CAP. LXX. Come Ruberto d’Avellino fu morto dalla duchessa sua moglie.

Vedendosi la sventurata moglie che fu del duca di Durazzo, Maria sirocchia della reina Giovanna di Gerusalemme e di Sicilia, avvilita per lo violente matrimonio contratto con Ruberto figliuolo che fu del conte d’Avellino della casa del Balzo, il quale dopo la morte del padre, come addietro avemo fatta menzione, era rimaso prigione del re Luigi; la donna, non tenendosi vedova nè maritata, pensò che per la morte di costui tornerebbe a certa veduità, e potrebbesi maritare. E assai apparve chiaro che a questo consentì il re e la reina; perocchè essendo Ruberto detto in prigione altrove, fu menato nel castello dell’abitazione reale, e collocato in una camera con certe guardie: e valicati alquanti dì, il re e la reina feciono apparecchiare e andarono a desinare e a cena agli scogli di mare, cosa nuova e disusata alla corona; e in questo dì la detta duchessa Maria rimasa nel castello prese quattro sergenti armati, e andossene alla camera dov’era il marito, e chiamatolo traditore del sangue reale, senza misericordia in sua presenza il fece uccidere; e fattagli tagliare la testa dall’imbusto, non affatto, fece traboccare dal castello in su la marina lo scellerato corpo, condotto a questo per lo malvagio pensiero del suo prosuntuoso padre. Il re e la reina tornati a Napoli si mostrarono turbati molto di questo fatto, usando parole che s’ella non fosse femmina ne farebbono alta vendetta: e il corpo che giacea senza sepoltura feciono sotterrare; e la donna rimase vedova di due mariti tagliati a ghiado in piccolo travalicamento di tempo.

CAP. LXXI. Come furono cacciati i ghibellini del Borgo.

All’entrante del mese di luglio del detto anno, i guelfi del Borgo a san Sepolcro vedendosi sottoposti a quelli della casa de’ Bogognani, caporali ghibellini e traditori di quella terra, la quale aveano sottoposta all’arcivescovo di Milano per trattato di messer Piero Sacconi, e per i patti della pace era rimasa libera sotto il dominio de Bogognani, e non potendosi atare co’ Fiorentini e’ Perugini per non fare contro a’ patti della pace, s’accostarono con Nieri da Faggiuola loro vicino e terrazzano del Borgo, non ostante che fosse ghibellino, perocchè si discordava co’ Tarlati d’Arezzo e co’ Bogognani; il quale avendo fatta sua ragunata, i guelfi del Borgo levarono il romore, e Nieri trasse colla sua gente, e messo nella terra, ne cacciarono i Bogognani e tutti i ghibellini di loro seguito, e rubarono le case degli usciti; e appresso riformarono la terra a comune reggimento di guelfi e di ghibellini, com’era loro usanza, ritenendo Nieri da Faggiuola per alcuno tempo per loro capitano con certa limitata balìa, il quale poi ne trassono, come innanzi si potrà trovare.

CAP. LXXII. Di quattro leoni di macigno posti al palagio de’ priori.

Essendo in questo tempo un uficio di priorato in Firenze, avendo poco ad attendere ad altre cose per la quiete della pace, feciono fare quattro leoni di macigno, e fecionli dorare con gran costo, e fecionli porre in su’ quattro canti del palagio del popolo di Firenze, a ciascuno canto uno. E per fare questo per certa vanagloria al loro tempo, lasciarono di farli scolpiti, e fusi di rame e dorati, che costavano poco più che quelli del macigno, ed erano belli e duranti per lunghi secoli; ma le piccole cose e le grandi continovo si guastano nella nostra città per le spezialità de’ cittadini.

CAP. LXXIII. Come Sangimignano fu recato a contado di Firenze.

Avvegnachè per operazione de’ Fiorentini la terra di Sangimignano fosse riformata in pace, e che dentro vi fossono gli Ardinghelli e’ Salvucci pacificati insieme, nondimeno nell’interiore dentro era tra loro radicata mala volontà; e non sapeano conversare insieme, e teneano intenebrata tutta la terra. I Salvucci vedendo arse e rovinate le loro nobili possessioni non si poteano dare pace, e gli Ardinghelli per l’offesa fatta stavano in paura e non si fidavano non ostante la pace, e il seguito ch’aveano avuto da’ terrazzani a cacciare i Salvucci non rispondea loro in questo nuovo reggimento come prima. Per queste dissensioni i popolani della terra conoscendo il loro male stato, e non trovando rimedio tra loro, stavano sospesi e in mala disposizione; e vedendo gli Ardinghelli il popolo commosso, e che per loro non si potea mettere alcuno consiglio che i Salvucci non si mettessono al contradio, furono consigliati di confortare il popolo, innanzi ch’altri il movesse prima di loro, di darsi liberi al comune di Firenze. E questo potea essere loro scampo, perocch’erano pochi e poveri a petto de’ loro avversari, ch’erano assai e ricchi, e conoscendo il popolo, e vedendolo disposto a volere uscire de’ pericoli, ove le discordie de’ loro maggiori gli conducea, fu agevole a muovere, e del mese di luglio 1353 feciono parlamento generale, nel quale deliberarono con molta concordia di mettersi liberamente nella guardia del comune di Firenze. I Salvucci si misono con loro amici a operare co’ cittadini di Firenze loro amici che il comune non li prendesse, dicendo, che questa era operazione di setta e non volontà del comune; ed ebbono tanto podere, che il comune non li volle prendere, dicendo, che volea l’amore e la buona volontà di tutto il comune, e non la signoria di quella terra in divisione del popolo; per la qual cosa il popolo commosso, d’ogni famiglia mandarono a Firenze più di dugentocinquanta loro terrazzani di maggiore stato e autorità, i quali s’appresentarono dinanzi a’ signori priori dicendo, come la deliberazione del loro comune era vera, e non violenta nè mossa per alcuno ordine di setta, ma di comune movimento e volontà di tutto il popolo, conoscendo non potere vivere sicuri se non sotto la giurisdizione libera e protezione del comune di Firenze, e con viva voce gridarono, e pregarono il comune di Firenze, che ricevere li volesse al loro contado, e se questo non facesse, quel comune era per disfarsi e distruggersi senza alcuno rimedio, in poco onore del comune di Firenze che l’avea a guardia. In fine i signori ne feciono proposta al consiglio del popolo, e tanto favore ebbono i Salvucci, che si metteano al contrario delle preghiere de’ loro amici da Firenze fatte a’ consiglieri, e del popolo, che quello che catuno doveva desiderare per grande e onorevole accrescimento della sua patria, avendo molti contrari al segreto squittino, si vinse solo per una fava nera; vergognomi averlo scritto, con tanto vitupero de’ miei cittadini. Vinto il partito, la terra del nobile castello di Sangimignano, e suo contado e distretto, fu recato a contado del comune di Firenze, e datogli l’estimo come agli altri contadini, e tutti i suoi cittadini e terrazzani furono fatti cittadini e popolani di Firenze a dì 7 d’Agosto del detto anno; e ne’ registri del comune furono notate le cautele e le sommissioni dette; e carta ne fece ser Piero di ser Grifo, notaio delle riformagioni del detto comune.

CAP. LXXIV. D’un segno apparve in cielo.

A dì 11 del mese d’agosto, tramonto il sole nella prima ora, si mosse da mezzo il cielo fuori del zodiaco un vapore grande infocato sfavillante, il quale scorse per diritto di levante in ponente, lasciandosi dietro un vapore cenerognolo traendo allo stagneo, steso per tutto il corpo suo, e durò nell’aria valicato il fuoco lungamente; e poi cominciò a raccogliersi a onde a modo d’una serpe; e il capo grosso stette fermo ove il vapore mosse, simigliante a capo serpentino, e il collo digradava sottile, e nel ventre ingrossava, e poi assottigliava digradando con ragione infino alla punta della coda: e per lunga vista si dimostrò in propria figura di serpe, e poi cominciò a invanire dalla coda e dal collo, e ultimamente il corpo e ’l capo venne meno, dando di se disusata vista a molti popoli. Altro non ne sapemmo di sua influenza scernere che diminuzioni d’acque, perocchè quattro mesi interi stette appresso senza piovere.