n’armarono altre venti a Vinegia; e catuna parte sollecitava sua armata per essere prima in mare; i Genovesi per la vittoria avuta sopra loro dispettando e avvilendo i nimici, e’ Catalani e’ Veneziani desiderando la vendetta. E apparecchiandosi catuna parte, innanzi al loro abboccamento ci occorrono altre cose a raccontare, e però al presente soprastaremo alquanto a questa materia.

CAP. LXIX. Come fu guasto il castello di Picchiena, e perchè.

I signori del castello di Picchiena non ostante che si tenessono in amistà col comune di Firenze, furono principali con gli Ardinghelli a commuovere lo stato di Sangimignano quando furono cacciati i Salvucci, essendo la guardia di quella terra nelle mani del comune di Firenze; e di questo fallo non feciono scusa nè ammenda a’ Fiorentini; e però, nel detto mese di giugno del detto anno, il comune di Firenze mandò sue masnade co’ maestri e guastatori a Picchiena, e senza contasto entrarono nella terra. E acciocchè quel castello non fosse più cagione di fare sommuovere ad alcuna ribellione Sangimignano e Colle, a dì 20 del detto mese feciono abbattere le mura e la rocca, senza far loro altro danno.