CAP. LXXV. Come fu assediata Argenta.
Essendo Francesco de’ marchesi da Este ribellato al marchese Aldobrandino signore di Ferrara e di Modena, figliuolo del marchese Obizzo; questo marchese Obizzo avea acquistato suo figliuolo Aldobrandino d’amore, avendo per moglie la figliuola di Romeo de’ Peppoli di Bologna, della quale non ebbe figliuolo, e morta la detta donna, il marchese fece legittimare questo suo figliuolo, e la madre si prese per moglie. E venendo a morte, lasciò la signoria di Ferrara e di Modena a questo suo figliuolo Aldobrandino, essendo d’illegittimo matrimonio. Il marchese Francesco figliuolo del marchese Bertoldo, a cui parea che di ragione s’appartenesse la signoria, per la qual cosa temette che ’l marchese Aldobrandino per tema della signoria nol facesse morire, e però si parti di Ferrara; ed essendo rubello, trattò con Galeazzo de’ Medici da Ferrara, ch’era potente, e del segreto consigliò del marchese Aldobrandino, e con altri cittadini di Ferrara, e per consiglio di costoro, per avere braccio forte, s’accostò con messer Malatesta da Rimini. E del mese d’agosto del detto anno messer Malatesta in persona, e il detto marchese Francesco, con cinquecento cavalieri e quattromila pedoni valicarono per le terre del signore di Ravenna con sua volontà, e improvviso furono ad Argenta. E stati quivi quattro dì, attendendo risposta da coloro con cui teneano il trattato in Ferrara, e avuto da loro come quello ch’essi credevano poter fare non vedeano venisse loro fatto, però sanza soprastare o fare alcuno danno di presente se ne partirono, dando voce che il signore di Ravenna avea chiuso il passo alla vittuaglia. E Galeazzo e altri che teneano al trattato uscirono di Ferrara, e andaronsene al gran Cane di Verona,
CAP. LXXVI. Come si temette in Toscana di carestia.
Non è da lasciare in silenzio quello ch’avvenne in Toscana in sulla ricolta, che nel contado e distretto di Firenze e d’Arezzo, e nelle più contrade, fu assai ubertosa ricolta, in quello di Siena e di Ravenna fu magra; e nondimeno sotto la vetta valse per tutto soldi quarantadue, e poi montò in soldi cinquanta lo staio fiorentino, di lire tre soldi otto il fiorino dell’oro. Temendo il comune di disordinata carestia mandò in Turchia, e in Provenza e in Borgogna a comperare grano, e molti mercati fece co’ mercatanti, che promisono di recarne di Calavria e d’altre parti del mondo, costando lo staio posto in Firenze l’uno per l’altro da soldi cinquanta in sessanta di piccioli: e se fosse venuto, come si pensava, perdea il comune di Firenze più di centomila fiorini d’oro, perocché ’l popolo mobolato, per paura della carestia passata poco dinanzi, si fornia a calca, e feciono montare il grano nella ricolta, e ristrignere i granai a chi n’avea conserva. Ma sentendosi la grande quantità che ’l comune n’avea procurata d’avere catuno temette di tenerlo, e apersono l’endiche di marzo e d’aprile del detto anno, e davano il buono grano a soldi venticinque lo staio. E venendone al comune dodicimila staia di Provenza venuto di Borgogna, il volle spacciare a soldi venti lo staio, ed essendo buono grano non si potè stribuire; e perdenne il comune fiorini trentamila d’oro, i quali investì male all’ingrato popolo: l’altro che doveva venire di Turchia e le compere fatte, come a Dio piacque, non ebbono effetto per diversi accidenti. Abbianne fatta memoria per ammaestramento di coloro c’hanno a venire, perocchè in cotali casi occorrono diversi gravi accidenti, e spesso contradi l’uno all’altro. Le grandi compere in così fatta carestia fanno pericolo di disordinata perdita, e certezza non si può avere di grano che di pelago si aspetta; ma utilissima cosa è dare larga speranza al popolo, che si fa con essa aprire i serrati granai de’ cittadini, e non con violenza, che la violenza fa il serrato occultare, e la carestia tornare in fame; e di questo per esperienza più volte occorsa nella nostra città in cinquantacinque anni di nostra ricordanza possiamo fare vera fede.
CAP. LXXVII. Come in Messina fu morto il conte Mazzeo de’ Palizzi a furore, e la moglie e due figliuoli.
Lasciando alla testimonianza del consumato regno dell’isola di Cicilia molti micidii, incendii, violenze e prede avvenuti in quello per sette e invidia del reggimento, mancando per debolezza d’età la signoria reale, diremo quello che in questo tempo, del mese d’agosto del detto anno, più notabile avvenne. Essendo il conte Mazzeo de’ Palizzi di Messina capo di setta degl’Italiani di Cicilia, contradio a quella de’ Catalani, per sua grandezza governava il giovane e poco virtuoso figliuolo di don Petro re di Cicilia, il quale per retaggio doveva essere re, e tutta la corte reggeva a contrario de’ Catalani e della loro parte per modo più tirannesco che reale; essendo l’izza e l’invidia parziale cresciuta mortalmente, alla corte mancava l’entrata, e a’ paesani la rendita e le ricchezze, e la guerra del diviso regno richiedeva aiuto di moneta; e non essendovi l’entrata, il detto conte Mazzeo gravava i Messinesi e gli altri sudditi moltiplicando gravezze sopra gravezze. I cittadini si doleano, e vedendosi pure gravare, negavano e fuggivano il pagamento, e odiavano chi guidava il fatto; il conte infocando contro a’ sudditi la sua stracotata superbia, fece decreto, che chi non pagasse fosse bandito, e dicea, che chi non volea pagare, o non poteva, ch’egli era della setta de’ Catalani; e per questo modo abbattea la sua parte, e crescea quella degli avversari. Avvenne che il popolo di Messina s’accostò col conte Arrigo Rosso e col conte Simone di Chiaramente, amendue della setta de’ Palizzi, ma portavano invidia al conte Mazzeo perch’avea troppo usurpata la signoria, e sotto titolo di dire che voleano pace, mossono il lieve popolo a gridare pace: e levato il romore, con furore corsono al palagio del re ov’abitava il conte Mazzeo: e trovandolo nella sala col giovane duca, in sua presenza uccisono lui, e la moglie e due suoi figliuoli, lasciando il duca con gran paura e tremore, e legati i capestri al collo de’ morti li tranarono per la terra vituperosamente, e poi li arsono, e la polvere gittarono al vento. E in questi medesimi dì quelli di Sciacca feciono il simigliante a’ loro maggiori della setta del conte Mazzeo predetto. Il duca, benchè fosse sicurato dal popolo, per la concetta paura prese suo tempo e andossene a Catania, accostandosi alla setta de’ Catalani. Questo repentino caso di cotanto polente usurpatore della repubblica è da notare, per esempio di coloro i quali colla destra della fallace fortuna in futuro monteranno a somiglianti gradi, di non essere ignoranti de’ nascosi aguati che nell’invidia e ne’ furori de’ non fermi stati si racchiudono.
CAP. LXXVIII. Come fu creato nuovo tribuno in Roma.
Egli è da dolersi per coloro c’hanno udito e inteso le magnifiche cose che far solea il popolo di Roma, con le virtù de’ loro nobili principi, in tempo di pace e di guerra, le quali erano specchio e luce chiarissima a tutto l’universo, vedendo a’ nostri tempi a tanta vilezza condotto il detto popolo e’ loro maggiori, che le novità che occorrono in quell’antica madre e donna del mondo non paiono degne di memoria per i lievi e vili movimenti di quella, tuttavia per antica reverenza di quel nome non perdoneremo ora alla nostra penna. Essendo il popolo romano ingrassato dell’albergherie de’ romei, e fatto e disfatto in breve tempo l’uficio de’ loro rettori, i loro principi cominciarono a tencionare del senato, e il popolo lieve e dimestico al giogo, dimenticata l’antica franchigia, seguitava la loro divisione. Faceva parte ovvero setta Luca Savelli con parte degli Orsini e co’ Colonnesi, e gli altri Orsini erano in contradio: e per questo vennero all’arme, e abbarrarono la città, e combatteronsi alle barre tutto il mese d’agosto del detto anno. In fine il popolo abbandonò d’ogni parte la gara de’ loro principi, e fece tribuno del popolo lo Schiavo Baroncelli, il quale era scribasenato, cioè notaio del senatore, uomo di piccola e vile nazione, e di poca scienza. Tuttavia, perch’egli non conosceva molto i Romani e i vizi loro, cominciò con umiltà a recare ad alcuno ordine il reggimento al modo de’ comuni di Toscana; e per partecipare il consiglio de’ popolani, per segreto squittino elesse e insaccò assai buoni uomini cittadini romani di popolo per suoi consiglieri, de’ quali ogni capo di due mesi traeva otto, e con loro deliberava le faccende del comune; e fece camarlinghi dell’entrata del comune, e cominciò a fare giustizia, e levare i popolani del seguito de’ grandi, e molto perseguitava i malfattori: sicchè alcuno sentimento di franchigia cominciò a gustare quel popolo, la quale poi crebbe a maggiori cose, come innanzi al suo tempo racconteremo.
CAP. LXXIX. Come furono sconfitti in mare i Genovesi alla Loiera.
Essendo venuto il tempo che la furiosa superbia de’ Genovesi per far guerra a’ Veneziani e Catalani avea da catuna parte apparecchiate in mare le loro forze, del mese d’agosto del detto anno i Genovesi si trovarono con sessanta galee armate, avendo per loro ammiraglio messer Antonio Grimaldi, nella quale erano tratti di tutte le famiglie la metà de’ più chiari e nobili cittadini di Genova e della Riviera, il quale ammiraglio si trasse con l’armata a Portoveneri, per non lasciare mettere scambio a’ cittadini che ’l procacciavano, dicendo, che col loro aiuto e consiglio sperava d’avere la vittoria de’ loro nimici, e aspettava lingua di loro sollecitamente. I Catalani aveano armate trenta galee tra sottili e grosse e uscieri, e venti galee alle spese de’ Veneziani, con cinquanta galee e tre grandi cocche incastellate, e armate di quattrocento combattitori per cocca, avendo caricati cavalli e cavalieri assai per porli in Sardegna, del detto mese d’agosto si partirono di Catalogna, facendo con prospero tempo la via di Sardegna, ove con l’armata de’ Veneziani si doveano raccozzare. E i Veneziani in questi medesimi dì con venti galee armate di buona gente si dirizzarono alla Sardegna. I Genovesi avuta lingua che catuna armata era in pelago, avvisarono d’abboccarsi con l’una armata innanzi che insieme si congiugnessono. E perocchè le sessanta loro galee non erano pienamente armate, lasciarono otto corpi delle sessanta, e delle ciurme e de’ soprassaglienti fornirono ottimamente le cinquantadue, e con quelle senza arresto, atandosi con le vele e co’ remi, con grande baldanza si dirizzarono alla Sardegna. Ed essendo giunti presso alla Loiera, ebbono lingua che l’armate de’ loro nimici s’erano raccozzate insieme; e passato ch’ebbono una punta scopersono l’armata de’ Veneziani e de’ Catalani, i quali s’erano ristretti insieme, e le sottili galee aveano nascose dietro alle grosse per mostrarsi meno che non erano a’ loro nimici, e ancora s’incatenarono e stavano ferme senza farsi incontro a’ Genovesi, mostrando avvisatamente paura, acciocchè traessono a loro la baldanza de’ Genovesi con loro vantaggio. I Genovesi non ostante ch’avessono perduta la speranza di non aver trovate l’armate partite, e ingannati dalla vista, che pareva loro che le galee de’ loro avversari fossono meno che non erano, e poco più che le loro, baldanzosi della fresca vittoria avuta sopra i detti loro nimici in Romania, si misono ad andare contro a loro vigorosamente. E valicata certa punta di mare, si trovarono sopra la Loiera sì presso a’ loro nimici, ch’elli scorsono ch’elli erano troppo più ch’elli non estimavano, e vidongli acconci e ordinati alla battaglia, e che presso di loro aveano le tre cocche incastellate e armate di molta gente da combattere; per la qual cosa l’animo si cambiò a’ Genovesi, e la furia prese freno di temperanza, e vorrebbono non essere sì presso a’ loro nimici, e tra loro ebbono ripitio di non savia condotta: tuttavia presono cuore e franchezza di mettersi alla battaglia, sentendosi l’aiuto del vento in poppa, e alquanto contrario a’ loro avversari, conoscendo che l’aiuto delle cocche non poteano avere durando quel vento, tuttavia più per temenza che per franchezza legarono e incatenarono la loro armata, lasciando d’ogni banda quattro galee sottili, libere d’assalire e da sovvenire all’altre secondo il bisogno. I Veneziani e’ Catalani avendo a petto i loro nimici, trassono della loro armata sedici galee sottili, e misonne otto libere da catuna parte della loro armata, la quale aveano ordinata e incatenata per essere più interi alla battaglia, ricordandosi che l’essersi sparti in Romania gli avea fatti sconfiggere; e così ordinati l’una gente e l’altra con lento passo si veniano appressando, e le libere galee cominciarono l’assalto molto lentamente, che catuno stava a riguardo per attendere suo vantaggio; e nonostante che i Veneziani e’ Catalani fossono molti più che i Genovesi, tanto gli ridottavano, che non s’ardivano ad afferrare con loro: è vero che il vento alquanto gli noiava, più per non potere avere l’aiuto delle loro cocche, che per altro, e però soprastavano. Dall’altra parte i Genovesi già impediti per lo soperchio de’ loro nimici non s’ardivano a strignersi alla battaglia, e così consumarono il giorno dalla mezza terza alla mezza nona, con lieve badalucco delle loro libere galee. I Genovesi vedendo che i loro nimici più potenti non li ardivano ad assalire, presono più baldanza, e metteronsi in ordine d’andarli ad assalire con più aspra battaglia. Ma colui che è rettore degli eserciti, avendo per lungo tempo sostenuta la sfrenata ambizione de’ Genovesi, per lieve spiramento di piccolo vento abbattè la loro superbia; che stando catuna parte alla lieve battaglia si levò un vento di verso scilocco, il quale empiè le vele delle tre cocche. I Catalani animosi contro a’ Genovesi, vedendosi atare dal vento, apparecchiate loro lance, e dardi e pietre, con ismisurato romore, levate l’ancore del mare, con tutte e tre le cocche si dirizzarono contro all’armata de’ Genovesi, e con l’impeto del corpo delle cocche sì fedirono nelle galee de’ Genovesi, e nella prima percossa ne misono tre in fondo, e seguendo innanzi, alcuna altra ne ruppono: e di sopra gittavano con tanta rabbia pietre lance e dardi sopra i loro nimici, che parea come la sformata grandine pinta da spodestata fortuna d’impetuosi venti, e molti Genovesi n’uccisono in quel subito assalto, e annegaronne assai, e più ne fedirono e magagnarono. L’armata de’ Veneziani e Catalani vedendosi fatta la via a’ loro navilii, con più ardire si misono innanzi strignendosi alla battaglia. I Genovesi, uomini virtuosi e di grande cuore, sostennono francamente il grave assalto delle cocche, atandosi con l’arme e con le balestra, magagnando molti de’ loro nemici, e alle galee rispondeano con sì ardita e folta battaglia, che per vantaggio ch’e’ loro nimici avessono non poteano sperare vittoria. Ma l’ammiraglio de’ Genovesi invilito nell’animo suo di questo primo assalto, fece vista di volere ricoverare la vittoria per maestria di guerra; e sollevata la battaglia, in fretta fece sciogliere undici galee della sua armata, e con quelle aggiunse l’otto sottili ch’erano libere dalle latora dell’armata, e diede voce di volere volgere e girare dalle reni de’ nimici: e per questa novità i Veneziani e’ Catalani ebbono paura, e sollevarono la battaglia, e stettono in riguardo, per vedere quello che le dette galee volessono fare. Ma l’ammiraglio abbandonata la battaglia, e lasciate l’altre galee insieme alla fronte de’ nimici, fece la via di Genova senza tornare all’oste, e già si cominciava a tardare il giorno. Vedendo i Veneziani e’ Catalani che l’ammiraglio de’ Genovesi non avea girato sopra loro, ma era al disteso fuggito con diciannove galee, con certezza di loro vittoria vennono sopra i Genovesi; i quali vedendosi abbandonati dal loro ammiraglio, senza resistenza chi non potè fuggire si renderono prigioni. Così i Veneziani e’ Catalani senza spandimento di loro sangue ebbono de’ Genovesi piena vittoria: ed ebbono trenta corpi di galee e più di tremilacinquecento prigioni, fra i quali furono molti nominati grandi e buoni cittadini di Genova. E morti ne furono e annegati con le ciurme più di duemila. La detta sventurata battaglia per i Genovesi fu il dì di san Giovanni dicollato, a dì 29 d’agosto del detto anno.