LIBRO TERZO Qui comincia il terzo libro della Cronica di Matteo Villani; e prima il Prologo.
CAPITOLO PRIMO
Rendendo spesso testimonianza delle mutevoli cose del mondo ogni stato umano, non è da pensare cosa maravigliosa quella che ha fatto maravigliare ne’ nostri dì ovunque la sua fama aggiunse. E domandando la debita materia di fare cominciamento al terzo libro, possiamo con ragione dire, che la corona dell’imperiale maestà e il suo regno, alla quale dipendea la monarchia dell’universo, era Roma coll’italiana provincia, delle provincie della quale ne’ nostri tempi la città di Firenze, Perugia e Siena, seguendo alcune orme di quella, per li tempi avversi dello sviato imperio, in segno della romana libertà, avendo veduto per li tempi passati l’incostanza degl’imperadori alamanni avere in Italia generate e accresciute tirannesche suggezioni di popoli, hanno mantenuto la franchigia e la libertà discesa in loro dall’antico popolo romano: e zelanti di non sostenere quella a tirannia, molte volte per diversi e lunghi tempi apparvono contradi all’imperiale suggezione, intanto che non si poteva in questi popoli sostenere senza sospetto, senza pericolo e senza infamia il raccontamento dell’imperiale nome. E come subitamente gli animi di que’ popoli e de’ loro rettori per paura del potente tiranno arcivescovo di Milano si cambiarono, procurando l’amistà e l’avvenimento in Italia di messer Carlo re di Boemia eletto imperadore, i movimenti già narrati, e le operazioni che appresso ne seguirono, seguendo nostro trattato il dimostreremo.
CAP. II. La potenza dell’arcivescovo di Milano, e il procaccio fece a corte per la sua liberazione.
Era in questo tempo potentissimo e temuto signore messer Giovanni de’ Visconti arcivescovo di Milano, sotto la cui signoria si reggea la nobile e grande città di Milano, e l’antica e famosa città di Bologna, Cremona, Lodi, Parma, Piacenza, Brescia, Moncia, Bergamo, Como, Asti, Alessandria della paglia, Tortona, Alba, Novara, Vercelli, Bobbio, Crema, e più altre città e terre nelle montagne di verso la Magna, co’ loro contadi ville e castella; e i signori di Pavia, ch’erano que’ di Beccheria, l’ubbidivano come signore, benchè la città fosse al loro governamento. In Toscana aveva acquistato il Borgo a san Sepolcro, e il castello d’Anghiari e altre castella d’intorno. E accomandati e ubbidienti gli erano Cortona, Orvieto, Cetona, Agobbio, i Tarlati usciti d’Arezzo, gli Ubaldini, i Pazzi di Valdarno, gli Ubertini, e que’ da Faggiuola; e i conti da Montefeltro, e de’ conti Guidi dal lato ghibellino, e il conte Tano da Montecarelli, e gli altri ghibellini caporali di Toscana, e di Romagna e della Marca l’ubbidivano. E a sua lega e a compagnia avea il signore della Scala e di Mantova e di Padova: e il marchese di Ferrara in Lombardia, e il comune di Genova e quello di Pisa sotto alcuno ordinato servigio, e il capitano di Forlì, e il tiranno di Faenza, e il signore di Ravenna tenevano con lui in lega e in compagnia, come nel secondo nostro libro narrato abbiamo. E non avendo l’arcivescovo altra guerra che col comune di Firenze e di Perugia, alla cui compagnia e lega s’accostava debolmente il comune di Siena, era sì potente e di tanto aiuto e forza, che impossibile pareva a questi popoli potersi difendere senza aiuto di più potente braccio, e però aveano mandato a corte, come detto è, per inducere il papa e i cardinali contra lui, sentendo che la Chiesa per le grandi ingiurie ricevute procedeva contro a lui. Ma l’arcivescovo per riparare, sentendo che gl’impugnatori erano grandi, pensò che non era tempo da nutricare il lavorio, ma di trarlo a fine; e avvedendosi quanto l’avarizia movea le cortigiane cose, e disponeva i prelati all’olore della pecunia, e per questo le cose, aspettando maggior frutto, si sostenevano, da capo mandò più grande e più solenne ambasciata a corte di suoi confidenti, uomini sperti e di grande autorità, e mandolli forniti di più di dugentomila fiorini d’oro, con pieno mandato a operare e fare con doni e con loro industria e impromesse, senza avere riguardo alla pecunia, d’avere la riconciliazione di santa Chiesa, rimanendoli la signoria di Bologna. E oltre a ciò aoperò per forza de’ suoi doni, che messer Giovanni di Valois re di Francia mandò altri baroni suoi ambasciadori al papa e a’ cardinali a procurare la riconciliazione dell’arcivescovo; e la contessa di Torenna governatore del papa nelle sue temporali bisogne, per cui il santo padre molto si movea nelle grandi bisogne, procacciò con ismisurati doni. Nel continuo tempellamento del papa, per lo suo aiuto, e ne’ parenti del papa si provvide con larga mano. E in certi cardinali che gli si mostravano avversi per zelo dell’onore di santa Chiesa si provvide per modo, che agevole fu a conoscere che l’onore di santa Chiesa non s’apparteneva a loro. E avendo l’arcivescovo tutta compresa la corte in suo favore, seguita il modo che papa Clemente tenne con gli ambasciadori de’ comuni di Toscana, per potere fare con più sua scusa quello che prima avea deliberato di fare.
CAP. III. Come papa Clemente sesto propose tre cose a’ comuni di Toscana, perchè pigliassono l’una.
Essendo tutta la corte di Roma ripiena di doni e d’ambasciadori per i fatti dell’arcivescovo, e volendo il papa terminare la sua causa secondo la domanda de’ suoi ambasciadori, i quali nella vista proferivano di lui ogni ubbidienza di santa Chiesa, e nel segreto aveano l’ubbidienza del papa e de’ cardinali alla sua volontà, per le ragioni e cagioni già narrate; volendo il papa mostrare agli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana singolare affezione, da capo gli ebbe in concistoro, e commendato molto i loro comuni di molte cose, e singolarmente dell’amore e della fede che portavano a santa Chiesa, e dolutosi delle loro oppressioni per le divisioni e scandali d’Italia, infine conchiudendo disse, che mettea nella loro elezione quelle tre cose ch’avea altre volte loro promesse, ch’elli eleggessono l’una senza soggiorno: o di buona pace coll’arcivescovo, o lega e compagnia colla Chiesa contro a lui, o che facesse passare in Italia l’eletto imperatore. Gli ambasciadori ristretti insieme, che conoscevano e sentivano dove la causa dell’arcivescovo era ridotta, non si vollono rimutare da quello ch’altra volta aveano detto al papa, che quello che a lui paresse il migliore erano contenti che facesse loro, mantenendo in sul fatto la piena confidenza ch’aveano a santa Chiesa e al sommo pastore. Il papa conobbe che la risposta era intera alla sua intenzione, e che poteva procedere con giusto titolo senza offendere i comuni di Toscana ne’ suoi movimenti, quanto che in fatti era il contradio, alla sentenza di riconciliare l’arcivescovo, e però fu contento, e disse loro che provvederebbe per modo, che i loro comuni avrebbono coll’arcivescovo buona pace: della quale offerta niuna speranza si prese, conoscendo manifestamente ch’al tutto s’intendeva a magnificare il tiranno, e a fare la sua volontà.
CAP. IV. Come il papa e’ cardinali annullarono i processi contro all’arcivescovo.
Poco appresso dopo la detta risposta, avendo gli ambasciadori significato a’ loro comuni quello ch’aveano dal papa, e quello che sentivano di certo de’ fatti dell’arcivescovo, il papa convocò i cardinali a concistoro, i quali tutti, niuno discordante, erano d’accordo con gli ambasciadori dell’arcivescovo, e però non essendo tra loro quistione, domenica mattina a dì 5 di Maggio, gli anni Domini 1352, fu per la santa ubbidienza dell’arcivescovo sopraddetto annullato il processo fatto contro a lui, e riconciliato a santa Chiesa, e tratto d’ogni scomunicazione e d’ogni interdetto. E in quello concistoro piuvico, avendo per li suoi ambasciadori rendute le chiavi al papa in segno della restituzione di Bologna, il papa colla volontà de’ suoi cardinali ne rinvestì gli ambasciadori, riceventi per lo detto arcivescovo e de’ suoi successori, nella signoria di Milano e di Bologna, per tempo e termine di dodici anni prossimi a venire, con promessione che ogni anno ne darebbe di censo fiorini dodicimila alla camera del papa, e compiuto il detto termine la renderebbe libera a santa Chiesa, e allora restituiranno contanti, per nome del detto arcivescovo, fiorini centomila alla camera del papa, per la restituzione delle spese che la Chiesa vi fece quando vi tenne l’oste il conte di Romagna. E così per pietà e per danari ogni gran cosa si fornisce a’ nostri tempi co’ pastori di santa Chiesa.